INFORM - N. 199 - 26 ottobre 2010


INTERVENTI

Franco Pittau: “Non è concepibile il futuro dell’Italia senza lavoratori immigrati”

 

ROMA - Gli immigrati sono stati utili per rimediare alle carenze di manodopera in diversi settori. Si tratta all’incirca di due milioni di persone, che incidono per circa il 10% su tutti gli occupati. L’inserimento è avvenuto in misura massiccia nel settore familiare, in edilizia e in agricoltura, e in misura comunque consistente in molti altri comparti.

Nel mese di settembre 2009 sono state presentate quasi 300 mila domande per la regolarizzazione delle posizione degli immigrati presso le famiglie, ma il loro contributo è fondamentale su un piano più generale, come ha ricordato alcuni mesi fa il primo sciopero degli immigrati in Italia.

Innanzi tutto, questi lavoratori svolgono una funzione complementare rispetto agli italiani, ai quali indirettamente garantiscono più soddisfacenti opportunità occupazionali. Basti pensare che 4 immigrati su 10 sono occupati a livello inferiore rispetto alla loro formazione, svolgono le prestazioni in orari disagiati (di sera, di notte e di domenica) e percepiscono una retribuzione più ridotta rispetto agli italiani (mediamente al mese 971 euro, -23%).

Il loro apporto alla creazione del Prodotto Interno Lordo è notevolmente superiore alla loro consistenza numerica; essi incidono per il 7% sulla popolazione residente, dichiarano al fisco annualmente 33 miliardi di euro e incidono per più dell’11% sulla produzione della ricchezza.

Il confronto tra spese sociali per gli immigrati e tasse e contributi da loro pagati, va a vantaggio delle casse statali: si tratta in attivo di almeno un miliardo di euro l’anno, sicuramente molto di più se dalla semplice ripartizione delle spese sociali pro-capite si passa alla metodologia di calcolo basata sui costi aggiuntivi o marginali.

I lavoratori immigrati assicurano un grande supporto al sistema pensionistico perché pagano annualmente 7,5 miliardi di contributi previdenziali ed essendo ridotto il flusso degli immigrati che vanno in pensione, gravano in misura minimale sui bilanci previdenziali. Trattandosi di una popolazione giovane, con appena il 2,2% di ultrasessantacinquenni (tra l’insieme della popolazione residente 20,2%), questi benefici, seppure non nella stessa misura, sono destinati a durare: attualmente è pensionato 1 immigrato su 30 (tra gli italiani 1 su 4), mentre nel 2025 sarà pensionato 1 immigrato ogni 12 (e tra gli italiani 1 su 3).

Gli immigrati non solo occupano i posti loro offerti dagli italiani ma essi stessi ne creano con le loro imprese (213.267 a maggio 2010, con un tasso di crescita del 13,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Tra titolari, soci, figure societarie e dipendenti, l’imprenditoria degli immigrati coinvolge più di mezzo milione di persone.

Gli immigrati potrebbero essere di maggior supporto al “sistema Italia” ma in parte ne sono impediti da una rigidità normativa disfunzionale. La difficoltà nell’acquisire un titolo di soggiorno stabile pregiudica la concessione dei mutui, nel quale la quota degli immigrati dal 10% di alcuni anni fa è scesa al 6,6%, e incide negativamente sulla possibilità di costituire nuove imprese o di inserirsi nel mercato della compravendita degli immobili. Il periodo di sei mesi, concesso ai disoccupati per trovare un nuovo posto di lavoro, è eccessivamente ristretto nella patria del lavoro nero (che secondo l’Istat incide per il 12,2% sul totale del lavoro in Italia), anche in considerazione degli ulteriori effetti negativi recati dalla crisi occupazionale.

Servono passi in avanti non solo a livello legislativo ma anche a livello di mentalità per inquadrare in maniera adeguata la nuova società multiculturale, portatrice di differenze e, soprattutto, di possibili nuove sinergie. (Franco Pittau*-Inform)

*Coordinatore Dossier Statistico Caritas Migrantes


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