STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO
Sul
“Corriere Canadese” del 14 settembre, intervista esclusiva al presidente della
Camera dei Deputati
“Gli
Fini: le comunità hanno un ruolo trainante
per la cultura e il made in Italy
TORONTO - Il governo deve risolvere i problemi della gente, non passare da una campagna elettorale all’altra. Dal G8 dei presidenti delle Camere a Ottawa, Gianfranco Fini tiene il fiato sul collo di Berlusconi e Bossi e allontana lo spettro delle elezioni anticipate. Alcuni definiscono lo strappo del Pdl definitivo e finale mentre altri scommettono che il governo terminerà il suo mandato. Dall’altra parte dell’oceano il premier sfodera fiducia: «In Parlamento ci sono le condizioni per andare avanti fino al 2013» e il 28 settembre si discuteranno i cinque punti di rilancio dell’azione dell’esecutivo.
In una intervista
esclusiva rilasciata al Corriere Canadese, Fini parla a ruota libera del voto
agli
Stiamo
assistendo a continui tagli di fondi per la lingua e la cultura, tagli a rappresentanze
diplomatiche e ai contributi alla stampa all’estero. Lei condivide questo tipo
di interventi o pensa che il governo dovrebbe fare di più per gli
«Sono tagli dolorosi ma per certi aspetti inevitabili in quanto l’Italia, al pari di tutte le altre democrazie, ha dovuto fronteggiare una crisi che - dopo le note vicissitudini della Grecia - rischiava davvero di essere devastante. Certo, non sta a me dire se è stata fronteggiata bene, ma ridurre la spesa pubblica significava anche tagliare risorse che erano state destinate in precedenza a meritevoli e certamente necessarie iniziative: tra cui quella del sostegno alle comunità all’estero. Sarebbero stati opportuni tagli più selettivi invece che tagli lineari».
Parliamo
specificatamente dei tagli alla stampa all’estero. Perché secondo lei è stato
colpito pesantemente un settore che è rimasto uno dei pochi a difendere la lingua
e la cultura italiana all’estero. Qual è il disegno che si vuole perseguire
dal momento che sono già stati ripristinati i contributi all’editoria in Italia,
ai giornali di partito, alle radio e alle televisioni?
«In Italia c’è stata, secondo me, una polemica molto giusta contro i tagli ai finanziamenti all’editoria. Mi rendo perfettamente conto che a maggior ragione ci sia una polemica quando si risparmia o si lesinano risorse per i giornali che si stampano all’estero e che sono il veicolo per la nostra cultura».
Siamo
rimasti gli unici penalizzati perché forse, come dice qualcuno, siamo troppo
distanti e quindi “ininfluenti”. Ma il governo italiano si rende conto delle
ricadute negative di questo tipo di interventi sul business del made in Italy?
«Il ruolo delle
nostre comunità all’estero è sempre di più un ruolo trainante anche per l’economia
nazionale. Io ho l’impressione che ci sia - non in tutti, ma in molti - un’idea
vecchia sui nostri connazionali come se si stesse ancora parlando di lavoratori
con la valigia di cartone costretti ad andarsene lontani. Invece non è così.
Oggi le nostre comunità all’estero sono dei biglietti da visita per il nostro
Paese, sono dei veicoli commerciali per attrarre investimenti, per aumentare
Allora,
secondo lei, noi che siamo a migliaia di chilometri di distanza che cosa dovremmo
fare per farci sentire; alzare la voce o continuare a fare leva su una realtà
che sta continuando a tenere alto il nome dell’Italia fuori dall’Italia?
«Ricordo la prima volta che sono venuto in Canada, a Toronto nel 1994, ho partecipato a un comizio tutto in italiano perché non c’era bisogno di parlare un’altra lingua. A quei tempi, il semplice fatto di ipotizzare il diritto di voto - specialmente con il governo canadese che aveva molte perplessità - e addirittura che ci potessero essere in parlamento rappresentanti eletti all’estero era un sogno a occhi aperti che è poi diventato realtà. Sarebbe bello che, accanto a queste così rilevanti modifiche di tipo costituzionale, crescesse la consapevolezza che per l’import-export e per potenziare la nostra economia abbiamo bisogno delle comunità all’estero».
Questa
“Italia fuori dall’Italia” dovrebbe essere una risorsa e non un peso per il
governo.
«Devo dire che,
almeno da questo punto di vista, la mia cultura politica è sensibile e attenta
in quanto per molto tempo siamo stati gli unici a pensare a ciò che è poi diventato
realtà: non solo il diritto di voto all’estero ma addirittura la presenza nel
parlamento italiano di connazionali che risiedono all’estero. Quello che è riuscito
a fare Tremaglia (ex ministro per gli
Il “sogno”
di cui lei parla è diventato realtà ma, come abbiamo visto anche in occasione
del decreto Milleproroghe, in sede di voto i deputati e i senatori eletti all’estero
seguono solo le logiche di partito e mettono in secondo piano gli interessi
delle comunità all’estero.
«Questo appartiene al convincimento di ogni singolo deputato o senatore. Nella nostra Costituzione c’è scritto che ogni parlamentare agisce senza vincoli di mandato - e questo vale anche per la circoscrizione di cui è espressione, anche se è eletto all’estero. Vota secondo quello che gli dice la sua coscienza o secondo quello che gli dice la formazione politica di cui fa parte. Alla luce delle aspettative, io sono convinto che se ci fosse una maggiore solidarietà tra i palamentari eletti all’estero forse non sarebbe male».
A questo
punto il voto all’estero, voluto da Tremaglia e oggi motivo di discussioni e
spaccature, ha ancora significato così com’è?
«Sì, ma bisognerà organizzare meglio le modalità di espressione. E’ stata una grande conquista e, a patto che i parlamentari all’estero facciano più squadra e a condizione che vengano applicate nuove regole in modo tale di avere la certezza che non si verifichino più episodi come quelli che hanno determinato una serie di polemiche di cui stiamo parlando, il voto resta uno strumento validissimo e un sacrosanto diritto».
Passiamo
a un tema diverso. Lei parla di una cultura liberale ispirata ai diritti umani.
Prendiamo il tema “immigrazione”: qual è la sua visione in merito e può questa
ispirarsi in qualche modo al modello-Canada, quindi al multiculturalismo?
«È difficile ispirarsi a un modello canadese, non perché il modello non sia valido ma perché questo è un continente con 34 milioni di abitanti e una estensione geografica che è 33 volte l’Italia».
Ma sta
cambiando qualcosa in Italia?
«Io credo che oggi in Italia ci sia la consapevolezza del fatto che, per ragioni demografiche, sempre di più saremo una società multietcnica, e con tutti i problemi connessi. Al tempo stesso coloro che pensano che il carattere multietnico della società comporti esclusivamente dei diritti agli immigrati fanno un errore grave perché se accanto a una cultura dei diritti non c’è una cultura dei doveri il rischio è quello di una crisi di rigetto. Oggi leggevo un giornale del Québec che riportava la notizia di “un canadese su due contro l’immigrazione”. E questo dovrebbe farci riflettere. Secondo me in ogni società bisogna sottolineare l’aspetto del sacrosanto diritto di veder rispettati i valori della persona umana, però accanto ci deve essere tutta una cultura dei doveri: e cioè il dovere di lavorare, di rispettare la legge, il domicilio, il dovere di occuparsi della prole e di enfatizzare il valore del rispetto per le donne».
Per chiudere, mi può definire l’attuale situazione politica con una frase?
«E’ la situazione
di una democrazia che a volte discute in modo anche aspro e animato ma la legislatura
in corso va avanti perché gli italiani hanno bisogno di una politica che, pur
nella dialettica tra maggioranza e opposizione, risolva i problemi senza passare
da una campagna elettorale all’altra». (Paola Bernardini-Corriere Canadese/