EVENTI
Ad Urbino la via crucis dell’Aquila, con
i versi di Mario Narducci
Presentato da Gastone Mosci e Maria Lenti
il volume Tempo di Passione, silloge
poetica sul Calvario aquilano
L’AQUILA - Agosto, per Mario Narducci, è solitamente
un mese migratorio verso le Marche, anzi, più precisamente verso Urbino, straordinaria
città d’arte dove il giornalista e poeta aquilano coltiva una grande messe d’amicizie
e d’interessi culturali che, di anno in anno, contrappuntano in quella città
eventi di significativa valenza. In quelle due settimane, liberatorie dai suoi
molteplici quotidiani impegni, rifugge solitamente la quiete feriale per dare
invece spazio a spigolature, approfondimenti, confronti su temi letterari, d’arte
e costume, dove la diversità d’ambiente produce una fioritura di fecondi parallelismi
culturali. Questo, però, è un tempo particolare per Mario Narducci e per tutti
gli Aquilani. E Urbino ha voluto dedicare a Narducci, alla sua poesia e sopra
tutto all’Aquila, la sua città, un’intensa giornata di riflessione. Lo ha fatto
tributando un omaggio all’ultima produzione poetica di Narducci, Tempo
di Passione, una silloge composta da un Incipit, dodici liriche numerate
come le stazioni d’una Via Crucis, ed un Exitus, raccolta in un bel volume,
impreziosito dai disegni originali di sette sensibili artisti: il compianto
Ennio Di Vincenzo in copertina, poi Domenico Colantoni, Teofilo Masulli, Maria
Giovanna Narducci, Augusto Pelliccione, Massimina Pesce e Vincenzo Tiboni.
L’evento, quasi un religioso convito d’un pubblico assai
numeroso e partecipe, è stato guidato dalle riflessioni critiche di Maria Lenti,
scrittrice urbinate, già docente e parlamentare per due legislature, e da Gastone
Mosci, docente di Letterature religiose comparate all’Università di Urbino,
insigne studioso ed infaticabile animatore culturale. Nella sala ricolma, un
silenzio quasi sospeso e un’emozione spessa e palpabile. “Tempo di Passione - ha detto Gastone Mosci
- è un canto di strazio e di disperazione.
E’ un poema di tragedia e di dolore che, recando la data del 25 aprile, abbraccia
diciannove giorni di sventure, un testo che segna la letteratura della catastrofe,
vissuta nel segno delle invocazioni bibliche e cristiane. Narducci ha dato un
tono di commozione ininterrotta al ritmo ed alla composizione poetica. Essa
procede con tensioni sempre più incisive, dodici atti di una rappresentazione
di pianto e di sventura, come il lamento antico di Iacopone da Todi, come la
sofferenza collettiva di Ignazio Silone, come il corteo processionale della
Perdonanza. Il terremoto dell’Aquila - ha aggiunto il prof. Mosci - ha
distrutto la città, ha ferito la gente d’Abruzzo, ha imperversato per centinaia
di giorni. E’ diventato la rappresentazione del male, di chi attenta al tuo
bene e al tuo spirito. Come già nel suo grande libro di poesia Il Deserto e i Giorni,
dove sulla strada dell’esodo del tempo attuale Narducci richiamava l’annuncio
del Verbo quale sostegno all’umanità, in un mondo gravato dal dissesto spirituale
e sociale, partendo dall’invocazione cristiana per poi proporre un discorso
civile, così oggi in Tempo di Passione da una domanda di fede si passa ad una
coralità di popolo, di persone colpite che sono alla ricerca di un bene assoluto,
per superare la tragedia. Il ritmo segue però il canto di narrazione - ha
concluso Mosci - dove domina il giudizio
civile ed il cammino della solidarietà, estranei all’idea dell’assedio ed alla
cultura dell’alienazione. E’ in fondo un pungente teatro della parola che urla
le fratture della natura, che scruta il disastro, che sillaba i nomi delle vittime,
che piange la sventura in bilico tra silenzio e preghiera comunitaria, tra silenzio
e voci di dolore”.
Nette, decise e convincenti le annotazioni esposte da
Maria Lenti, nella sequenza delle dodici stanze poetiche in Tempo
di Passione. “E’ il Calvario di una terra spaccata, di una città
distrutta, di un evento che ha inghiottito, tragicamente e più o meno metaforicamente,
affetti, vite, memorie. Il presente e il futuro. E’ il Calvario - ha commentato
Maria Lenti - di chi vede, sa e soffre.
E vive la passione delle perdite, in cui il cuore d’improvviso manca e sembra
franare l’esistenza ai sopravvissuti. E vive, drammaticamente, le coincidenze,
inspiegabili ma reali, di una passione che coincide con l’inizio della Passione
di Cristo. Cadute e salite, mentre la ripresa che si determina appare sì terribile,
ardua, e però irrinunciabile, perché se la salvezza è possibile lo è solo ricominciando
e affidando cristianamente, a chi ha sofferto patimenti ed ingiustizie, il proprio
stato e il proprio costato aperto, prostrato e, in apparenza, vinto. Questo
- ha ancora annotato
Ora, dovendo chi scrive esprimere non un giudizio critico,
che è di ben altre competenze come dianzi annotato, ma qualche emozione per
un testo poetico di singolare intensità, avverto un vago senso di pudore. Tante
e tante volte ho distillato i versi di Mario Narducci in Tempo di Passione, un viaggio doloroso
lungo la via che sale al Golgota aquilano. Un testo poetico che si medita -
specie gli Aquilani - come appunto le stazioni d’una Via Crucis. Il volume,
infatti, si segnala per essere una delle più immediate e strazianti testimonianze,
in versi, del dramma che il 6 aprile
Sono dunque immagini istantanee, e perciò stesso un contributo
eccezionale alla memoria d’una comunità che potrà, domani, fra qualche anno
o fra qualche secolo, avvertire il peso dell’indicibile sofferenza, rivivere
lo strazio della tragedia, e comprendere - per quanto questo sia possibile,
dopo - con maggiore sensibilità le pagine della nostra storia dolorosa attraverso
il medium poetico che, più d’ogni altro, sa trasmettere il lamento dell’anima.
Eppure, meditando queste quattordici “stazioni” liriche, non si può non riconoscervi
del Poeta una fede profonda, non solo religiosa, ma anche civile, nelle risorse
morali d’una comunità che per secoli ha saputo risorgere dopo le tante “Passioni”
della sua storia. L’essenza stessa dell’indole civica è quasi preludio all’opera,
che si apre con una Dedica, lancinante, “… /alla
Città della distruzione/delle periferie urbanizzate/a quella della diaspora/a
quella delle vie desolate/delle piazze vuote/delle Chiese sventrate/del Palazzi
minacciati/dei condomini immersi/in una notte di silenzi infiniti/a quella dei
monumenti solitari/come eremiti tristi/ …”, che però si conclude con quella
fede che guarda fiduciosa al domani, “… /Perché
il miracolo si compia/e torni il sereno/e scorra il vino buono/come a Cana/dove
nasceva una famiglia nuova/e proseguiva l’avventura umana”.
L’incipit del Poeta guarda ai vicoli della città, a quella
caratteristica della singolare struttura urbana medioevale dell’Aquila che disegna
appunto vicoli, sdruccioli, coste gradonate che arrancano a piazza del Mercato,
intensi di vita. Prima. “L’ultima voce
dei vicoli/fu quella del sisma/un grido disperato/serpeggiò per le strette discese/cavalcò
gli sdruccioli e le coste/e quando tacque, il silenzio/ ribollì in singhiozzi
soffocati./Era scesa la morte/sul numero magico delle piazze/e su quello sacro
delle chiese/e su quello limpido delle fontane/cui restò
in gola/l’ultima sorgiva …”. Non sembri irriverente l’accostamento.
Nella quinta stazione c’è il dramma del monastero di
Santa Chiara, a Paganica, crollato, con suor Gemma rimasta sotto le macerie:
“Per
Toccante, nell’undicesima posta, il ricordo d’una delle
suore dell’istituto che a San Gregorio accoglieva bimbi di famiglie disagiate,
morta proteggendo quelle creature: “Una d’esse fu tratta/dalle macerie/nata madre nell’ora della morte/s’era
stesa con la veste bianca/su quattro cuccioli per regalare aria/sconfiggere
la polvere/aggirare il destino/Era morta di parto/come le mamme del dolore/impagato/dell’amore
infinito”. La dodicesima stazione ricorda
Mario Narducci è nato nel 1938 all’Aquila. Giornalista
professionista, ha lavorato per “Il Resto del Carlino”, “