INFORM - N.210 - 11 novembre 2010
CHIESA
A Delémont convegno dei missionari e operatori
pastorali. Iniziativa delle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana in Svizzera
La pastorale migratoria nell'odierno contesto europeo
DELEMONT (Svizzera) - Viviamo in un contesto europeo
rinnovato: le migrazioni ne sono un segno evidente, che interpella la Chiesa nella ricerca di nuovi
modelli pastorali per vivere la comunione nel cambiamento e nella diversità.
È quanto emerso dal convegno dei missionari e operatori pastorali svoltosi a
Delémont (Svizzera) dal 25 al 28 ottobre scorso su
iniziativa delle Missioni Cattoliche di Lingua Italiana (MCLI) in Svizzera.
Il convegno si è aperto con una relazione affidata al
Pastoralista viennese Paul Zulehner,
che ha tracciato le sfide che la
Chiesa vive in Europa, dove le migrazioni portano nuove storie
e racconti religiosi, dove si ricercano esperienze nuove di spiritualità, mentre
cresce l'indifferenza e il cristianesimo rimane ormai una scelta del 10% della
popolazione europea, accompagnata spesso da forme di chiusura e di avversione
verso il pluralismo.
P. Graziano Tassello, Direttore del Centro studi emigrazione
di Basilea, ha cercato di rileggere la forma della pastorale migratoria del
Novecento distinguendo tre momenti.
“Una Chiesa accanto ai migranti” è la prima stagione
pastorale generata dal magistero sociale di Leone XIII e dei Vescovi Giovanni
Battista Scalabrini e Geremia Bonomelli, alla quale
segue il passaggio da una situazione di transitorietà a una permanente, con
l'organizzazione della Missione; il Concilio Vaticano II inaugura una nuova
stagione di pastorale migratoria che serve la cattolicità della Chiesa, più
che in termini quantitativi in senso qualitativo, con nuove scelte di stile;
infine un'ultima stagione pastorale, l'attuale, è quella che valorizza le migrazioni
come condizione della Chiesa: la
Chiesa migrante, pellegrina, che sa incontrare nei diversi
luoghi della vita.
“Anche il contesto italiano, come quello europeo, è cambiato”,
ha spiegato mons. Giancarlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes:
“L'abbandono della fede è cresciuto, tanto che il 17% degli italiani non dichiara
alcuna appartenenza religiosa, mentre è fortemente diminuita la scelta vocazionale
verso una vita consacrata (da 30 mila vocazioni al sacerdozio a 5 mila) e la
'parabola del clero' si fa sentire ogni anno di più, al punto che sono ormai
3 mila i sacerdoti stranieri che prestano la loro attività pastorale nelle nostre
diocesi. Al tempo stesso un nuovo popolo cristiano è giunto tra noi, da esperienze
di Chiese africane, asiatiche e latinoamericane diverse: quasi un milione ormai
di cattolici che esprimono una Chiesa in cammino, ma anche missionaria nel quotidiano,
anche a partire dalle fatiche, dalle sofferenze, dalla ricerca di una vita felice
per sé e la propria famiglia”.
In questo contesto come giustificare ancora una volta
una missione all'estero? A questa domanda possiamo rispondere - ha precisato
mons. Perego - solo se è maturata in noi una forte consapevolezza europea, anche
nel concepire la missione e la 'cura animarum'. Il
contesto europeo, nato da un'intelligenza politica di varie personalità cristiane
(De Gasperi, Adenauer, Schuman),
può essere un nuovo laboratorio di sperimentazione della 'nuova evangelizzazione'.
Occorre, però, superare alcuni modelli chiusi, di missione, per una missione
che rimetta al centro - come ha invitato a fare il Concilio Vaticano II - la
Chiesa locale, valorizzando in essa, e non parallelamente ad
essa, ogni forma ed esperienza di 'Chiesa migrante’. “Nella Chiesa locale aperta
attraverso le parrocchie - secondo il Direttore della Migrantes
- possono ancora trovare spazio le parrocchie personali e le Missioni, ma solo
al servizio dell'unità e della cattolicità, della santità e dell'apostolicità
della Chiesa. In questo senso presbiteri, diaconi e laici possono mettersi ancora
in cammino anche dall'Italia nel contesto europeo per dare 'qualità' a una presenza
cristiana che diversamente rischia di scadere in folklore. Un cammino che chiede
anche un ritorno, dopo un congruo tempo, per raccontare e valutare, allargare
il respiro di una fede che in Europa può ritrovare nuovi spazi e nuove forme
per essere credibile”.(Migranti press/Inform)
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