IMMIGRAZIONE
Al Cnel il VII Rapporto sugli
indici di integrazione degli immigrati in Italia
I rappresentanti delle autorità locali chiamati a discutere
sull’analisi delle condizioni che rendono città e provincie più o meno ospitali.
Di Sciullo (ricercatore IDOS): “Ampi margini di miglioramento
possibili. Se le condizioni materiali favoriscono l’integrazione, non la rendono
però scontata”
ROMA – E’ stato presentato stamani a Roma, presso il
Cnel, il VII Rapporto sugli indici di integrazione degli immigrati
in Italia, analisi promossa dall’Organismo nazionale di coordinamento delle
politiche di integrazione degli stranieri del Consiglio nazionale dell’economia
e del lavoro, in collaborazione con il gruppo di ricerca del Dossier statistico
immigrazione Caritas/Migrantes, per valutare l’esistenza
di condizioni idonee a favorire l’integrazione degli immigrati residenti nel
nostro Paese.
Un approfondimento dei fattori, quali l’occupazione,
il reddito, il tasso di imprenditorialità, la parità di genere, l’istruzione,
l’accesso alla casa etc, “precondizioni della possibilità
che si sviluppi nei nuovi residenti un sentimento di appartenenza equivalente
al sentirsi a casa in un luogo diverso da quello di origine – spiega, illustrando
i risultati dell’indagine, Luca Di Sciullo, ricercatore
IDOS. Le caratteristiche sopra elencate “aiutano l’integrazione, ma non
la producono automaticamente – avverte però Di Sciullo, – dal momento che essa è più strettamente legata
agli scambi relazionali con la popolazione autoctona, piuttosto che alle condizioni
materiali di esistenza”. Queste ultime sono comunque la premessa, la base di
partenza oggettiva misurata dal Rapporto, che rileva gli indici di inserimento
sociale e occupazionale degli immigrati per formulare una graduatoria delle
aree più o meno ospitali nei confronti degli immigrati.
Tra le Regioni, la più accogliente risulta essere l’Emilia
Romagna, che per inserimento sociale si distingue dal blocco compatto delle
altre Regioni del Nord Est che seguono: Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino
Alto Adige; mentre per l’inserimento occupazionale si situa al 5°posto, dopo
Lombardia, Toscana, Lazio e Friuli. Il punto di forza emilano-romagnolo
è dato da “condizioni quali l’inserimento scolastico, il tasso di naturalizzazione
e il tasso di costitutività familiare, indicatori
che denotano un forte radicamento territoriale degli stranieri”. Nella graduatoria
delle province spicca Parma, seguita da Reggio Emilia, Vicenza, Prato e Trieste
e Gorizia. Gli indici registrati tuttavia “fanno sperare in un possibile e ampio
margine di miglioramento – segnala Di Sciullo, – dal momento che i territori più virtuosi non oltrepassano
l’indice di
Tra le criticità emerse a livello nazionale, che
incidono sul contenimento delle valutazioni positive al livello “della sufficienza”,
Di Sciullo cita tre dati: “la dispersione scolastica
– tra gli scrutinati per l’ammissione all’esame di terza media per l’anno scolastico
2007/2008, il 6,8% è la percentuale relativa al totale degli studenti stranieri,
ma di essi il 17, 5% risulta non ammesso, con un’incidenza più che doppia rispetto
agli scrutinati; la retribuzione media annua – i lavoratori dipendenti extracomunitari
guadagnano pro-capite 11.697 euro, il 39,1% in meno di quella che è la retribuzione
dei lavoratori dipendenti nel loro complesso ; la concessione della cittadinanza
– meno di 2 naturalizzazioni ogni 1000 stranieri residenti in Italia”. Il divario
tra i reddito incide poi sull’accessibilità all’abitazione, che in alcuni casi
rappresenta il 30-40% del salario.
Il Rapporto calcola anche un indice differenziale che
dà conto dei diversi gradi di difficoltà di inserimento sociale e occupazionale
esistenti tra italiani e stranieri (
Antonio Marzano, presidente del Cnel,
introducendo il dibattito ha ricordato il cambiamento strutturale che ha reso
l’Italia terra d’immigrazione: “un fenomeno, quest’ultimo, di cui il nostro
Paese ha bisogno, per ragioni demografiche ed occupazionali – ha detto, ricordando
la logica di lungo periodo che dovrebbe guidare tutti gli interventi in materia.
Giorgio Alessandrini, presidente dell’Organismo di coordinamento
delle politiche di integrazione del Cnel, ha invece
evidenziato come quest’anno siano stati chiamati a discutere dei risultati dell’indagine
i rappresentanti delle autorità locali, presenti in sala, “protagonisti dell’integrazione
sul territorio, giorno dopo giorno alla ricerca di soluzioni alle difficoltà
concrete dei cittadini”. “Il modello di accoglienza degli immigrati nel nostro
Paese va affrontato e discusso con la società civile – ha detto Alessandrini,
sottolineando la necessità di attuare politiche organiche che possano incidere
sui problemi già presenti “che il flusso migratorio non crea, ma va a sollecitare,
spesso aggravando punti critici mai analizzati in profondità”. Per Alessandrini
“l’immigrazione e la gestione dei suoi aspetti sono questioni che investono
la società nel suo complesso e che sollecitano la responsabilizzazione di tutti
i cittadini – dice, – per questo l’associazionismo deve divenire a livello locale
protagonista del dibattito sul modello di integrazione da attuare, pur tenendo
presente la necessità di un quadro normativo complessivo deciso a livello parlamentare”.
Per
Il sindaco del comune di Verona, Flavio Tosi, ha invece
testimoniato che sono proprio le realtà piccole, così come emerge nel Rapporto,
quelle in cui l’integrazione avviene in modo meno traumatico e più immediato.
Ha richiamato l’attenzione su Prato, comune con il più
alto tasso di cittadini immigrati in Italia, l’assessore del comune alle politiche
d’integrazione Giorgio Silli, definendo l’integrazione
“non una scelta, bensì una responsabilità istituzionale che sta a noi garantire,
seppur discutendo sui metodi più adeguati e tenendo conto del fatto che i frutti
si raccoglieranno solo nel lungo periodo”.
Per il comune di Reggio Emilia, è intervenuto l’assessore
alla sicurezza e coesione sociale Franco Corradini
che ha segnalato come nel rispetto delle regole e “nel riaffermare i valori
della Costituzione italiana, vadano ribadite e realizzate le pari opportunità
tra cittadini di diversa provenienze e identità”. “Gli obiettivi della convivenza
civile devono essere condivisi con gli operatori economici, le associazioni
di volontariato, le università e i cittadini, in un dialogo interculturale –
ha spiegato Corradini – che promuova un lessico di
confronto e non di scontro”.
Un confronto che a volte può generare un conflitto “quasi
fisiologico, perché la convivenza è fatta di dissonanze che vanno accettate
con serenità e risolte, per il benessere di tutti – ha aggiunto l’assessore
alla famiglia e alla pace del comune di Venezia, Giovanni Giuliani, il quale
espresso la propria soddisfazione per il ritratto del Nord Est risultante dal
Rapporto. “Il Nord Est affronta responsabilmente il fenomeno migratorio, a differenza
di come spesso si vorrebbe far credere all’opinione pubblica – ha detto Giuliani,
mentre Aldo Morrone, direttore generale dell’Istituto
nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il
contrasto alla povertà, ha ribadito l’importanza dell’integrazione socio-sanitaria
degli stranieri, specie della fasce più deboli e povere della popolazione.
Per il Ministero del lavoro e delle Politiche sociali
è intervenuto il nuovo direttore generale per l’immigrazione, Natale Forlani,
il quale ha rilevato come spesso “le comunità locali svolgano, piuttosto che
un ruolo di sussidiarietà, un ruolo di vera e propria supplenza dell’autorità
centrale, nel caso di problematiche che lo Stato non affronta”. “Per gestire
meglio l’integrazione nel nostro Paese – prosegue Forlani – è necessario valutare
e riconoscere la funzione pubblica dei molti attori sociali che sino ad oggi
si sono occupati di questo fenomeno, da diversi punti di vista. Questo tipo
di valutazione promuove una concezione della sussidiarietà davvero positiva,
non parassitaria. Nello stesso tempo – conclude – deve essere seguito il lavoro
di monitoraggio di cui anche il Rapporto costituisce un esempio, inserendo questo
tipo di approfondimenti in un programma di reportistica pubblica che possa essere
utilizzato per analizzare le questioni e avanzare proposte alla luce di ciò
che realmente accade”. (