ITALIANI ALL’ESTERO
Assistant professor al Kenyon College di Gambier (Ohio)
A colloquio con Simone Dubrovic, giovane protagonista
dell’italianistica statunitense
“Zoom d’oltreoceano”: dialoghi tra intellettuali
italiani che vivono in America e registi italiani
GAMBIER/ROMA–
“Quello che vivo come insegnamento si trasferisce nelle mie ricerche, nella
mia scrittura e tutto trova la giusta combinazione e non mi fa pensare al binomio
vita/lavoro. Infatti per me entrambi sono esattamente la stessa cosa. Quanto
all’Italia, certo, essa è sempre al centro dei miei pensieri. Non potrebbe essere
altrimenti, considerato quello che insegno. Appena mi è possibile io ritorno
in Italia, anche per brevissimi periodi, perché mi mancano le cose semplici
di ogni giorno, i luoghi a cui appartengo. Questo genera un senso di bella confusione
e talvolta m’è persino venuto il dubbio di aver soltanto immaginato di essere
andato in America o, addirittura, che un me stesso italiano sogni un me stesso
americano e viceversa”. Simone Dubrovic, giovane marchigiano di ascendenza dalmata
(il nonno era di Zara), negli Stati Uniti sta bruciando le tappe di una carriera
accademica che si preannuncia brillante. Ha 32 anni ed è Assistant Professor
di italiano al Kenyon College di Gambier, in Ohio, dove insegna dal 2008. Dopo
la laurea in Lettere Classiche e il dottorato di ricerca in Italianistica all’Università
Carlo Bo di Urbino, Simone Dubrovic ha insegnato alla Miami University (Ohio)
dove ha anche conseguito un master in Letteratura Francese. Alla Miami University
è stato assistente del Prof. Sante Matteo – “con lui ho cominciato a interrogarmi
sul senso dell’emigrazione; da lui ho imparato a guardare all’Italia e alla
cultura italiana con occhio più fresco e critico” – e ha insegnato come lettore
di lingua italiana.
Quali le ragioni
del trasferimento negli Stati Uniti? Il Prof. Dubrovic ci conferma quanto già
spiegato in un lungo dialogo apparso sull’ultimo numero on line di ‘Formafluens-International
Literary Magazine’: il suo è un caso di brain drain in campo critico e letterario.
Anche se “devo dire che, fin da molto giovane, l’America ha
suscitato in me un grande interesse e una grande curiosità. Tuttavia non avrei
mai pensato che questi sentimenti, in fondo imprecisi e generici, si sarebbero
poi tradotti in un’esperienza lavorativa in un paese così lontano e culturalmente
così differente dall’Italia”.
Tutto è nato per caso, ci racconta. “Ero all’ultimo
anno del mio dottorato di ricerca in Italianistica e, non prospettandosi alcun
concorso da ricercatore nell’immediato, ho pensato che non fosse sbagliato fare
un’esperienza negli Stati Uniti”. Non pensava però che ci sarebbe rimasto in
America: “Pensavo che sarei tornato in Italia in uno o, al più, due anni. Ma
la situazione dell’università italiana peggiorava, di concorsi si parlava sempre
meno. Tornare per non fare niente mi deprimeva molto, come idea, così mi sono
deciso a fare domanda sia per un dottorato americano che per i posti di professore
che in quel momento erano offerti nel cosiddetto job
market. Ho ricevuto delle chiamate, avuto delle interviste
e sono stato assunto, con mia grande gioia, al Kenyon College di Gambier come
Assistant Professor”.
I campi di ricerca di Simone Dubrovic sono la lingua e la letteratura italiane, la poesia del Rinascimento, la letteratura del Decadentismo.Tra i suoi scritti vogliamo ricordare “Aprir vidi uno speco...” Racconto e immagini della grotta nei testi letterari italiani tra Tre e Cinquecento (Vecchiarelli, 2007), introduzione e cura di Radici Sporadiche - Letteratura Viaggi Migrazioni di Sante Matteo (Cosmo Iannone Editore, 2007), introduzione e cura de La parola scolpita da Valeriano Trubbiani-Scritti scelti 1980-2007 di Valeriano Trubbiani (Istituto Internazionale di Studi Piceni-Edizioni Stafoggia, 2008).
Ma negli Stati Uniti Dubrovic sta anche approfondendo le tematiche sul cinema italiano. Nel 2010 è uscito in Italia Zoom d'oltreoceano. Istantanee sui registi italiani e sull’Italia (Vecchiarelli), libro curato insieme a Daniela De Pau (giovane ricercatrice che insegna alla Drexel University of Philadelphia) e presentato al 46° Pesaro Film Festival.
Perché
affrontare ricerche sul cinema? “Io
ho da sempre amato le arti visive e il cinema, studiati tra l’altro all’università
e parte integrante della mia formazione come la letteratura, alla quale mi sono
poi maggiormente dedicato. Per il cinema succede un fenomeno assolutamente particolare,
quando si è in America: ti accorgi che quelle immagini ti danno gli occhi per
‘vedere’ il tuo paese, per sentirne di nuovo i tempi e i ritmi. Un giorno ho
pensato, con qualche ironia, che la condizione dell’emigrato non è poi diversa
da quella dei dannati dell’inferno dantesco, che possono vedere il passato e
il futuro ma non il presente. Penso che questo si adatti molto alla nostra condizione
di espatriati. Il cinema allora non è più una semplice materia di insegnamento
ma un termine fondamentale di dialogo, attraverso cui non perdere il filo con
noi stessi. Quando sei in un altro paese (e io sono in America ma credo che lo stesso
succeda in qualsiasi altro luogo all’estero) fin da subito, fin da quando si
atterra all’aeroporto, avviene una sovrapposizione di immagini, una ‘dissolvenza
incrociata’ tra quello che ancora trattieni dell’Italia e quello che, irresistibilmente,
lo sostituisce visivamente: nuovi spazi, nuove strade, nuove costruzioni, nuovi
oggetti, nuovi volti. Una sensazione ambivalente, liberatoria e angosciante
al tempo stesso, che ti porta ad interrogarti su moltissime cose e, prima ancora,
a sentire una specie di affanno, di svuotamento che credo tutti avvertano, lo
ammettano o no. In termini più pratici e meno esistenziali il cinema permette,
con gli studenti, di visualizzare immediatamente un mondo e di affrontare, in un tempo ridotto, numerosi temi. Il cinema
è del tutto necessario quando si insegna in America perché permette di insegnare
un modo di ‘guardare’ la realtà che è estraneo ai ragazzi americani e che richiede
molte volte una ricostruzione quasi filologica. I nostri film non vengono capiti
subito dagli studenti e solo dopo averli spiegati, rivisti in sequenze e discussi
in classe cominciano a prendere nelle loro menti una forma che quasi mai essi
riescono ad avvicinare durante la prima proiezione”.
Parliamo di Zoom d'oltreoceano. Istantanee sui registi
italiani e sull'Italia. Un libro che ha richiamato attenzione non solo per
i contenuti ma per essere costruito in forma di dialogo tra intellettuali italiani
che vivono in America e registi italiani (Paolo e
Vittorio Taviani, Pupi Avati, Francesca Archibugi, Dario Argento, Marco Tullio
Giordana, Giuseppe Tornatore, Matteo Garrone, Ferzan Ozpetek, Paolo Virzì, Sabina
Guzzanti e altri ancora).
Zoom d’oltreoceano, Simone Dubrovic ci
tiene a sottolinearlo, è stato realizzato grazie anche alla collaborazione
di altri professori italiani attivi in America. “E’ un libro collettivo che
riflette diversi percorsi intellettuali e differenti rapporti con il cinema
e il lavoro dei registi italiani. Ha rappresentato per tutti noi un momento di vero entusiasmo, la possibilità
di esprimere concretamente il nostro amore profondo per il cinema italiano e
anche, simbolicamente nella sua forma di raccolta di interviste, il fatto che
noi continuiamo ad avere un dialogo con il nostro paese per tramite di quelle
immagini che lo raccontano, anche quando i registi decidono di girare all’estero,
perché lo fanno obbedendo sempre a prerogative italiane. Pur sembrando non facile
coinvolgere tante persone e tanti nomi il libro è nato in un clima di tranquillità
estrema, con naturalezza, senza forzature o difficoltà. I registi che hanno
accettato di incontrarci hanno mantenuto le loro promesse e la loro disponibilità,
gentilezza, apertura non ci hanno fatto rimpiangere l’assenza di coloro che
invece non hanno neanche risposto alle nostre lettere o telefonate. Nessuno
dei registi ci ha deluso, tutti hanno potuto parlare liberamente di temi molto
vasti, non solo legati al cinema”.
Nel dipanarsi
dei dialoghi emerge un elemento di grande interesse, quello relativo all’immagine
che il cinema italiano di oggi dà del nostro Paese all’estero. Ma il nostro
cinema, oggi, può mediare un’immagine
dell’Italia tale da destare lo stesso interesse dei film del dopoguerra o del
periodo del ‘boom economico’? “Penso che il cinema italiano di oggi possa aiutarci,
nel confronto con gli americani, a chiarire che il cinema del dopoguerra e del
boom rappresenta un mondo che non esiste più, un mondo che è inevitabilmente
cambiato e che chiama a un nuovo sforzo di conoscenza, a uno svecchiamento delle
interpretazioni e degli irrigidimenti stereotipici. I registi non hanno certo
dimenticato la grande lezione dei maestri del passato ma ne hanno, come dire,
utilizzato la forza di linguaggio per sviluppare la rappresentazione nuova,
l’evoluzione,o involuzione, a seconda dei casi, del nostro paese, le sue nuove
sfide anche sul piano della multiculturalità, fenomeno ancora nelle sue fasi
aurorali in Italia ma con cui bisognerà cominciare a confrontarsi sempre più
seriamente”. (Simonetta Pitari-