INFORM - N. 167 - 10 settembre 2010


PARTITI

Newsletter "Cittadini nel mondo" settembre 2010

Editoriale di Eugenio Marino: “Dopo Casini e Fini, tocca agli italiani bocciare Berlusconi”

 

ROMA - Il PDL non c’è più. Non si può rientrare in un partito che non c’è più”. Nessun commentatore o avversario politico poteva essere più lucido, chiaro e impietoso di Fini, che con queste parole ha ufficialmente e ripetutamente decretato il fallimento del partito che ha co-fondato con Berlusconi. Ma se il PDL non c’è più significa che è fallito il disegno politico più ambizioso e importante di Berlusconi, si è chiuso un ciclo, quello del “ghe pensi mi” e del berlusconismo inteso come esaltazione esasperata dell’io, del singolo leader identificato come uomo della provvidenza. Un fallimento totale, decretato attraverso uno spettacolo politicamente tanto impietoso quanto indecoroso, che passa attraverso attacchi mediatici e personali tipici dei picchiatori di altri tempi.

I vertici del PDL e i giornalisti di punta di casa Berlusconi (e persino moltissimi militanti del PDL) stanno dando uno spettacolo tanto istruttivo quanto squallido di cosa sia questa destra berlusconiana e di come possa ridurre il confronto politico, anche se in casa propria. Fini, che chiede pluralismo e democrazia interna al partito, rispetto per le minoranze ed esprime un dissenso (non importa il merito delle questioni) viene tacciato come traditore, provocatore, comiziante. E per questo espulso dal partito. A chi lo segue, si chiede di dimettersi dai ruoli dirigenti che ricopre nel PDL: basti vedere cosa si scrive su Bocchino e i toni che si usano. O su Di Biagio,  il responsabile per gli italiani nel mondo che da quando è stato nominato non è mai riuscito a parlare con i coordinatori nazionali del suo partito (Verdini, La Russa e Bondi) delle questioni che riguardano i nostri connazionali all’estero e di come affrontarle nel partito e in Parlamento. E anche per questo, dopo 18 mesi, ha rassegnato le dimissioni.

Ma nessuno chiede conto a Berlusconi e ai suoi coordinatori di questo. Ciò che importa è la fede nel bapo, nell’uomo della provvidenza. E se uno contesta il capo e i suoi metodi va messo alla porta, nel partito come al Governo. È il contrario della democrazia; è il contrario del pluralismo; è il contrario del rispetto delle minoranze; è il contrario del rispetto del singolo e della Persona. Negli ultimi dieci anni, nei quali Berlusconi ha governato per ben otto, il berlusconismo, quello che ho appena descritto, ha dominato la vita politica e istituzionale italiana, ha penetrato la società tutta. Ne ha pagato le spese il Paese, sia da un punto di vista culturale e sociale che economico e di efficienza: il debito pubblico è cresciuto sempre più e a dismisura, le tasse non sono diminuite (agli italiani all’estero addirittura fa pagare l’ICI sulla prima casa abolito invece per gli italiani in Italia), l’efficienza della pubblica amministrazione (in Italia, ma soprattutto all’estero) è sempre a livelli inaccettabili per un Paese civile.

Insomma, Berlusconi, “l’unto dal Signore” che prometteva un “nuovo miracolo italiano” da concretizzarsi con l’abbassamento delle tasse, una grande ripresa dell’economia, la sburocratizzazione del Paese e l’efficienza delle strutture pubbliche, dopo quindici anni di presenza da protagonista nella vita politica italiana e la fondazione di due partiti nati per questo motivo, si ritrova a dover prendere atto che ha fallito in tutto. Prima Casini, suo fedele alleato, poi Fini, co-fondatore del suo partito e ancora alleato di Governo, ne hanno preso atto e glielo hanno detto.

Ora tocca agli italiani. (Eugenio Marino, responsabile Italiani nel mondo del Pd)

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