INFORM - N. 210 - 11 novembre 2010


ITALIANI ALL’ESTERO

Assistant professor al Kenyon College di Gambier (Ohio)

A colloquio con Simone Dubrovic, giovane protagonista dell’italianistica statunitense

“Zoom d’oltreoceano”: dialoghi tra intellettuali italiani che vivono in America e registi italiani

 

GAMBIER/ROMA– “Quello che vivo come insegnamento si trasferisce nelle mie ricerche, nella mia scrittura e tutto trova la giusta combinazione e non mi fa pensare al binomio vita/lavoro. Infatti per me entrambi sono esattamente la stessa cosa. Quanto all’Italia, certo, essa è sempre al centro dei miei pensieri. Non potrebbe essere altrimenti, considerato quello che insegno. Appena mi è possibile io ritorno in Italia, anche per brevissimi periodi, perché mi mancano le cose semplici di ogni giorno, i luoghi a cui appartengo. Questo genera un senso di bella confusione e talvolta m’è persino venuto il dubbio di aver soltanto immaginato di essere andato in America o, addirittura, che un me stesso italiano sogni un me stesso americano e viceversa”. Simone Dubrovic, giovane marchigiano di ascendenza dalmata (il nonno era di Zara), negli Stati Uniti sta bruciando le tappe di una carriera accademica che si preannuncia brillante. Ha 32 anni ed è Assistant Professor di italiano al Kenyon College di Gambier, in Ohio, dove insegna dal 2008. Dopo la laurea in Lettere Classiche e il dottorato di ricerca in Italianistica all’Università Carlo Bo di Urbino, Simone Dubrovic ha insegnato alla Miami University (Ohio) dove ha anche conseguito un master in Letteratura Francese. Alla Miami University è stato assistente del Prof. Sante Matteo – “con lui ho cominciato a interrogarmi sul senso dell’emigrazione; da lui ho imparato a guardare all’Italia e alla cultura italiana con occhio più fresco e critico” – e ha insegnato come lettore di lingua italiana.

Quali le ragioni del trasferimento negli Stati Uniti? Il Prof. Dubrovic ci conferma quanto già spiegato in un lungo dialogo apparso sull’ultimo numero on line di ‘Formafluens-International Literary Magazine’: il suo è un caso di brain drain in campo critico e letterario. Anche se “devo dire che, fin da molto giovane, l’America ha suscitato in me un grande interesse e una grande curiosità. Tuttavia non avrei mai pensato che questi sentimenti, in fondo imprecisi e generici, si sarebbero poi tradotti in un’esperienza lavorativa in un paese così lontano e culturalmente così differente dall’Italia”.

Tutto è nato per caso, ci racconta. “Ero all’ultimo anno del mio dottorato di ricerca in Italianistica e, non prospettandosi alcun concorso da ricercatore nell’immediato, ho pensato che non fosse sbagliato fare un’esperienza negli Stati Uniti”. Non pensava però che ci sarebbe rimasto in America: “Pensavo che sarei tornato in Italia in uno o, al più, due anni. Ma la situazione dell’università italiana peggiorava, di concorsi si parlava sempre meno. Tornare per non fare niente mi deprimeva molto, come idea, così mi sono deciso a fare domanda sia per un dottorato americano che per i posti di professore che in quel momento erano offerti nel cosiddetto job market. Ho ricevuto delle chiamate, avuto delle interviste e sono stato assunto, con mia grande gioia, al Kenyon College di Gambier come Assistant Professor”.

I campi di ricerca di Simone Dubrovic sono la lingua e la letteratura italiane, la poesia del Rinascimento, la letteratura del Decadentismo.Tra i suoi scritti vogliamo ricordare “Aprir vidi uno speco...” Racconto e immagini della grotta nei testi letterari italiani tra Tre e Cinquecento (Vecchiarelli, 2007), introduzione e cura di Radici Sporadiche - Letteratura Viaggi Migrazioni di Sante Matteo (Cosmo Iannone Editore, 2007), introduzione e cura de La parola scolpita da Valeriano Trubbiani-Scritti scelti 1980-2007 di Valeriano Trubbiani (Istituto Internazionale di Studi Piceni-Edizioni Stafoggia, 2008).

Ma negli Stati Uniti Dubrovic sta anche approfondendo le tematiche sul cinema italiano. Nel 2010 è uscito in Italia Zoom d'oltreoceano. Istantanee sui registi italiani e sull’Italia (Vecchiarelli), libro curato insieme a Daniela De Pau (giovane ricercatrice che insegna alla Drexel University of  Philadelphia) e presentato al 46° Pesaro Film Festival.

Perché affrontare ricerche sul cinema? “Io ho da sempre amato le arti visive e il cinema, studiati tra l’altro all’università e parte integrante della mia formazione come la letteratura, alla quale mi sono poi maggiormente dedicato. Per il cinema succede un fenomeno assolutamente particolare, quando si è in America: ti accorgi che quelle immagini ti danno gli occhi per ‘vedere’ il tuo paese, per sentirne di nuovo i tempi e i ritmi. Un giorno ho pensato, con qualche ironia, che la condizione dell’emigrato non è poi diversa da quella dei dannati dell’inferno dantesco, che possono vedere il passato e il futuro ma non il presente. Penso che questo si adatti molto alla nostra condizione di espatriati. Il cinema allora non è più una semplice materia di insegnamento ma un termine fondamentale di dialogo, attraverso cui non perdere il filo con noi stessi. Quando sei in un altro paese  (e io sono in America ma credo che lo stesso succeda in qualsiasi altro luogo all’estero) fin da subito, fin da quando si atterra all’aeroporto, avviene una sovrapposizione di immagini, una ‘dissolvenza incrociata’ tra quello che ancora trattieni dell’Italia e quello che, irresistibilmente, lo sostituisce visivamente: nuovi spazi, nuove strade, nuove costruzioni, nuovi oggetti, nuovi volti. Una sensazione ambivalente, liberatoria e angosciante al tempo stesso, che ti porta ad interrogarti su moltissime cose e, prima ancora, a sentire una specie di affanno, di svuotamento che credo tutti avvertano, lo ammettano o no. In termini più pratici e meno esistenziali il cinema permette, con gli studenti, di visualizzare immediatamente un mondo e di affrontare,  in un tempo ridotto, numerosi temi. Il cinema è del tutto necessario quando si insegna in America perché permette di insegnare un modo di ‘guardare’ la realtà che è estraneo ai ragazzi americani e che richiede molte volte una ricostruzione quasi filologica. I nostri film non vengono capiti subito dagli studenti e solo dopo averli spiegati, rivisti in sequenze e discussi in classe cominciano a prendere nelle loro menti una forma che quasi mai essi riescono ad avvicinare durante la prima proiezione”.

Parliamo di Zoom d'oltreoceano. Istantanee sui registi italiani e sull'Italia. Un libro che ha richiamato attenzione non solo per i contenuti ma per essere costruito in forma di dialogo tra intellettuali italiani che vivono in America e registi italiani (Paolo e Vittorio Taviani, Pupi Avati, Francesca Archibugi, Dario Argento, Marco Tullio Giordana, Giuseppe Tornatore, Matteo Garrone, Ferzan Ozpetek, Paolo Virzì, Sabina Guzzanti e altri ancora).

Zoom d’oltreoceano, Simone Dubrovic ci tiene a sottolinearlo, è stato realizzato grazie anche alla collaborazione di altri professori italiani attivi in America. “E’ un libro collettivo che riflette diversi percorsi intellettuali e differenti rapporti con il cinema e il lavoro dei registi italiani. Ha rappresentato per tutti noi un momento di vero entusiasmo, la possibilità di esprimere concretamente il nostro amore profondo per il cinema italiano e anche, simbolicamente nella sua forma di raccolta di interviste, il fatto che noi continuiamo ad avere un dialogo con il nostro paese per tramite di quelle immagini che lo raccontano, anche quando i registi decidono di girare all’estero, perché lo fanno obbedendo sempre a prerogative italiane. Pur sembrando non facile coinvolgere tante persone e tanti nomi il libro è nato in un clima di tranquillità estrema, con naturalezza, senza forzature o difficoltà. I registi che hanno accettato di incontrarci hanno mantenuto le loro promesse e la loro disponibilità, gentilezza, apertura non ci hanno fatto rimpiangere l’assenza di coloro che invece non hanno neanche risposto alle nostre lettere o telefonate. Nessuno dei registi ci ha deluso, tutti hanno potuto parlare liberamente di temi molto vasti, non solo legati al cinema”.

Nel dipanarsi dei dialoghi emerge un elemento di grande interesse, quello relativo all’immagine che il cinema italiano di oggi dà del nostro Paese all’estero. Ma il nostro cinema, oggi, può mediare un’immagine dell’Italia tale da destare lo stesso interesse dei film del dopoguerra o del periodo del ‘boom economico’? “Penso che il cinema italiano di oggi possa aiutarci, nel confronto con gli americani, a chiarire che il cinema del dopoguerra e del boom rappresenta un mondo che non esiste più, un mondo che è inevitabilmente cambiato e che chiama a un nuovo sforzo di conoscenza, a uno svecchiamento delle interpretazioni e degli irrigidimenti stereotipici. I registi non hanno certo dimenticato la grande lezione dei maestri del passato ma ne hanno, come dire, utilizzato la forza di linguaggio per sviluppare la rappresentazione nuova, l’evoluzione,o involuzione, a seconda dei casi, del nostro paese, le sue nuove sfide anche sul piano della multiculturalità, fenomeno ancora nelle sue fasi aurorali in Italia ma con cui bisognerà cominciare a confrontarsi sempre più seriamente”. (Simonetta Pitari-Inform)


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