MISSIONARI
ITALIANI ALL’ESTERO
“Sulle rotte del mondo”: incontro con don Nandino
Capovilla, responsabile di Pax Christi
in Palestina
Un prete veneto nell'inferno di Gaza
TRENTO - Quando sullo schermo della Sala della rappresentanza
della Regione Trentino Alto Adige - teatro nell'ambito di "Sulle rotte
del mondo" dell'incontro con don Nandino Capovilla,
responsabile di Pax Christi per le attività in Palestina
- scorrono le immagini del mare di Gaza, il combattivo sacerdote, per anni parroco
a Murano, non può fare a meno di dirlo, quasi in un sospiro amaro e rassegnato:
"Questo è un mare meraviglioso, molto migliore di quello della mia terra,
del Veneto, ma è il mare di una terra prigioniera di un incubo. Perché Gaza
è la più grande prigione del mondo". Parole ed immagini forti alla presentazione
del libro di don Capovilla, "Un parroco all'inferno", edito dalle
Paoline nel
In apertura don Capovilla sceglie
di proiettare le immagini di una sua intervista ad Abuna
Manuel Musallam, prete palestinese a Gaza, che è anche
il protagonista del suo libro - testimonianza. "Come essere umano, come
palestinese, e come arabo, prima che come cristiano e prete, finché avrò respiro,
testimonierò quello che ho visto e vissuto per anni nella prigione di Gaza».
Abuna Manuel ha trascorso 14 anni a Gaza, insieme
ai suoi parrocchiani e ai fratelli musulmani con cui ha condiviso gioie e dolori,
feste e lutti. E ai quali rivolge un chiaro messaggio: "Tra la schiavitù
e la morte io preferisco la morte".
Nel libro racconta la sua esperienza a Gaza: le frasi
di Vangelo inviate via sms a centinaia di famiglie per infondere forza e speranza;
il pane preparato nei locali della scuola per sfamare la gente; la convivenza
– eccellente – tra musulmani e cristiani, uniti dalla consapevolezza di appartenere
all’unico popolo palestinese; i brandelli di un’umanità ferita fisicamente e
moralmente, che però non abbandona mai la speranza. Chiudono il volume una lettera
aperta di Abuna Manuel a papa Benedetto XVI e l’estratto
di un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani nella Striscia
di Gaza.
Non ha dubbi, don Capovilla:
"Gaza è l’inferno, oggi. E' una prigione a cielo aperto. Elettricità, acqua,
gas, sono razionati, le frontiere sono controllate da militari israeliani e
la popolazione riesce a procurarsi cibo solo attraverso i tunnel. A tutto questo
si aggiungono gli effetti devastanti dell’operazione ‘Piombo Fuso’, messa in
atto da Israele il 27 dicembre 2008, quando i bombardamenti hanno causato più
di 5000 feriti e circa 1400 morti, di cui più di 300 bambini".
E' amara la sua riflessione: "Proprio i fatti di
queste ore ci dicono che la pace si allontana e che l'incubo continuerà. Anche
perché c'è un silenzio assordante da parte dei grandi mezzi di comunicazione.
Venerdì prossimo io sarò nel quartiere di Gerusalemme Est, sempre più smembrato
e colonizzato, a protestare insieme a David Grossman,
il grande scrittore israeliano che è testimone della possibilità che arabi ed
ebrei si impegnino, per davvero, a favore di una convivenza pacifica. Sfidando
chi, invece, punta solo sulla costruzione di muri e sulle divisioni. Quella
che si perpetua è una colossale ingiustizia ai danni del popolo palestinese.
Ci prendono in giro perché la pace sarebbe possibile domani mattina",
Don Nandino Capovilla aggiunge: "Quando papa Giovanni Paolo II disse
che non di muri ma di ponti aveva bisogno la terra di Palestina, descrisse mirabilmente
il nostro stato d'animo. Il paradosso è che il nostro impegno venga bollato
come antisemita. Quando invece cerchiamo di organizzare pellegrinaggi di giustizia,
di dare voce e dignità ad un milione e mezzo di persone che - e questo ancora
mi stupisce, sempre -, nell'assenza di speranza riesce a lanciare messaggi di
speranza. Ogni volta che ritorno a Gaza mi sorprendo: 21 mila studenti universitari,
il no ad una politica che punta a creare una società basata sui tunnel, dove
i collegamenti e le strade passano sotto terra, in quello che qualcuno vorrebbe
come lo Stato dei topi".
"