STAMPA ITALIANA
ALL’ESTERO
Dal “Corriere Canadese”
Il re del folk friulano torna in Canada dopo dodici anni
Mini tournée di Dario Zampa a Toronto, Hamilton e Windsor:
ha raccontato con la musica mezzo secolo di storia della sua Regione
TORONTO - «Le canzoni, in generale, rispecchiano più
fedelmente dei libri di storia i cambiamenti, gli umori, i fatti che determinano
la vita di un popolo». Si presenta così Dario Zampa, artista poliedrico e icona
della cultura friulana, in occasione della sua mini-tournée canadese tra Toronto,
Windsor e Hamilton. Cantautore popolare, scrittore, ideatore e presentatore
di trasmissioni tv, e politico, è stato ad un passo dalla presidenza di “Ente
Friuli nel Mondo” alle elezioni dello scorso giugno. A luglio è uscito il suo
ultimo disco, “Voe di identitât” (“Voglia d’identità”), l’undicesimo lavoro - dopo
una pausa discografica lunga 10 anni - che contiene quattro nuove composizioni,
due canzoni italiane tradotte in friulano e due rivisitazioni del grande Pasolini.
Primo caso nella storia in Friuli, a fine agosto ha addirittura officiato un
matrimonio in lingua friulana nella “sala del Popolo” del comune di Udine, delegato
dal sindaco Furio Honsell. Dopo dodici anni Dario
Zampa ritorna in Canada per parlare di identità e raccontare, attraverso le
canzoni, la storia della sua Regione degli ultimi 50 anni. Il re del folk friulano
si è esibito venerdì sera al Fogolâr Furlan
di Windsor, sabato sera alla Famee Furlane di Hamilton. Gran finale ieri alla Famee Furlane di Toronto, in cui ha proposto un elegante concerto
in compagnia di “Vinz e i ragazzi italiani”, e ha
rivolto un pensiero al presidente della Famee Luigi
Gambin, scomparso martedì scorso.
Quando è stata la prima volta che è venuto in Canada?
«La prima volta fu nel 1974. Del Canada ho un bellissimo
ricordo: fu il primo Paese a “credere” in quello che avevo iniziato a proporre
artisticamente nei primi anni Settanta. L’ho visitato in lungo e in largo, per
ben 6 volte, da Halifax a Vancouver. Sicuramente ha contribuito nello spronarmi
a continuare su quella strada, e sono ancora qua».
Cosa significa per lei riabbracciare i suoi corregionali
all’estero?
«È un’emozione straordinaria. In quell’abbraccio c’è
un qualcosa che ci unisce, che va al di là dell’atto materiale. C’è il cuore,
l’anima di una identità che ci accomuna anche se non ci conosciamo, se non ci
siamo mai visti».
Come ha reagito alla notizia del decesso di Luigi Gambin, presidente della Famee Furlane
di Toronto?
«La notizia mi ha veramente colpito. In Friuli pochi
sapevano delle sue condizioni di salute, dunque, per molti è stato un fulmine
a ciel sereno. Lo avevo incontrato lo scorso anno a Vancouver (in occasione
del 30º anniversario del Fogolâr, ndr) e ci tenevo
a rivederlo a Toronto. Purtroppo il destino ha deciso così».
Lei è un artista eclettico, un punto di riferimento della
cultura friulana. Qual è il segreto del suo successo?
«Non ci sono segreti! C’è solamente la grande passione
per la mia terra, per la mia gente. Il rispetto per chi, prima di me, ha mantenuto
vivi i valori, la lingua... Sento il dovere di mantenere vive queste realtà,
certo che un domani saranno ricercate quando ci accorgeremo di essere soltanto
un “numero” in questo mondo globalizzato. Per quanto riguarda la politica, l’“Ente
Friuli nel Mondo”, etc. Per il momento sono “perdente” per il semplice fatto
che ci metto il cuore e l’anima in queste cose: questi due elementi non sono
tanto gettonati. Non mi dispero, anzi, continuo il mio impegno con una libertà
e una serenità che mi fa star bene».
A luglio è uscito il suo ultimo disco, “Voe di identitât” (“Voglia d’identità”,
ndr). Come nasce questo disco?
«Nasce, come dicevo nella prima risposta, dalla voglia
di segnalare attraverso le canzoni momenti di vita, passaggi naturali che inevitabilmente
si susseguono in ogni identità. Le identità cambiano. In Friuli, fra 20 anni
avremo anche noi qualche sindaco albanese, qualche consigliere marocchino,
è normale. In Canada, i giovani figli di friulani sono
canadesi. Ed è giusto sia così, ma nessuno può proibire loro di essere “orgogliosi”
di avere radici friulane, di mantenere un contatto con la terra di origine.
Pasolini queste cose le diceva cinquant’anni fa. Per quanto riguarda le traduzioni
dall’italiano, l’idea è nata dall’incontro che ho avuto con Sergio Endrigo e
Bruno Lauzi. Tutti due questi artisti sono stati in Friuli, hanno cantato in
friulano, e diversi artisti locali hanno tradotto dei loro testi in friulano».
Il primo album è del 1975 “Mandi vecjo
Friûl”. Quali sono i ricordi più belli di questi 35
anni di carriera?
«Ne ho tanti che mi è difficile ricordare qualcuno in
particolare. Posso riassumere il tutto dicendo che mi sento un uomo fortunato
per aver vissuto emozioni straordinarie».
Cosa significa oggi la parola “identità”?
«Il piacere di essere qualcuno. E non è poco. Tutte le
cose e le persone con le quali convivi - centra anche il carattere, il clima,
la storia - fanno sì che tu sia quello che sei. Se poi tutto è basato sul denaro,
come oggi succede, è chiaro che l’identità interessa a pochi».
Cosa pensa dei “fogolârs”,
fortemente presenti in Canada e sparsi un po’ in tutto il mondo? È d’accordo
con la proposta di Pietro Pittaro e di alcuni politici
regionali (mi riferisco a Molinaro e Fontanini) di trasformare i club friulani in partner commerciali
della Regione FVG?
«Posso anche essere d’accordo se però, alla base, rimane
in primo piano l’identità, quella identità che ha fatto nascere i Fogolârs Furlans. Se l’immagine
del Friuli deve essere solo commerciale non serve più l’Ente. Bastano le Camere
di Commercio: sono più attrezzate e friulane anche quelle. Guai se viene a mancare
lo scambio culturale».
Primo caso nella storia in Friuli, sabato 28 agosto ha
officiato un matrimonio in lingua friulana nella “sala del Popolo” del comune
di Udine, delegato dal sindaco Furio Honsell. Da chi
è nata questa idea? Cosa ha provato nel rivestire questo ruolo, a dir poco particolare?
«L’idea è nata dai due sposi. Sinceramente neanche sapevo
che un cittadino qualunque può unire in matrimonio una coppia di sposi. Ero
emozionato più degli stessi sposi, con tanto di fascia tricolore».
Qual è l’aneddoto più divertente della sua “vita sul
palco” che vuole regalare ai fan italo-canadesi?
«Ricordo uno spettacolo in un college presso Toronto,
con oltre 1000 spettatori dove ho diviso il palco con don Ermanno Bulfon, quel prete che aveva la grinta e il coraggio di esprimere
la sua identità e la sua fede, senza paura. Aveva qualcosa di “umano” che lo
rendeva “divino”. Ho imparato molto da lui».
Dopo una carriera piena di successi, ha ancora qualche
sogno nel cassetto?
«Ne ho molti, pur sapendo che forse non si avvererà nessuno.
Avrei piacere che alcune mie canzoni, ancora attuali, fossero riprese dai giovani,
lasciando loro la libertà di arrangiarle a piacimento. Ho scritto un libro sulla
mia vita artistica, politica, privata, sui viaggi, che forse sarà pubblicato
a breve. Avrei piacere collaborare con l’“Ente Friuli nel Mondo”. Vorrei creare
un “movimento” di giovani tutto friulano. Ho nel cassetto un progetto che si
chiama “FriulFest”, un “Mittelfest” (kermesse culturale che si svolge a Cividale del Friuli e sviluppa le relazioni fra