INFORM - N. 190 - 13 ottobre 2010


RASSEGNA STAMPA

Su “La Discussione” intervista al sottosegretario agli Affari Esteri

Mantica: “I Talebani? Un esercito da cui difendersi”

 

ROMA - Il velo dell’ipocrisia sulle missioni di pace Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, l’ha sollevato da tempo: «Abbiamo bisogno di nuovi e più efficaci strumenti d’attacco in Afghanistan – dichiara alla Discussione il numero due della Farnesina – perché i Talebani non sono divisi in truppe disordinate, ma sono organizzati in un vero e proprio esercito che colpisce duramente. Cerchiamo, perciò, in maniera decisa, di prevenire gli attacchi nei nostri confronti».

Un’azione difensiva e preventiva, dunque, da realizzare, come ha annunciato il ministro della Difesa La Russa, armando di bombe i nostri aerei?

La Russa ha aperto un dibattito importante, nel giorno della morte dei quattro alpini, incentrato sull’opportunità che la presenza del contingente italiano in Afghanistan debba prevedere mezzi d’attacco, o se la missione deve proseguire attraverso un cambio di strategia, se cioè dobbiamo programmare la nostra presenza in quell’area in maniera diversa. Finora, abbiamo portato avanti una linea di difesa a Herat, una zona nella quale le istituzioni funzionano più che in altre parti del Paese e dove gli italiani hanno anche un discreto rapporto con la popolazione locale, prova ne è che quando fanno i rastrellamenti gli alpini della brigata Julia spesso dormono nei villaggi. Si sentono, cioè, abbastanza sicuri. Recentemente, inoltre, il generale Petraeus (il comandante della missione Isaf in Afghanistan, ndr) ha avuto parole di elogio per il comportamento dei militari del nostro Paese. Adesso, però, è corretto affrontare il problema sotto il profilo politico, oltre che militare.

E rivolgersi al Parlamento?

Sì, il Parlamento è sovrano e il dibattito va affrontato in quella sede. Finora sono 34 le vittime italiane in Afghanistan e, come ha detto giustamente Piero Fassino, responsabile Esteri del Pd, si tratta di persone cadute tutte per attacchi talebani. Non si può ignorare il fatto che questo esercito di professionisti del terrore si sta spostando in maniera consistente dalle aree meridionali di Helmand e Farah, dove agiscono i soldati americani ed inglesi, alla zona di nostra pertinenza, quella di Herat. Si tratta di formazioni di combattenti che sono stati in grado di piazzare un ordigno da oltre 100 kg. per sfuggire ai sensori dei nostri lince. E che ha ucciso i quattro alpini. Mi pongo una domanda, a questo punto: quando i soldati italiani individuano la presenza dei Talebani, possono mai mandare i mangusta o i predator (elicotteri da combattimento, ndr) per prevenire gli attentati? A questo mio quesito il Parlamento presto risponderà. E sono contento che il Pd in particolare abbia accettato il confronto, senza rifugiarsi in una reazione emotiva dopo l’assassinio degli alpini. Mi faccia, poi, aggiungere un particolare sulle attività talebane.

Prego.

Dobbiamo tener conto dei tre capitoli dell’agenda dei Talebani: la jihad, ossia i combattenti per l’Islam, quella afghana che riguarda i cosiddetti “nazionalisti” che vogliono scacciare lo straniero e l’oppio, che rende quel Paese il maggior produttore al mondo e dove c’è molta gente che vuole tutelare questa ricchezza. Senza considerare attentamente questi tre fattori, ogni azione messa in campo in Afghanistan risulterebbe incompleta. (Simona D'Alessio- La Discussione, 12 ottobre 2010)

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