MONDO SCALABRINIANO
Renato Zilio: “Monaci come i migranti...”
LONDRA - “In nome del Dio Unico, Padre, Figlio e Spirito santo!” Così iniziava
all’alba la preghiera cantata e ripetuta per ben tre volte: riassumeva il credo
di due fedi, l’unicità e la trinità di Dio. Alle quattro del mattino era la
nostra preghiera al monastero trappista, mentre subito dopo la moschea vicina
lanciava il suo primo appello alla preghiera. Quasi una concorrenza tra credenti,
ma che Dio, il Misericordioso, perdona volentieri... È questo il ricordo che
mi insegue da anni, vivendo un paio di mesi con i monaci trappisti di Tiberhine.
Mai avrei pensato che quelle voci sarebbero state spente un giorno dal taglio
di un coltello. Facendo di loro degli agnelli offerti in sacrificio. A Dio e
all’umanità.
Testimonianza viva di una Chiesa povera,
fraterna ed umile in terra d’Islam questa comunità monastica era destinata a
farsi feconda come un chicco di grano caduto nella terra. “Qui bisogna svuotarsi.
Prendere il cammino della kenosis,”
ricordava evangelicamente un vescovo. “Bisogna accettare di essere inefficaci.
Vivere in un paese islamico solo come una presenza di preghiera e di solidarietà.
E farlo come il Cristo, fino in fondo!” Sì, straordinaria vocazione: essere
là unicamente come “uomini di Dio.”
Guardavo il vecchio monaco Amedée prendere
il tè con gli operai musulmani del monastero. “È la mia seconda eucaristia!” mi soffiava in un orecchio con devozione.
Vedevo per mezzo di un semplice pezzo di pane e del tè quale grande senso di
comunione respirasse con loro e con tutto un popolo, con il quale condivideva
le sorti da tanti anni... Non stentavo per nulla a credergli. E rimanevo ammirato
di una così grande e difficile spiritualità. Quella dell’incontro con l’altro.
Al monastero si viveva intensamente l’ospitalità,
l’accoglienza dell’altro. Chiunque, infatti, era accolto fraternamente con cuore
aperto e gioioso. “Per comprendere l’altro
non bisogna conquistarlo,”scriveva Louis Massignon,“ma farsi suo ospite. Perché la verità si trova
nell’ospitalità.” L’ospitalità, l’accogliersi reciprocamente, il
far posto alla verità dell’altro è sempre un meraviglioso segreto per comprendersi.
Per capire che“i sistemi si oppongono,
ma le persone si incontrano.” E sanno costruire, spesso, una storia di relazioni
nuove e inedite, di orizzonti più vasti o di ponti miracolosamente estesi. Sull’abisso,
a volte, delle nostre immense differenze. Come questi monaci.
Mi risuonano, ancora, le parole ascoltate
nel Maghreb: “Il centro di gravità della
Chiesa non si trova in se stessa. E neppure nel suo rapporto con Dio. Ma si
trova nella relazione di Dio con il mondo, che ha tanto amato... e in questo
A notte fonda, la preghiera con loro era
scendere in una semplice, accogliente chiesetta monastica con la coscienza di
trovarvi dei testimoni di una vita originale. Quella di noi, emigranti. Anch’essi
camminavano sul filo del confine tra un mondo e un altro, tra una cultura, una
lingua ed altre ben diverse, tra una religione ed un’altra immensamente differente.
Liturgia mista, allora, in francese e in arabo. Quando, però, iniziavano i melismi
e le melodie della lingua araba mi veniva sempre una stretta al cuore. Sapevo
che era una lingua di cui i musulmani sono gelosi: lingua sacra, per eccellenza.
Si trova sulla bocca stessa di Dio. Ma per i monaci era segno del loro amore
per questo popolo e la loro cultura. In fondo, però, era la stessa cosa, l’amore non
è forse il vero nome di Dio?
Alla fine della liturgia, un trappista
spegneva tutte le luci e si rimaneva in un buio completo. Tutti fermi e immobili
nell’oscurità anche per un’ora. Mi dicevo, allora: “Adesso
sì che entriamo nello spirito di preghiera... ” Questo tempo per Dio, tutti
insieme, in un silenzio prolungato nutriva la nostra anima, ci faceva toccare
con mano la gratuità, la fiducia e la povertà della nostra fede. E insieme,
naturalmente, la grandezza di Dio.
“Il
nostro monastero, a dire la verità, era sconosciuto a tutti,” ricordava recentemente
Jean-Pierre, monaco sopravissuto, “ed è ormai diventato una lampada... sopra il
moggio. Sopra il mondo. Brilla di una luce che non si spegnerà mai. Mentre coloro
che li hanno uccisi, dopo essersi trovati di fronte a sette monaci, sette agnelli
sgozzati, avranno ben sentito forse dentro, nel più profondo, la voce di Dio...”
Parole di speranza e di perdono le sue.
Null’altro il mondo si attende. Per vivere. (Renato Zilio*-Inform)
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Missionario a Londra