INTERVENTI
Gianni Farina: “L’emigrazione italiana dall’Unità d’Italia
all’Unione europea. Il ruolo del Pd, oggi”
TORINO - La mia generazione, la generazione di molti
di voi, ha vissuto la fase più straordinaria della storia del nostro Paese.
L’esodo di massa, in un Dopoguerra italiano, per milioni di uomini e donne figli
di un’Italia sconfitta e umiliata dalla vergogna del totalitarismo fascista,
gli anni del sacrificio, del coraggio, delle discriminazioni e degli sfruttamenti
disumani. Abbiamo da poco ricordato le due tragedie più recenti - Marcinelle e Mattmark
- uniti all’impegno per riaffermare il diritto a vivere una vita degna,
da cittadini e cittadine nelle terre d’Europa e del mondo, realizzando
e costruendo, assieme agli altri popoli, un periodo lungo di pace e
di benessere.
Abbiamo partecipato alle grandi conquiste sociali e politiche.
Abbiamo contribuito alla realizzazione del processo di integrazione e di unità
dell’Europa.
Nessun altro Paese al Mondo può essere paragonato all’Italia.
Pur se iniziato in sordina prima dell’Unità d’Italia, attorno al 1820 appena
dopo le guerre napoleoniche, in poco meno di 60 anni, durante il Regno dei Savoia,
il movimento migratorio a partire dal 1880 si assestò attorno a 100 mila
l’anno, soprattutto dal Nord Est. Il culmine fu toccato nel 1913, quando le
partenze dall’Italia furono 872.598.
Sono numeri impressionanti. Vale la pena ricordare come
nel periodo che va dal 1861 al 1985 sono state registrate quasi 30 milioni di
partenze. Pensate, che al momento dell’Unità d’Italia, nel primo censimento,
la popolazione italiana era di 25 milioni. Un esodo di massa, come dicevo, da
tutte le regioni italiane. Riguarda sia il Nord, sia il Sud. Sia l’attuale tanto
celebrato Nord-Est, sia le regioni del profondo sud.
Le nazioni dove si diressero maggiormente i nostri antenati
furono Stati Uniti, Brasile Argentina. In questi tre Stati attualmente vi sono
circa 65 milioni di discendenti di emigrati italiani. I Padri Scalabriniani ritengono, addirittura, che gli oriundi, ad
oggi, siano circa 80 milioni. Una cifra imponente.
In Europa, invece, dove l’emigrazione è più recente,
i numeri di coloro che sono italiani o hanno intenzione di restare italiani,
sono ancora molto alti, nonostante un avanzato processo integrativo che
pone, pur tuttavia, a tutti (associazioni di emigrati , enti di tutela e formazione,
istituzioni), l’esigenza di un rapporto più maturo e consapevole dei problemi
che assillano le moderne società in cui le nostre comunità operano .
Vecchie e nuove forme di mobilità
A ciò va aggiunto un fenomeno nuovo, frutto in parte
dell’avanzato processo di unità politica ed economica dell’Europa e dell’inarrestabile
globalizzazione in corso. Ma anche, e purtroppo, per il mancato rinnovamento
della società italiana in ogni campo: economico, politico e culturale.
La cosiddetta fuga di cervelli, che io preferisco definire
“nuove forme di mobilità e nuovi mestieri”, non è che la conseguenza di una
società cristallizzata, in cui non vale tanto il sapere, quanto l’appartenere
ad una casta di privilegiati, che ha perso il senso della morale e dell’etica
civile della responsabilità.
La straordinaria novità della globalizzazione che avvicina
le genti, che dà a ogni nazione la possibilità di fornire prodotti, ma, anche
e soprattutto, soggetti pensanti e protagonisti di un nuovo ordine mondiale,
ha nel nostro Paese la spettrale immagine di un esodo senza ritorno.
Se ne vanno i migliori, i più coraggiosi, i ribelli della
lotta contro i nepotismi e le corruttele. Nulla arriva dall’Europa e dal mondo.
Il che ci fa dire come in questo periodo l’Italia non
venga considerata un Paese ove un soggetto intelligente e dinamico possa realizzare
i suoi obiettivi: di progresso e di protagonismo partecipativo e umano. Ecco
in gran parte il perché della nuova emigrazione intellettuale, che ha caratterizzato,
soprattutto, gli ultimi 10 anni (tra il 2001 al 2006 è stato registrato un incremento
del 53,2% dei laureate iscritti all’Aire).
Complessivamente, gli italiani con un passaporto sono,
oggi, quasi 4 milioni, in prevalenza concentrati in Europa, il 56 per cento.
Due dati curiosi:
L’Italia, lo Stato italiano con le sue istituzioni, come
si è rapportata a questa presenza italiana residente all’estero?
Nel Secondo Dopoguerra l’Italia avvia una politica emigratoria
Il primo accordo (bilaterale) che l’Italia firma con
un Paese estero in merito alla regolazione dei flussi è quello con
Prima, con la creazione nel 1901 del Commissariato Generale
dell’Emigrazione si rese l’espatrio tutelato dall’azione speculativa da intermediari
e agenti delle compagnie di navigazione, autori, in quel periodo, di enormi
arricchimenti. Poi, dal 1921 una serie di conferenze internazionali a Roma per
disciplinare i flussi migratori. Infine, dal Dopoguerra successivo al 2° Conflitto
Mondiale, l’Italia inizia a sviluppare una, pur insufficiente politica emigratoria.
Noi, come dicevo, la mia generazione, appartiene a questa
fase in cui si inizia a costruire il legame tra l’Italia e gli italiani all’estero,
mentre il fenomeno migratorio si inscrive pienamente nei 150 anni di storia
dell’Unità d’Italia.
Un dato ricorrente vale la pena sottolineare: non è solo
il maggiore disagio economico italiano a scatenare l’emigrazione, come i più
elementari principi economici ci insegnano, ma l’incapacità del
sistema economico italiano ad assorbire la manodopera eccedente.
Le caratteristiche del capitalismo italiano
Se pensiamo che la seconda fase migratoria (1901-1915)
coincide con l’industrializzazione italiana. Oppure al periodo degli anni ’60,
grande crescita del Paese e grande emigrazione dal Sud Italia verso il nord
e vcerso i paesi europei..
Perché in Italia è avvenuto? La mia risposta, attuale
ancora oggi: nessuna politica di sviluppo che si proponesse un reale processo
di unificazione dell’Italia repubblicana; un mezzogiorno immiserito in un assistenzialismo
che perdura all’infinito e diviene esso stesso cultura di vita.
Ciò spiega perché oggi, nonostante l’Italia sia divenuto
un Paese di immigrazione (quasi 4 milioni, nel 1. gennaio 2009 erano 3.891.295),
continui anche ad essere un Paese di emigrazione, in alcuni casi una nuova manovalanza
al servizio degli avanzati paesi dell’Unione europea (Germania).
Questo è il tratto economico che distingue l’Italia dagli
altri Paesi europei: crescita debole (0,5%, quando va bene) e insediamenti occupazionali
a macchia di leopardo.
Analizzando i cicli migratori e le aree di maggiore esodo,
si comprendono perfettamente le caratteristiche del capitalismo e dell’imprenditoria
italiana. È inconfutabile allora la seguente tesi: l’emigrazione
italiana è l’altra faccia dell’Italia. Compiuta questa analisi, non mi sento
neanche di dire che gli italiani all’estero sono una risorsa per l’Italia.
Essi sono parte integrante dell’Italia. Quindi, destinatari
di una politica dell’Italia, alla pari di tutti gli altri cittadini residenti
nel territorio nazionale.
L’emigrazione, l’altra faccia dell’Italia
Questa consapevolezza ha spinto noi italiani residenti
all’estero a condurre dagli anni ’60 in poi azioni di rivendicazioni per servizi
e diritti. Nel 1975 si svolge
Il rinnovato interesse, fa scaturire
Unitamente alle norme legislative che regolano l’insegnamento
della lingua e cultura italiana (legge del 1971, aggiornata dal decreto legislativo
del 1994 e dalla circolare dell’agosto 2003) e il recupero della cittadinanza
(la prima del 1912 e poi l’ultima del 1992, aggiornata nell’agosto 2006), in
tutti questi anni è stato costruito un complesso sistema legislativo che effettivamente
lega l’Italia agli italiani all’estero. Recidere questo legame mi pare,
francamente, alquanto miope e complicato. Aldilà delle volontà politiche
di ogni governo.
I legami istituzionali tra lo Stato e gli italiani all’estero
Il tema della conferenza “L’Italia e gli italiani nel
mondo. Quali prospettive per non spezzare questo legame”, non vorrei che desse
l’dea di una relazione statica, perché io penso soprattutto a come valorizzare
questo legame, dando così l’dea di una relazione dinamica, nella quale c’è un
dare e un avere; c’è un’evoluzione. Così come è avvenuta in 150 anni di storia
dell’emigrazione italiana nel mondo.
Certo, in questi ultimi anni è maturata la consapevolezza
che l’emigrazione italiana nel mondo è cambiata, perché oltre alle nuove generazioni
che sono cresciute nell’epoca della globalizzazione, va affievolendosi quel
legame affettivo che “legava”, questo sì, i connazionali al loro paesino di
origine.
Perciò io parlerei di relazioni e non di legami.
Si viaggia di più, le destinazioni si scelgono in base ai costi e alle tendenze
più in voga; il rientro in Italia non è più visto come progetto di vita; l’integrazione
nei paesi di residenza si sostanzia con l’acquisto della casa, simbolo della
stabilizzazione, o meglio, della “stanzialità dell’emigrazione
italiana”.
Queste sono analisi sociologiche. Noi, però, siamo un
partito che elegge i suoi rappresentanti in parlamento, e chi sta in Parlamento
produce politica: cioè leggi e normative che regolano gli interventi dello Stato
italiano a favore o contro gli interessi degli italiani all’estero. Una legge,
quindi, che può favorire o penalizzare. Voglio dirlo con franchezza, sono preoccupato
ma non pessimista.
I tagli scriteriati di questo governo
I tagli operati scriteriatamente dall’attuale governo
in ogni settore di intervento dello stato italiano all’estero, sono il
frutto di un’irresponsabile perdita di memoria storica e di incapacità di comprendere
quali sono i reali interessi dell’Italia nel mondo, forse e persino di un miope
disegno punitivo. Abbiamo combattuto questa politica ovunque, all’estero e nel
parlamento repubblicano, talvolta con successo, limitando al massimo più gravi
danni alle nostre comunità.
Non mi riconosco, tuttavia, nell’allarmismo sui rischi
di uno smantellamento generale dei servizi finora erogati agli italiani nel
mondo. La battaglia non è perduta. Se è vero che sta mutando il quadro dell’italianità
generale, la politica deve sapersi muovere e adattare la modalità di intervento
delle proprie istituzioni.
Gli interventi pensionistici saranno sempre più residuali;
le pratiche consolari, a cominciare dai passaporti, caleranno con l’innalzamento
degli anni di validità; la formazione professionale sarà sempre più a carico
delle istituzioni locali; le scuole italiane diminuiranno e resteranno solo
quelle d’eccellenza; molti enti dovranno essere accorpati o cambiare la loro
ragione sociale (Enit, Camere di Commercio; Ice;
sportelli commerciali e di rappresentanza delle Regioni); I funzionari consolari
potranno sempre più essere sostituiti da impiegati residenti in loco.
Cominciamo, quindi, a separare ciò che non servirà più
da ciò che sarà vitale per l’Italia. Finora, abbiamo e molto spesso difeso tutto.
Anche le questioni più anacronistiche. Ora, se vogliamo dare un impianto riformista
al Partito democratico, dobbiamo cominciare a dire cosa va cambiato e non soltanto
cosa va difeso.
Ruolo degli Enti locali e delle comunità all’estero
Alla perdita di attenzione da parte di questo Governo
nei confronti degli italiani nel mondo, resiste e si consolida quella di altre
Istituzioni e di alcune Regioni: il Friuli Venezia Giulia emana un bando per
la distribuzione degli assegni destinati agli studenti universitari residenti
in Friuli Venezia Giulia che frequentino università o istituti di istruzione
superiore all'estero per l'anno accademico 2010/2011;
Ho fatto solo alcuni esempi, ma ce ne sono migliaia in
tutta Italia. Per non parlare poi dei tanti programmi televisivi e radiofonici
condotti negli ultimo 15 anni. Cosa voglio dire? Che la memoria dell’emigrazione
in Italia c’è ed è viva. Gli italiani la ricordano. Noi non stiamo lavorando
su un terreno arido.
Per quanto riguarda le risorse, invece, permettemi di fare un esempio positivo e incoraggiante.
A Zurigo si poteva fare il catastrofismo e organizzare
manifestazioni davanti al Consolato. Si è, al contrario, scelta la strada dell’impegno
e del progetto di rilancio. Così è stato.
É solo un esempio. Ma tutto ciò mi spinge ad essere ottimista.
E ancora: la partecipazione dei genitori ai costi dei corsi di lingua e cultura,
forniti ai loro figli, un ragionevole atto di responsabilità. Il taglio è stato
imponente, addirittura del 50 per cento in due anni. Così come del 50 per cento
è stato il taglio praticato ai finanziamenti destinati alla Società Dante Alighieri.
In Parlamento e tra le comunità emigrate la nostra opposizione è stata forte,
con scarsi risultati, purtroppo. Nel frattempo, però, occorreva che i servizi
fossero messi in salvo assicurando la diffusione estesa della lingua e della
cultura italiana nel mondo.
Noi dobbiamo batterci per sconfiggere il governo per
tornare ad una politica equa. Ma nel frattempo? Ci chiudiamo in Parlamento e
nelle aule delle Commissioni invece di andare a incontrare la gente e spiegare
cosa sta accadendo? Accolgo con entusiasmo, quindi, la proposta del nostro Segretario
Pier Luigi Bersani, per un’azione capillare di informazione nel prossimo
autunno.
Io sono convinto che questa politica “scellerata” condotta
dal governo Berlusconi, non potrà estendersi anche alle rappresentanze democratiche.
Comites, Cgie, Voto e rappresentanza
sono capisaldi di un impianto di partecipazione democratica costruito negli
ultimi vent’anni attraverso il protagonismo di tanti nostri connazionali organizzati
in quelle oltre diecimila associazioni sparse nel mondo.
Gli italiani che hanno conservato il passaporto italiano
e sono spesso doppi cittadini, sentono di appartenere ad un’identità nazionale,
la quale è politica, partecipativa, culturale, portatrice di un messaggio aperto
all’incontro con culture e tradizioni del mondo globale.
Io, per intenderci, la penso un po’ come il celebre sociologo
Zygmunt Bauman, quando afferma
“che il multiculturalismo - termine molto alla moda, anche alla festa
del Pd a Torino - riflette l’esperienza di vita di una nuova èlite globale che,
ovunque viaggi, trova altri membri della stessa èlite che parlano delle stesse
cose”.
Rinegoziare con i governi servizi e risorse
Penso e credo, che le masse popolari abbiano sempre bisogno
di qualcosa con cui potersi identificare. E l’Italia, per molti dei nostri connazionali,
rappresenta quel “qualcosa”. Da non fraintendere, ovviamente, con quelle forme
vecchie e nuove di identità nazionali e culturali chiuse, incapaci di convivere
con le differenze o di interagire con la cultura locale.
La presentazione al Senato e alla Camera del Disegno
di legge relativo alle Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, quella
sull’esercizio del voto all’estero, presentata dai nostri gruppo parlamentari
guidati da Anna Finocchiaro (Senato) e Dario Franceschini (Camera dei Deputati), rappresenta per noi parlamentari
eletti all’estero, per le organizzazioni del Pd e per il nostro Dipartimento
Pd Mondo, motivo di soddisfazione per aver portato tutto il partito a difendere
un’importante riforma costituzionale, che ha permesso concretamente a
milioni di connazionali di uscire dall’anonimato politico e alle organizzazioni
degli italiani nel mondo di misurarsi con la democrazia.
Il voto e la rappresentanza nel parlamento repubblicano,
i Comites, il Consiglio Generale degli italiani all’estero,
sono gli assi portanti del rapporto dell’Italia con il suo popolo sparso nel
mondo. Su questo terreno non si può indietreggiare. La nostra posizione, quella
del Pd,
I campi di azione sono tre: uno è quello dei servizi,
che lo Stato italiano, anche attraverso le nuove articolazioni federali, eroga
direttamente o indirettamente attraverso finanziamenti a favore di una pluralità
di istituzioni e enti; l’altro è quello della partecipazione democratica
che si esplicita con voto all’estero, Comites e
Cgie; il terzo, quello dei rapporti con le istituzioni,
politiche, sociali e civili, locali, con particolare riguardo all’Unione europea
Da una parte allora abbiamo le relazioni (il dare e l’avere
di cui parlavo all’inizio), dall’altra legami (leggi e diritti). Lo sviluppo
di nuove forme di relazioni (cioè rinegoziare la mappa dei servizi e l’entità
delle risorse) non può prescindere dai legami, che sono la piattaforma sulla
quale si costruiscono le relazioni. Sta a noi tutti, impegnarci in questa rinegoziazione
per costruire nuove forme di relazioni tra gli italiani nel Mondo e l’Italia.
Una politica riformista del Partito Democratico
Il Partito democratico è il protagonista di questa azione.
Senza un grande Partito democratico la battaglia la perderemo noi e la perderanno,
soprattutto, le future generazioni. Il partito democratico, l’unione dei riformismi
italiani della sinistra e del cattolicesimo sociale che si riconoscono nella
straordinaria tradizione democratica dell’Italia repubblicana. Spesso e per
lungo tempo divisi, ma mai sui valori fondanti nati dallo spirito di libertà
della resistenza scritti nella costituzione repubblicana.
E permettetemi di affermare con un certo orgoglio di
definire noi, democratici nel mondo, gli antesignani di una peculiare tradizione
unitaria. Divisi in Italia, uniti nel mondo. Costruttori di un associazionismo
aperto alle menti e ai cuori dei protagonisti, aperto alle loro idee, ai contributi
intellettivi e umani di ognuno. Costruttori di straordinari comitati cittadini
e nazionali d’intesa in ogni parte del mondo per fornire alla nostra comunità
gli strumenti per realizzare il riscatto. Costruttori di democrazia e di unità
democratica.
L’ulivo al cui simbolo, Pier Luigi Bersani, si appella
per costruire l’alleanza democratica per una politica di rinnovamento politico
e morale del nostro Paese, è dentro, da sempre, spesso inconsapevolmente, nelle
azioni dei protagonisti di questa nostra storia. Costruiamo dunque il partito
democratico.
Senza guardare al passato per dividerci, ma per unire
protagonismi e guardare avanti sul cammino e per una meta esaltante e ambita.
Non partiamo da zero: la mobilitazione di tanti militanti organizzati negli
oltre duecento circoli Pd in ogni area continentale, i tredicimila elettrici
e elettori che hanno inteso esprimere una scelta di impegno e speranza
in occasione delle primarie, rappresentano i primi fondamentali pilastri della
casa democratica.
Siamo consapevoli di operare tra tante difficoltà e in
spazi continentali che rendono il nostro lavoro difficile e complesso, nonchè il massimo di attenzione e di aiuto politico e finanziario
del nostro partito.
Con la passione, il lavoro dei nostri militanti impegnati
nelle associazioni, negli organismi elettivi italiani e locali, il contributo
degli eletti nel parlamento repubblicano, il successo non mancherà. (Gianni
Farina*-
* Deputato
del Pd eletto nella ripartizione Europa (relazione introduttiva alla conferenza
di sabato 11 settembre alla Festa democratica di Torino)