INFORM - N.187 - 8 ottobre 2010


POLITICA INTERNAZIONALE

Al Sioi un incontro sul numero di Limes “Il ritorno del Sultano”

La nuova dimensione geopolitica della Turchia

Mantica: “Riportare il baricentro europeo sul Mediterraneo. La Turchia può operare come elemento di mediazione fra il sistema occidentale ed il mondo islamico”

 

ROMA – In occasione della pubblicazione del nuovo numero della rivista  di geopolitica Limes - titolo “Il ritorno del Sultano” - si è svolto a Roma, presso la sede della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi), un incontro sulla realtà geopolitica della Turchia. Il dibattito è stato aperto dal direttore di Limes Lucio Caracciolo che ha ricordato come, a partire dal prossimo 15 novembre, prenderà il via il master in Geopolitica  “Il mondo nuovo: le potenze dell’anarchia”, organizzato dalla  Sioi, dall’associazione di cultura internazionale Oltreillimes e da Limes.

Caracciolo ha spiegato come il titolo del numero della rivista si riferisca alla ritrovata dimensione imperiale della Turchia che rimane il principale erede di quell’impero ottomano che per secoli fu tra i protagonisti della storia europea e non solo. Una riscoperta di antiche pulsioni di influenza e di potenza, che la Turchia sta portando avanti nel vuoto geopolitico lasciato nell’area dalla fine della guerra fredda. “Ormai la Turchia – ha puntualizzato Caracciolo - ragiona da grande potenza non solo regionale. In tutto questo il discorso con l’Europa non è stato dimenticato ma è caduto in secondo piano, in quanto con il passare del tempo le opinioni pubbliche turche ed europee si sono disincantate sull’eventuale ingresso di questo paese nell’Unione europea”

Del dopo guerra fredda ha parlato anche il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica che ha evidenziato come “la recente invasione dell’Iraq da parte degli americani abbia fatto venire meno, mettendo in moto altri equilibri, l’illusione che gli Stati Uniti possano essere l’unica potenza in grado di regolare la vita di questa parte del mondo”.

“Questo nostro insistere sull’ingresso della Turchia in Europa - ha aggiunto il senatore Mantica dopo aver ricordato l’importanza dei Balcani e dell’Asia per la politica estera italiana - viene dato dalla convinzione profonda di dover riportare il baricentro europeo sul Mediterraneo”. Per il sottosegretario agli Esteri si assiste alla crescita politica ed economica della Turchia e al crollo dell’Egitto in qualità di garante, nell’ambito della strategia americana, di una presenza occidentale. Una crisi che apre uno spazio enorme nel Mediterraneo”. In questo contesto, la Turchia “può operare come elemento di mediazione fra il sistema occidentale ed il mondo islamico, divenendo per certi versi garante di alcune situazioni”.

“Il sultano sta dunque tornando - ha concluso Mantica - ma non è solo un fenomeno promosso in maniera autonoma dalla Turchia. Sono infatti in atto profondi cambiamenti tra gli assetti e gli equilibri dell’area che fanno capo alla Turchia e che la nostra politica del Mediterraneo deve imparare a guardare sempre di più”.

Dal canto suo Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes, ha spiegato come negli ultimi anni il governo turco abbia aperto gli archivi fiscali dell’impero ottomano anche per fare luce sull’acquisizione da parte di Israele dei territori utilizzati per l’espansione degli insediamenti. Appezzamenti privati che il governo israeliano, secondo la ricercatrice, avrebbe trasformato in pubblici attraverso l’utilizzo di un’antica legge agraria ottomana.

Marco Ansaldo, giornalista de “la Repubblica”, ha invece ricostruito i rapporti diplomatici intercosi, negli ultimi dieci anni, fra Israele e Turchia. Un’intesa un tempo solida, quella tra i due paesi, che si è andata deteriorando nel tempo fino allo strappo di questa estate, quando le forze speciali israeliane attaccarono la nave turca diretta a Gaza . “Oggi – ha affermato Ansaldo – la Turchia si guarda intorno a 360 gradi e non più solo all’Europa e credo che questo nuovo posizionamento sia intelligente”.

Yasemin Taskin, corrispondente del quotidiano turco Sabah e di Limes, ha sottolineato come a tutt’oggi l’esercito, dopo le riforme di stampo europeo portate avanti nel paese, abbia visto in Turchia decrescere la propria influenza. Una posizione, quella dei militari, che viene ulteriormente indebolita dalle recenti aperture democratiche del governo verso la questione curda. Un problema quest’ultimo, che invece viene visto dall’esercito solo in termini repressivi.

“A noi ci conviene stare con la Turchia in qualunque caso. - ha affermato Paolo Quercia, analista del Centro Alti Studi della Difesa.- L’Italia e la Turchia sono state molto condizionate dalla guerra fredda, è normale quindi che oggi si sentano più libere di muoversi in tante direzioni e trovino naturalmente dei punti di convergenza che io identifico particolarmente nei Balcani”. Per Quercia è conveniente “che il vuoto geopolitico dell’area sia occupato dalla Turchia e non da altri. Il neo ‘ottomanesimo’ non nasce dall’interno della Turchia, ma dallo sgretolamento dei paesi che le stanno intorno. In pochi decenni questo paese ha infatti visto scomparire l’Unione Sovietica, la Jugoslavia, l’Iraq, ed ha assistito all’isolamento internazionale dell’Iran e alla crisi dell’Egitto, tutte ex provincie ottomane”.

Secondo Quercia la nuova strada della Turchia, basata anche su una politica finalizzata all’azzeramento dei problemi con i vicini, conviene all’Italia, ma presenta dei rischi - come ad esempio la nascita di problemi con Israele, gli Stati Uniti e l’Unione europea - con eventuali pressioni da parte di queste realtà che la Turchia potrebbe sopportare, evidentemente, con maggiore facilità rispetto all’Italia. (Goffredo MorgiaInform)

 


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