INFORM - N.197 - 22 ottobre 2010
EVENTI
Missione a New York: dalla parata
del Columbus day al meeting dell’Italian American
Labor Council
“L’Aquila nel Mondo” presentato da Letizia Airos e Mario Fratti alla New York University
L’AQUILA -
L’11 ottobre a New York, sulla Fifth Avenue,
si tiene la parata del Columbus day, anticipata
d’un giorno per ragioni organizzative. Ne avevo avuto percezione domenica mattina,
uscendo dalla Cattedrale di St. Patrick dopo la messa, quando già si
sistemavano le transenne lungo il percorso. C’è sempre attesa per la
parata. Fu un intraprendente italiano, Generoso Pope,
il 12 ottobre 1929, a dare inizio alla tradizione
con una sfilata da East Harlem a Columbus Circle,
all’angolo sud di Central Park. Da allora è cresciuta,
fino alle attuali dimensioni. Sono uscito presto, per guadagnare una buona postazione,
di fronte alla Trump Tower. E’ il
giorno dell’orgoglio italiano nella Grande Mela, come
in tutti gli States. Si sfila dalla 44^ fino alla 79^ Strada, un
bel percorso. Resto in piedi per quasi cinque ore, ma questa festosa esibizione
dell’Italian pride
vale proprio la pena di godersela tutta, fin oltre le tre del pomeriggio. In
tre ore e mezza sfilano 35 mila persone, questi i numeri a consuntivo. Cento
bande, tra quelle militari, dei corpi di polizia e dei pompieri, poi delle Scuole
Superiori e di qualche università. Bellissime e gaie nelle loro divise, tra
esse anche un paio di fanfare di cornamuse, con musici dall’immancabile gonnellino
a scacchi. Ma un’eccellente figura la fa la nostra Banda dei Carabinieri
in alta uniforme, che ruba applausi a scena aperta. Il giorno precedente aveva fatto
un’apprezzata uscita musicale a Times Square,
l’indomani terrà un concerto al Palazzo di Vetro dell’Onu, per richiamare
l’impegno dei Carabinieri italiani
all’estero in missioni di pace. A me la scena dà una certa emozione. Il pubblico
si diverte, applaude, si stima un milione di spettatori.
La parata,
aperta da una smagliante star televisiva con la fascia di Grand
Marshal, Maria Bartiromo,
mostra una sequela di personaggi, a cominciare dal sindaco di New York, Michael
Bloomberg, quindi il Console generale Francesco Maria Talò, i parlamentari italiani eletti
nella Circoscrizione estero centro-nord America, Basilio Giordano e Amato
Berardi, la delegazione del locale Comites, il presidente della Columbus Citizens Foundation, Frank Fusaro, con i suoi collaboratori. Poi i candidati
alla carica di governatore, Mario Cuomo per
i democratici e Carl Paladino per i repubblicani, e il candidato al Senato,
Joseph Dioguardi, nelle prossime elezioni
del 2 novembre. Tutti con seguito dei rispettivi comitati elettorali, trapunti
di tricolore. Sfila il commissioner dei Vigili
del Fuoco di New York, Salvatore Cassano, di origini napoletane, che
conobbi nel 2004. Segue una lunga serie di delegazioni in divisa: pompieri,
vigili urbani, poliziotti, doganieri, sceriffi, e quant’altri, tutti d’origine
italiana, a dimostrazione della profonda penetrazione nel tessuto civile della
Grande Mela e del prestigio che la nostra comunità s’è conquistato. D’altronde,
se ci fosse ancora qualche dubbio, lo sgombrano in corteo tutti i gruppi in
tricolore delle innumerevoli associazioni culturali, regionali, solidaristiche
e massoniche, queste con tanto di grembiulino, dello stato di New York e di
quelli vicini. Poi i carri simbolici trainati da potenti Suv,
e le rappresentanze dall’Italia
(comune di Roma, Consigli Regionali di Campania
e Calabria, province di Siracusa e Benevento, qualche sindaco
di paesini del nostro meridione con fascia tricolore), la troupe in costume
del musical italiano “Pinocchio”, la Scuola “Guglielmo Marconi”
di New York con i simboli del 150° dell’Unità d’Italia, e ancora molto,
molto altro che sarebbe lunghissimo raccontare. Davvero una prova di grande
orgoglio e d’attaccamento ai valori nazionali, che dovrebbe far vergognare certi
personaggi della politica italiana.
E’ il 12 ottobre.
Il mio Columbus day si svolge appena fuori
New York, a Valhalla, al Westchester
Community College, tranquilla università immersa nel verde che fa dimenticare
il parossismo della metropoli. Ci arriviamo, Fratti ed io, accompagnati dall’amico
Corrado Iovenitti, aquilano che vive a Larchmont,
elegante cittadina fatta di ville tra i boschi. Sua moglie Diana, lei pure d’origine
aquilana, lì ha fatto gli studi e conseguito la laurea. Ci accoglie il prof. Carlo Sclafani, docente di Letteratura italiana, nell’ala dell’ateneo
nuova di zecca con architettura di gusto italiano. E’ una perla di struttura,
ma non è dissimile dalle altre che accolgono le facoltà dell’ateneo, dodicimila
gli studenti. I fabbricati adagiati sulle collinette d’erba smeraldo non superano
i dieci metri d’altezza, non impattano, tutto è ordinato e pulito nei vialetti
e negli ambienti interni. Diversi campi sportivi fanno da cornice, è un paradiso
che invoglia allo studio. Ammiro l’ordine e la pulizia, penso alle nostre università
imbrattate con lo spray. La mia conversazione, qui la chiamano lecture,
si svolge nel teatro del College. Gli hanno dato il titolo: “Abruzzo comes
alive”. Il prof. Sclafani
e Mario Fratti mi presentano al pubblico. Parlo dell’Aquila e della
sua storia, dell’architettura e dell’arte d’una città straordinaria, ricca di
singolarità. L’uditorio è attento. Sono italiani, molti abruzzesi, venuti anche
da diversi chilometri di distanza, legati per qualche verso all’ateneo del quale
seguono le numerose attività culturali. Come questa, appunto, inserita nel programma
ufficiale del Mese della Cultura italiana, quest’anno dedicato a Maria
Montessori. Fratti parla della mia attività giornalistica
su tante testate all’estero, del mio ultimo libro che documenta anche il dramma
che ha colpito L’Aquila. Traduce poi il mio discorso in inglese, per
chi non ha più molta dimestichezza con l’italiano. Seguono numerose domande,
sull’Aquila del terremoto e sul futuro. Parlo dei problemi che ci assillano,
ma anche delle nostre speranze e della voglia di ricostruire la città, più bella
di prima. Ringrazio - anche a nome della città, in ragione dei tanti anni vissuti
al suo servizio come amministratore civico - per l’affetto e la vicinanza ricevuti
dalle comunità italiane nel mondo, per i gesti di solidarietà. Quell’ateneo,
infatti, ha ospitato per un anno di studi due ragazze dell’Università dell’Aquila.
C’è silenzio, qualche volto tradisce commozione, poi c’è un applauso liberatorio
che ci unisce tutti in un abbraccio. In chiusura si fa una puntata alla
sala esposizioni dell’ateneo. In mostra artisti d’origine italiana - sculture,
pittura moderna, fotografia - qualità rimarchevole. Esposte opere di Linda Butti,
Rose Marie Cherundolo, B.A. D’Alessandro, Annette
Delucia Lieblein, Eleonor
Grace, Joseph Giunta, Tony Parisi, Hank Rondina, Andrew T. Tavolario.
Il 13 ottobre
incontro molte persone. Saluto al telefono Laura Benedetti, aquilana
di vaglia, docente di Letteratura italiana prima ad Harvard poi alla
Georgetown University di Washington.
Avrebbe voluto che andassi anche alla sua università, ma è complicato ritagliare
un giorno in un programma già definito. Restiamo intesi che sarà per una prossima
occasione. Il 14, giovedì sera, è l’unico giorno piovoso. C’è la presentazione
del mio libro “L’Aquila nel Mondo” a Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University.
Si va in metro fino a Union Square, poi un paio d’isolati a piedi. Arriviamo a Casa
Zerilli-Marimò, sede del dipartimento di Studi italiani.
Con Fratti andiamo a salutare il direttore, prof. Stefano Albertini.
Affabile e molto cordiale, entriamo subito in confidenza. Nel suo studio, incredibile,
passa a salutarlo Gaetano Calà, amico mio di
Palermo, direttore generale di Anfe
Sicilia, l’associazione fondata nel 1947 da Maria Federici,
della quale sono delegato regionale per l’Abruzzo. Sono sorpreso. Si
ferma per assistere alla presentazione. In attesa d’iniziare l’incontro, approfitto
per visitare una bella mostra su Gabriele D’Annunzio ospitata nella Casa,
con molti preziosi cimeli del Vate. Arriva Letizia Airos. Alle 18 in punto s’inizia, nella sala biblioteca. Il
prof. Albertini porta il suo saluto, lieto d’ospitare l’evento, inserito
tra le manifestazioni approntate dall’Italian
Heritage and Culture Month, presieduto
da Joseph Sciame. La giornalista di America Oggi, Letizia Airos, presenta il volume del quale ha scritto la prefazione. Ne sottolinea
i pregi, richiama la funzione della stampa italiana all’estero e l’opera svolta
nel valorizzare le valenze degli italiani nel mondo attraverso
una straordinaria rete di relazioni e corrispondenze che hanno costruito una
grande comunità virtuale, alimentata giornalmente da notizie e immagini, dove
ognuno ritrova i segni delle proprie radici. Particolarmente gli Abruzzesi.
“Una rete che ha così potuto seguire in tempo reale i drammatici fatti del
terremoto fuori dell’informazione ufficiale - afferma Letizia Airos - attraverso il racconto di Palmerini
e delle altre voci che egli ha accompagnato fuori dall’Italia, offrendo uno
spaccato più diretto e vicino alla realtà”. Mario Fratti, per parte
sua, segnala l’impegno dell’autore nel promuovere le singolarità dell’Abruzzo
e dell’Aquila attraverso puntuali articoli sulla stampa italiana all’estero,
ma anche nell’esaltare il
migliore Abruzzo dentro e fuori i confini. Fatto che l’ha direttamente
riguardato: famoso all’estero, ma per molti anni non ritenuto profeta in patria.
Una barriera che è finalmente crollata. Del libro si è poi parlato, attraverso
le acute domande rivolte all’autore da Letizia Airos e poi dal pubblico convenuto. Ma si è parlato sopra
tutto dell’Aquila, di quale sia l’attuale stato e quali le prospettive per l’avvenire.
Tanti i luoghi comuni passati attraverso i mezzi d’informazione, come è passata
l’idea che la ricostruzione sia molto avanti. Queste alcune convinzioni all’estero,
ricavate specie dalla nostra televisione. Ho dovuto chiarire che così non è
affatto, che ci sono problemi immani da risolvere, quantunque la fase dell’emergenza
sia stata nel complesso molto efficiente, specie per la generosa opera dei tanti
volontari giunti da ogni regione, che hanno offerto al mondo una stupenda immagine
dell’Italia, orgoglio per ciascuno di noi e in particolare per gli italiani
all’estero. Ora, però, occorre ricostruire. C’è necessità di tante risorse per
far tornare allo splendore L’Aquila, città d’arte con un centro storico
tra i più vasti e preziosi d’Italia. C’è necessità dell’aiuto del mondo, ma
sopra tutto della vicinanza delle comunità italiane all’estero perché continuino
ad interessarsi e a seguire la rinascita della città e dei borghi. La
loro attenzione sarà utile a stimolare una ricostruzione sollecita e a sorvegliare,
insieme a tutti gli italiani, sulla trasparenza e sul miglior uso delle risorse.
La città è sana, ma vi saranno impegnate migliaia d’imprese esterne ed è necessario
essere sempre vigili. E’ presente anche Valentina Fratti, regista teatrale
di successo. Per L’Aquila ha scritto il dramma “Martyrs”
sui 9 Martiri Aquilani, già rappresentato a New York. Lo mette
liberamente a disposizione in Italia, per aiutare la città. Anche Mario,
suo padre, fa altrettanto con il suo atto unico “Garibaldi”, opera assai
adatta a celebrare il secolo e mezzo d’Italia unita. Una bella, intensa e magnifica
serata. Il prof. Albertini ringrazia, disponibile ad ulteriori collaborazioni.
L’ultimo impegno
ufficiale è per il 15 ottobre, venerdì sera, al meeting dell’Italian American Labor
Council, sodalizio che raccoglie i dirigenti d’origine
italiana delle Unions Trade,
i sindacati americani. Ci sono anche ospiti sindacali giunti dall’Italia. Vengo
accolto con calore dalla presidente
Julia Bastiani e dal
tesoriere Luigi La Carbonara,
dai quali ho ricevuto l’invito. Partecipo alla serata di gala durante la quale,
presenti il Console generale d’Italia a New York ed altre personalità della
comunità italiana, vengono consegnati gli Award a coloro che si sono
distinti nel corso del 2010 in vari campi d’attività
(il giudice Dominic Massaro, l’imprenditore Domenico Pinto,
la consigliera municipale Elizabeth S. Crowley,
il presidente della Carpenter Union 926 Sal Zarzana, la scrittrice Maria Terrone
e la docente Luoise Verdemare Alfano)
accrescendo il prestigio della comunità e rendendo onore all’Italia. Nel mio
breve intervento, dopo la cerimonia, ho ringraziato la comunità italiana, ampiamente
rappresentata, per la solidarietà offerta agli Aquilani. L’Aquila mai
potrà dimenticare. Ma ho anche richiamato il valore delle nostre comunità nel
mondo, specchio della migliore
Italia, che tanto può insegnare e tanto potrebbe essere utile
al Paese oggi, se solo la classe politica italiana conoscesse certe valenze
e sapesse investire sulle nostre comunità nel mondo, per un’Italia che unisse
in sinergia quella dentro i confini all’altra Italia all’estero, quei sessanta
milioni di connazionali che mostrano ogni giorno d’amare e rispettare la Patria molto più di chi la abita. La presidente, Julia
Bastiani, ha voluto anche annunciare l’intenzione
di destinare ad una prestigiosa istituzione culturale aquilana la somma raccolta
tra i dirigenti del Labor Council, 10 mila dollari circa, per il restauro di due pellicole,
danneggiate dal sisma, della preziosa Cineteca dell’Istituto Cinematografico
dell’Aquila. Sabato e domenica ancora a New York, da turista. Lunedì il
rientro in Italia. Appuntamento alla prossima missione, in Argentina, dal 26
ottobre al 6 novembre. Goffredo Palmerini*-Inform)
* La prima
parte di “Missione a New York” sul n. 196 di Inform, http://www.mclink.it/com/inform/art/10n19612.htm
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