INFORM - N.181 - 30 settembre 2010
INCONTRI
Nell’ambito
di “Sulle rotte del mondo”, incontro presso la Regione Trentino
Alto Adige
Oceania: culture e inculturazione
L’emigrazione
italiana in Australia negli interventi di Stefano Girola
(Università di Brisbane) e Ferruccio Pisoni (Trentini
nel Mondo)
TRENTO - Sì
è parlato del controverso rapporto fra culture e inculturazione nell'incontro
svoltosi nella sala di rappresentanza della Regione Trentino Alto Adige Sud
Tirol, nell'ambito della giornata dedicata all'Oceania. Ospiti Bruce Birch, ricercatore
all'università di Canberra, Australia, Stefano Girola,
docente all'università di Brisbane, Jackie Huggins, scrittrice e storica di
origini aborigene, Ferruccio Pisoni, già presidente
dell'associazione Trentini nel mondo. Moderatore Ferruccio Bertagnolli,
salesiano di Taio, da sua volta da molti anni in Australia.
Ad aprire i
lavori è stato Gerola: "Il multiculturalismo
- ha spiegato - è una costante della storia australiana, anche se formalmente
esso risale al 1972. E' una costante perché l'Australia ha accolto persone provenienti
da molti paesi diversi. In passato però la politica del governo era quella dell’assimilazione;
gli immigrati erano incoraggiati ad abbandonare la propria lingua e a imparare
l’inglese, assieme ad altri tratti della cultura anglosassone. Gli italiani
in Australia hanno dovuto affrontare il sospetto non solo degli altri australiani
ma anche della chiesa cattolica australiana, di matrice prevalentemente irlandese.
I siciliani ad esempio sono stati scoraggiati dal continuare a coltivare le
proprie tradizioni, comprese le feste religiose, con il risultato che tendevano
a collocarsi ai margini della società di accoglienza. Quando, nei primi anni
’70, la politica è cambiata, l’immigrato ha cominciato a contribuire in maniera
molto più forte alla crescita della società di accoglienza."
Birch ha spostato l'attenzione sul fattore linguistico: "La
lingua è la cosa più importante per una cultura. Per quanto riguarda gli aborigeni
australiani, la perdita delle proprie lingue ha significato la perdita di culture
millenarie, di un modo di vedere e interpretare il mondo circostante, l’ambiente.
E teniamo conto del fatto che questi popoli hanno una conoscenza incredibile
del proprio ambiente. In Australia le lingue aborigene non sono riconosciute
per nulla. Io lavoro in una comunità molto remota. Il 95% delle persone non
tentano affatto di imparare la loro lingua, non si accorgono nemmeno di essere
all’interno di un nuovo contesto culturale. Si tratta di una perdita gravissima.
In generale ogni società dovrebbe educare i propri figli ad abbracciare la diversità
e il multiculturalismo."
La signora Huggins
- come detto dal moderatore - rappresentava al tavolo dei relatori una cultura
quasi completamente annientata dai bianchi. “Quello che gli aborigeni hanno
sofferto - ha detto Bertagnolli nell'introdurla -
è una cosa ignominiosa per l’Australia, anche per la chiesa cattolica. La cultura
aborigena non ha bisogno di una o più macchine per ogni famiglia, non ha bisogno
di conti in banca. Eppure gli aborigeni vivono lo stesso e hanno molto da insegnarci,
contro il consumismo moderno.”
“Esistiamo ancora
– ha confermato la Huggins
– anche se abbiamo un’aspettativa di vita più bassa rispetto all’australiano
medio e ci troviamo molto in basso nella scala sociale per salute, istruzione,
accesso agli alloggi, accesso al lavoro. Abbiamo avuto una storia di incredibile
brutalità nel nostro paese, di massacri, espropri, spoliazione culturale. Ci
sono oggi in Australia circa 570.000 aborigeni, il 2% di tutta la popolazione.
Siamo però quelli che crescono più velocemente. Riguardo alle politiche del
multiculturalismo, gli aborigeni sono invisibili. Siamo ancora in mano ai capricci
del governo, cittadini di seconda classe. C’è insomma ancora molta strada da
fare, speriamo potranno farla le nuove generazioni. La storia va conosciuta,
va raccontata, va interpretata. Noi oggi siamo persone moderne, che vivono nel
presente, pensiamo al futuro come voi. Siamo una minoranza che lotta; per fortuna
a livello internazionale molta gente ci aiuta, appoggia le nostre rivendicazioni.”
Pisoni ha ricordato invece l’emigrazione trentina in Australia.
“Le prime persone trentine che lasciarono il Trentino per Australia, nel corso
dell’800, erano attirate dall’oro. L’emigrazione era un’avventura, non rimasero
a lungo. Le emigrazioni più consistenti avvennero fra le due guerre mondiali
(meno di un migliaio di persone) e poi negli anni ’50 (forse 2-3.000 persone).
Quando gli emigranti hanno contribuito a trasformare i paesi di origine? Non
moltissimo; i luoghi di origine rimasero in fondo più o meno gli stessi. Quanto
invece i trentini si integrarono nelle patrie di accoglienza? Una buona percentuale
di trentini ha conservato a lungo caratteristiche dei paesi di origine, dai
giudizi di valore ai principi di base all’attitudine al lavoro e così via. Dove
potevano farlo si sono aggregati e hanno riproposto fuori dal Trentino modalità
di esistenza simili a quelle dei paesi di origine, comprese le istituzioni di
autogoverno che avevano, qui, i comuni e così via. Gli inizi sono stati pieni
di sofferenze: molti lavoravano in miniera o nelle foreste, rimanevano lontani
per mesi da casa e dalle famiglie. Non conoscevano la lingua, nemmeno per chiedere
un passaggio lungo la strada. Poi col tempo le cose sono cambiate. Dal lavoro
in foresta sono passati al lavoro nei campi. Si sono lentamente integrati. La
volontà di aggregarsi non è sparita, anzi, si è rafforzata. Si è fatto più forte
il desiderio di ritrovare una storia comune, un linguaggio comune. In Australia
sono sorti 9 circoli trentini. Oggi molti non parlano più italiano: la conoscenza
delle basi linguistiche arriva alla seconda generazione, che però conosce anche
l’inglese. E’ rimasto tuttavia un forte sostrato culturale."
E l'evangelizzazione,
di cui si parlerà più diffusamente stasera nel palazzo della Provincia di Trento
, per la serata dedicata a padre Angelo Confalonieri? E' stata una storia di
luci e ombre. Alcuni missionari hanno cercato di difendere i diritti delle popolazioni
indigene, ma in generale, ha detto la Huggins, venne imposto agli
aborigeni un sistema di valori ad essi estraneo. La coscienza della necessità
di dialogare, non di imporre, e di valorizzare quanto di buono era presente
nelle culture autoctone, anche in Australia si è fatta avanti molto più tardi.
(Marco Pontoni/Inform)
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