INFORM - N. 131 - 8 luglio 2010


SENATO

Sulla vicenda dei rifugiati eritrei in Libia

L’audizione del sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi in Commissione Esteri

Chiesti dal governo italiano chiarimenti sul trasferimento dei cittadini eritrei dal centro di Misurata al carcere di Braq. Mentre dalla Libia si apprende di un accordo per la loro liberazione, il sottosegretario invita l’Ue a un ruolo più attivo e determinante

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi ha annunciato ieri, nel corso di un’audizione in Commissione Esteri al Senato sulla vicenda dei circa 250 cittadini eritrei rinchiusi nel centro libico di Braq – su cui più volte in questi ultimi giorni il Consiglio Italiano per i Rifugiati aveva richiamato l’attenzione (vedi Inform n. 128 del 5 luglio, http://www.mclink.it/com/inform/art/10n12806.htm ), – il raggiungimento di un accordo per la loro liberazione, secondo quanto appreso da fonti locali.

L’accordo dovrebbe prevedere, secondo il ministro della pubblica sicurezza libico, la liberazione e la residenza degli eritrei detenuti in cambio di lavoro. Proprio la distribuzione di un formulario “per selezionare personale da adibire a lavori socialmente utili, da parte della autorità libiche” avrebbe fatto registrare “una situazione di forti proteste e disordini” nel Centro di Misurata, rileva la Craxi, poiché gli interessati li avrebbero scambiati per documenti “finalizzati al loro rimpatrio in Eritrea”.

“Il governo italiano, attraverso la nostra rappresentanza diplomatica, ha chiesto ogni possibile chiarimento sui motivi che hanno indotto ad effettuare tale trasferimento degli immigrati eritrei – aggiunge il sottosegretario, riferendosi al trasferimento dei richiedenti asilo dal Centro di detenzione di Misurata alla prigione di Braq (da dove sono giunti gli allarmi accolti dal CIR) - e rassicurazioni su come le stesse autorità intendessero procedere, auspicabilmente d’intesa con l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR)”.

Un ruolo “più attivo e determinate” nella gestione della vicenda viene sollecitato dal governo italiano nei confronti dell’Unione Europea, aggiunge Stefania Craxi, che si è soffermata anche sulla chiusura dell’ufficio dell’UNHCR a Tripoli. “Il ministro Frattini – ha precisato il sottosegretario - ha personalmente auspicato l’avvio di un negoziato tra le autorità libiche e l’Alto Commissariato per la conclusione di un accordo che costituisca il quadro giuridico necessario a consentire all’UNHCR di proseguire nello svolgimento delle proprie attività in Libia. Anche grazie a questa azione l’UNHCR potrà proseguire ufficiosamente nelle attività di assistenza ai rifugiati in Libia e contestualmente avvierà un negoziato con la Libia per la definizione di un memorandum of understanding che costituisca il quadro giuridico per l’operatività dell’Alto Commissariato nel Paese”.  Seconda la Craxi l’immediata ripresa delle attività dell’UNHCR in Libia “consentirà di garantire assistenza ai quasi 9.000 rifugiati registrati nel Paese e di completare le pratiche di resettlement di circa 900 persone. Inoltre, l’Alto Commissariato potrà processare le 400 pratiche di richieste di asilo ancora in esame e proseguire le visite nei Centri di raccolta libici, in collaborazione con le organizzazioni partners operanti in loco”.

Il sottosegretario ha poi rammentato che la Libia, pur non essendo parte della Convenzione di Ginevra, ha firmato e ratificato la Convenzione OUA del 1969 relativa a specifici aspetti della problematica dei rifugiati in Africa, che impegna a garantire lo status di rifugiato secondo i criteri di Ginevra. Segnala inoltre, dalla rappresentante del governo, il registrarsi nel corso degli anni di “una crescente sensibilità delle autorità libiche nei confronti della problematica dei rifugiati ed una più chiara volontà di Tripoli di collaborare con le competenti organizzazioni internazionali ad una migliore gestione del fenomeno”.

Ad un’osservazione del presidente della Commissione, Lamberto Dini, che ha suggerito un maggior coinvolgimento del governo italiano nella vicenda qualora i cittadini eritrei risultassero respinti nel loro viaggio verso l’Italia, la Craxi ha ribadito che “non vi sono prove di tale circostanza e che i respingimenti, in ogni caso, avvengono in acque internazionali e non italiane”.

Nel corso del dibattito Pietro Marcenaro (Pd) ha evidenziato come a tutt’oggi emergano segnalazioni del respingimento dall’Italia di alcuni dei cittadini eritrei trasferiti a Braq. Da Massimo Livi Bacci (Pd) sono invece stati posti interrogativi su pattugliamenti e respingimenti in mare, mentre il deputato del Pd Marco Perduca  ha chiesto chiarimenti su eventuali maltrattamenti subiti dagli eritrei. 

Una gestione più trasparente dei transiti ed una migliore definizione del Trattato di amicizia tra Italia e Libia, stipulato nel 2007, è stata richiesta da Giorgio Tonini (Pd) e da Gianpiero D’Alia (del gruppo Udc, SVP e autonomie) che ha anche auspicato “un attento monitoraggio della situazione da parte dell’Italia e una migliore cooperazione bilaterale di polizia. Con il Trattato – ha aggiunto D’Alia - la problematica dei transiti illegali viene affidata sostanzialmente alla controparte libica, per cui occorre vigilare attentamente sul rispetto dei diritti fondamentali dei migranti”. Sul richiamo al ruolo dell’Europa e al rapporto dell’Unione con l’Italia in materia di flussi migratori sono intervenuti, anche se con pareri divergenti, Francesca Maria Marinaro (Pd) e Oreste Tofani (Pdl). Quest’ultimo ha evidenziato come la necessità di inquadrare la problematica del trattamento dei migrati in un contesto comunitario derivi anche dal fatto che l’Italia, “si pone sovente quale paese di transito e non di destinazione”.

Claudio Micheloni, eletto per il Pd nella ripartizione Europa, ha lamentato nel suo intervento “l’uso politico dei migranti, fatto senza che venga affrontato il tema delle migrazioni”. “L’applicazione del Trattato di amicizia ha, di fatto, spostato la frontiera marittima del paese nel deserto libico – ha proseguito Micheloni, - della cui gestione vi è una oggettiva corresponsabilità. I fenomeni migratori – conclude - dovrebbero essere gestiti in modo più ampio e complessivo”.

Al di là della dinamica dei fatti discussi, Dini ha ricordato che resta “l’importante problematica del riconoscimento del diritto di asilo ai migranti diretti in Italia” e che proprio a seguito della firma del Trattato di amicizia “l’Italia è chiamata ad una particolare attenzione al contesto libico”.

In risposta alle diverse sollecitazioni pervenute, il presidente della Commissione ha assicurato  il suo impegno per “l’instaurazione di un dialogo a livello parlamentare tra Italia e Libia” atto a migliorare la gestione delle problematiche emerse. Il sottosegretario Craxi ha infine ricordato sia che il ruolo dell’Italia “non può  giungere ad invadere le prerogative di un altro Stato sovrano”, sia l’impegno del nostro governo a porre “da tempo e con forza la tematica delle migrazioni irregolari all’attenzione delle competenti sedi europee”.

“Il nostro governo – ha concluso Stefania Craxi - si è impegnato nell’avere informazioni e nell’agire nei confronti della Libia sulla recente vicenda, senza dimenticare che ai sensi dell’articolo 6 del Trattato di amicizia vige una specifica garanzia del rispetto dei diritti umani da parte di entrambi gli Stati”. (Inform)


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