INFORM - N.134 - 13 luglio 2010


IMMIGRAZIONE

Al Cnel il VII Rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia

I rappresentanti delle autorità locali chiamati a discutere sull’analisi delle condizioni che rendono città e provincie più o meno ospitali. Di Sciullo (ricercatore IDOS): “Ampi margini di miglioramento possibili. Se le condizioni materiali favoriscono l’integrazione, non la rendono però scontata”

 

ROMA – E’ stato presentato stamani a Roma, presso il Cnel, il VII Rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati in Italia, analisi promossa dall’Organismo nazionale di coordinamento delle politiche di integrazione degli stranieri del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, in collaborazione con il gruppo di ricerca del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes, per valutare l’esistenza di condizioni idonee a favorire l’integrazione degli immigrati residenti nel nostro Paese.

Un approfondimento dei fattori, quali l’occupazione, il reddito, il tasso di imprenditorialità, la parità di genere, l’istruzione, l’accesso alla casa etc, “precondizioni della possibilità che si sviluppi nei nuovi residenti un sentimento di appartenenza equivalente al sentirsi a casa in un luogo diverso da quello di origine – spiega, illustrando i risultati dell’indagine, Luca Di Sciullo, ricercatore IDOS.  Le caratteristiche sopra elencate “aiutano l’integrazione, ma non la producono automaticamente – avverte però Di Sciullo, – dal momento che essa è più strettamente legata agli scambi relazionali con la popolazione autoctona, piuttosto che alle condizioni materiali di esistenza”. Queste ultime sono comunque la premessa, la base di partenza oggettiva misurata dal Rapporto, che rileva gli indici di inserimento sociale e occupazionale degli immigrati per formulare una graduatoria delle aree più o meno ospitali nei confronti degli immigrati.

Tra le Regioni, la più accogliente risulta essere l’Emilia Romagna, che per inserimento sociale si distingue dal blocco compatto delle altre Regioni del Nord Est che seguono: Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino Alto Adige; mentre per l’inserimento occupazionale si situa al 5°posto, dopo Lombardia, Toscana, Lazio e Friuli. Il punto di forza emilano-romagnolo è dato da “condizioni quali l’inserimento scolastico, il tasso di naturalizzazione e il tasso di costitutività familiare, indicatori che denotano un forte radicamento territoriale degli stranieri”. Nella graduatoria delle province spicca Parma, seguita da Reggio Emilia, Vicenza, Prato e Trieste e Gorizia. Gli indici registrati tuttavia “fanno sperare in un possibile e ampio margine di miglioramento – segnala Di Sciullo, – dal momento che i territori più virtuosi non oltrepassano l’indice di 60, in una scala compresa tra 1 e 100”.

Tra le criticità emerse a livello nazionale, che  incidono sul contenimento delle valutazioni positive al livello “della sufficienza”, Di Sciullo cita tre dati: “la dispersione scolastica – tra gli scrutinati per l’ammissione all’esame di terza media per l’anno scolastico 2007/2008, il 6,8% è la percentuale relativa al totale degli studenti stranieri, ma di essi il 17, 5% risulta non ammesso, con un’incidenza più che doppia rispetto agli scrutinati; la retribuzione media annua – i lavoratori dipendenti extracomunitari guadagnano pro-capite 11.697 euro, il 39,1% in meno di quella che è la retribuzione dei lavoratori dipendenti nel loro complesso ; la concessione della cittadinanza – meno di 2 naturalizzazioni ogni 1000 stranieri residenti in Italia”. Il divario tra i reddito incide poi sull’accessibilità all’abitazione, che in alcuni casi rappresenta il 30-40% del salario.

Il Rapporto calcola anche un indice differenziale che dà conto dei diversi gradi di difficoltà di inserimento sociale e occupazionale esistenti tra italiani e stranieri (la Sicilia, in questo caso, risulta essere la prima Regione in graduatoria, offrendo quindi condizioni socio-occupazionali maggiormente paritarie tra immigrati e italiani, seguita da Piemonte, Molise e Sardegna), e analizza per tassi di criminalità e occupazione le diverse performance suddivise per etnie presenti nel nostro Paese. In questo ultimo caso, Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes, ha rilevato l’assenza di correlazione tra tasso di afflusso migratorio e denunce, mentre l’etnia più virtuosa, dal punto di vista occupazionale, risulta essere quella indiana.

Antonio Marzano, presidente del Cnel, introducendo il dibattito ha ricordato il cambiamento strutturale che ha reso l’Italia terra d’immigrazione: “un fenomeno, quest’ultimo, di cui il nostro Paese ha bisogno, per ragioni demografiche ed occupazionali – ha detto, ricordando la logica di lungo periodo che dovrebbe guidare tutti gli interventi in materia.

Giorgio Alessandrini, presidente dell’Organismo di coordinamento delle politiche di integrazione del Cnel, ha invece evidenziato come quest’anno siano stati chiamati a discutere dei risultati dell’indagine i rappresentanti delle autorità locali, presenti in sala, “protagonisti dell’integrazione sul territorio, giorno dopo giorno alla ricerca di soluzioni alle difficoltà concrete dei cittadini”. “Il modello di accoglienza degli immigrati nel nostro Paese va affrontato e discusso con la società civile – ha detto Alessandrini, sottolineando la necessità di attuare politiche organiche che possano incidere sui problemi già presenti “che il flusso migratorio non crea, ma va a sollecitare, spesso aggravando punti critici mai analizzati in profondità”. Per Alessandrini “l’immigrazione e la gestione dei suoi aspetti sono questioni che investono la società nel suo complesso e che sollecitano la responsabilizzazione di tutti i cittadini – dice, – per questo l’associazionismo deve divenire a livello locale protagonista del dibattito sul modello di integrazione da attuare, pur tenendo presente la necessità di un quadro normativo complessivo deciso a livello parlamentare”.

Per la Regione Lazio, l’assessore al lavoro e alla formazione Mariella Zezza, si è soffermata su alcuni modelli positivi di integrazione e sull’importanza delle donne, “ponte per l’interscambio e la conoscenza reciproca tra collettività”, annunciando un nuovo bando regionale per promuovere la formazione imprenditoriale degli stranieri, anche al femminile.

Il sindaco del comune di Verona, Flavio Tosi, ha invece testimoniato che sono proprio le realtà piccole, così come emerge nel Rapporto, quelle in cui l’integrazione avviene in modo meno traumatico e più immediato.

Ha richiamato l’attenzione su Prato, comune con il più alto tasso di cittadini immigrati in Italia, l’assessore del comune alle politiche d’integrazione Giorgio Silli, definendo l’integrazione “non una scelta, bensì una responsabilità istituzionale che sta a noi garantire, seppur discutendo sui metodi più adeguati e tenendo conto del fatto che i frutti si raccoglieranno solo nel lungo periodo”.

Per il comune di Reggio Emilia, è intervenuto l’assessore alla sicurezza e coesione sociale Franco Corradini che ha segnalato come nel rispetto delle regole e “nel riaffermare i valori della Costituzione italiana, vadano ribadite e realizzate le pari opportunità tra cittadini di diversa provenienze e identità”. “Gli obiettivi della convivenza civile devono essere condivisi con gli operatori economici, le associazioni di volontariato, le università e i cittadini, in un dialogo interculturale – ha spiegato Corradini – che promuova un lessico di confronto e non di scontro”.

Un confronto che a volte può generare un conflitto “quasi fisiologico, perché la convivenza è fatta di dissonanze che vanno accettate con serenità e risolte, per il benessere di tutti – ha aggiunto l’assessore alla famiglia e alla pace del comune di Venezia, Giovanni Giuliani, il quale espresso la propria soddisfazione per il ritratto del Nord Est risultante dal Rapporto. “Il Nord Est affronta responsabilmente il fenomeno migratorio, a differenza di come spesso si vorrebbe far credere all’opinione pubblica – ha detto Giuliani,  mentre Aldo Morrone, direttore generale dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto alla povertà, ha ribadito l’importanza dell’integrazione socio-sanitaria degli stranieri, specie della fasce più deboli e povere della popolazione.

Per il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali è intervenuto il nuovo direttore generale per l’immigrazione, Natale Forlani, il quale ha rilevato come spesso “le comunità locali svolgano, piuttosto che un ruolo di sussidiarietà, un ruolo di vera e propria supplenza dell’autorità centrale, nel caso di problematiche che lo Stato non affronta”.  “Per gestire meglio l’integrazione nel nostro Paese – prosegue Forlani – è necessario valutare e riconoscere la funzione pubblica dei molti attori sociali che sino ad oggi si sono occupati di questo fenomeno, da diversi punti di vista. Questo tipo di valutazione promuove una concezione della sussidiarietà davvero positiva, non parassitaria. Nello stesso tempo – conclude – deve essere seguito il lavoro di monitoraggio di cui anche il Rapporto costituisce un esempio, inserendo questo tipo di approfondimenti in un programma di reportistica pubblica che possa essere utilizzato per analizzare le questioni e avanzare proposte alla luce di ciò che realmente accade”. (Viviana Pansa - Inform)

 

 


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