IMMIGRAZIONE
Presentato a Roma il XX Dossier statistico curato da Caritas/Migrantes
Cinque milioni i cittadini stranieri regolarmente residenti
in Italia
Pittau: “Cresce il fenomeno, ma sembra diminuire
la capacità di inquadrarlo con sguardo libero da pregiudizi e paure”
ROMA – Raggiungono la soglia dei 5 milioni i cittadini
stranieri regolarmente residenti in Italia, un numero che il Dossier statistico
Immigrazione 2010 di Caritas/Migrantes, presentato
stamani a Roma e in 20 città italiane, segnala cresciuto di 10 volte rispetto
al 1990, data a cui si riferisce la sua prima pubblicazione (nel 1991). “Tuttavia,
mentre il fenomeno cresce, sembra diminuire la capacità di inquadrarlo con sguardo
libero da pregiudizi e paure - avverte Franco Pittau, coordinatore del Dossier, aprendo l’incontro nella
capitale, presso il Teatro Orione.
Affidato alle parole di mons. Enrico Feroci, direttore
della Caritas diocesana di Roma, il ricordo di don Luigi Di Liegro,
fondatore del Dossier: “un grande prete romano, vicino agli immigrati, che ebbe
la grande intuizione di approfondire una conoscenza indispensabile a qualsiasi
intervento in tema di accoglienza e integrazione”. Feroci ricorda che nel 1990,
al momento dell’approvazione della legge Martelli, primo strumento legislativo
adottato in materia di immigrazione in Italia, l’allora direttore della Migrantes, Silvano Ridolfi, affermava
che: “se abbiamo chiesto per gli italiani emigrati all’estero giustizia e rispetto,
altrettanto dobbiamo fare per chi immigra nel nostro Paese”. Un impegno che
il Dossier statistico ha sempre tenuto presente, contribuendo con la raccolta
dei dati illustrati ad allontanare pregiudizi o deformazioni di prospettiva
che potessero incidere sul mancato riconoscimento dei diritti dovuti ai nuovi
arrivati.
“Il primo atto di carità cristiana, come don Di Liegro aveva ben presente – aggiunge Feroci, - è l’umiltà
di chi riconosce di non sapere abbastanza riguardo a ciò che accade. Il Dossier
è al servizio di coloro che vogliono conoscere di più, per interventi sociali
mirati, per ricordare che l’immigrazione resta soprattutto una preziosa occasione
per approfondire la conoscenza reciproca, la conoscenza umana”. Per Feroci,
sulla scorta di ciò che già affermava Di Liegro, è
necessario sconfiggere la paura, affrontare e risolvere i problemi che la convivenza
con nuove collettività necessariamente comporta, maturare un proficuo rapporto
di collaborazione tra istituzioni pubbliche e volontariato che promuova la condivisione
di ciò che si ha con i meno fortunati. “La considerazione delle esigenze degli
ultimi – conclude – ci spinge a riconsiderare ciò che è per noi necessario in
base alla gravità delle loro mancanze”.
Franco Pittau ha ricordato
come l’Italia sia divenuta in questi ultimi anni “un Paese in affanno”. “Se
prima, anche dinnanzi alle difficoltà, c’era più fiducia rispetto al futuro
- ha aggiunto, - ora dati come la perdita di competitività nel commercio internazionale,
un debito pubblico sempre crescente, un mancato ammodernamento del sistema produttivo
condizionano negativamente l’economia, ma anche la nostra percezione soggettiva
dell’Italia”. Proprio rispetto a queste difficili condizioni l’immigrazione
risulta funzionale: “rimedia alla carenza di manodopera italiana – segnala Pittau
(negli ultimi 10 anni su 2 milioni di over 65enni,
solo 1 milione è la quota di lavoratori italiani subentrata ai pensionamenti),
- e contribuisce allo svecchiamento del Paese”. “Gli immigrati oggi sono il
10% della forza lavoro e alcuni settori produttivi si fermerebbero senza il
loro impegno – afferma il coordinatore del Dossier statistico. – Pensiamo al
lavoro domestico o a lavori particolarmente pesanti che gli italiani non sono
più disposti a fare”. Quest’ultimo dato è confermato dai lavoratori immigrati
che svolgono un lavoro che non sfrutta tutte le professionalità e le qualifiche
possedute: “un numero 4 volte maggiore rispetto a quello degli italiani – ricorda
Pittau. - Gli stranieri, inoltre, contribuiscono con
l’11,1% alla quota di Pil nazionale, per non parlare dello squilibrio tra i
contributi versati all’Inps e i servizi ricevuti” (essi sono per la maggior
parte giovani e parte della forza lavoro attiva). Molti nuovi arrivati hanno
dato il via a piccole o medie imprese, creando a loro volta posti di lavoro.
Pittau ritiene il compito della politica
su questo fronte decisivo, ma ancora insufficiente. La rigidità normativa, poi,
risulta particolarmente dannosa: “si pensi al tempo massimo di 6 mesi concesso
all’immigrato alle prese con un licenziamento e con la ricerca di un nuovo lavoro
- rileva. “Non si tratta di minimizzare i problemi,ma l’integrazione comporta
investimenti di risorse – egli conclude, segnalando la necessità di trovare
un maggiore equilibrio tra contributi versati dagli immigrati e risorse spese
per politiche a loro rivolte, che non si limitino al semplice contrasto dei
flussi irregolari (un capitolo del Dossier viene dedicato quest’anno al calcolo
tra costi e benefici legati all’immigrazione). Un maggior rigore viene sollecitato
inoltre da parte degli addetti all’informazione, specie per sfatare il facile
connubio tra criminalità e immigrazione.
Espone il punto di vista degli immigrati Radwan Khawatmi, imprenditore (la
sua azienda occupa più di 500 dipendenti per un fatturato di 50 milioni di euro
l’anno), soffermandosi sulla vivacità e sul contributo apportato dagli immigrati
all’economia italiana. “Noi, nuovi italiani – afferma – vogliamo contribuire
a superare le crisi economica”. Sul fronte legislativo, Khawatmi sollecita un ripensamento della legge Bossi-Fini,
“oggi divenuta inattuale” dice, e interventi orientati alla tutela della libertà
di culto (con una regolamentazione dei luoghi e del ruolo degli imam) e al riconoscimento
di pari diritti. Si sofferma in particolare sul diritto di voto amministrativo,
materia su cui l’Italia ha recepito una direttiva europea senza alcun esito
legislativo, al momento. “L’integrazione è un processo irreversibile che si
fa da entrambe le parti. Oggi al Parlamento giace la proposta di legge sul voto
per i cittadini immigrati che gode di una maggioranza qualificata, ma questo
governo sta facendo di tutto per non metterla in discussione. Non si deve temere
nulla dall’esercizio di un diritto democratico – conclude Khawatmi
– e non si può parlare di integrazione ed inclusione se poi si escludono gli
immigrati dalle decisioni che riguardano anche la loro vita”.
Per Guerino Di Tora, presidente della Commissione migrazioni della Conferenza
episcopale del Lazio, già direttore della Caritas diocesana, “l’immigrazione
è una realtà che ci invita ad una presa di posizione capace di orientarsi verso
il bene comune”. “La chiesa ha sempre formulato i propri insegnamenti partendo
da un’osservazione sul campo – prosegue – e ciò che viene segnalato a proposito
dell’immigrazione molto deve alla nostra esperienze di assistenza agli emigrati
italiani all’estero e ai nostri centri di ascolto destinati ai coloro che versano
in situazioni di difficoltà”. Di Tora ricorda, inoltre, che “dal dato del multiculturalismo,
oggi effettivamente riscontrabile in Italia, dobbiamo proseguire verso la strategia
dell’interculturalità, che non è giustapposizione di culture ma dialogo e confronto
costruttivo tra le stesse”. “Non si tratta di rinunciare alla nostra identità
– conclude Di Tora – né di promuovere alcuna indulgenza
nei confronti delle regole, ma piuttosto di aggiornare l’agenda pubblica e gli
atteggiamenti personali evitando i condizionamenti dettati dalla paura. L’immigrazione
può aiutarci a riscoprire una voglia di riuscire che abbiamo in parte perduto,
essa costituisce una ricchezza aggiuntiva segno dei tempi, una potenzialità
che dobbiamo mettere a frutto anche guardando ai 150 anni di unità nazionale”.
Ha portato i saluti del presidente della Regione Lazio
Renata Polverini - assente per impegni istituzionali – l’assessore al
lavoro e alla formazione Mariella Zezza, che ha illustrato
le iniziative della nuova giunta regionale in materia di sostegno alle imprese,
al lavoro, all’inclusione sociale e scolastica degli stranieri residenti in
Regione. “Oggi gli immigrati hanno raggiunto un livello di partecipazione alla
vita economica e sociale – afferma Mariella Zezza – che non può essere sottovalutata. E’ necessario quindi
improntare la nostra azione tenendo conto degli effetti e delle conseguenze
di questa importante presenza”. Per l’assessore è prioritaria una revisione
della legge per l’acquisizione della cittadinanza italiana dei figli nati nel
nostro Paese da cittadini stranieri. “Un segnale forte su questa tematica –
conclude – deve arrivare dalla politica”. (