INFORM - N.127- 2 luglio 2010


PARTITI

Seminario del Pd “L’Italia in Europa e nel Mondo. Dove eravamo, dove saremo”

Franco Narducci: Per il sistema Italia prezioso il ruolo delle comunità italiane all’estero

 

ROMA - Oggi, a Roma, si è svolto il seminario del Partito Democratico promosso dal Centro Studi e dal Forum Esteri dal titolo “L’Italia in Europa e nel Mondo. Dove eravamo, dove saremo”.

Il seminario si è aperto con la relazione di Massimo D’Alema che ha trattato il tema della “nuova funzione internazionale dell’Italia” per poi proseguire, prima delle conclusioni del segretario  nazionale del Pd, Pierluigi Bersani, con gli interventi di Lucio Caracciolo, direttore di Limes; Marta Dassù, Aspen Institute; Pier Andrea Chevallard, direttore Unione delle Camere di Commercio della Lombardia; Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale OSCE; la giornalista Lucia Annunziata; Renzo Guolo, docente Università di Padova; Piero Fassino, responsabile del Forum Esteri Pd; Pierluigi Castagnetti, parlamentare Pd; David Sassoli, presidente delegazione Pd al Parlamento Europeo; Lapo Pistelli, responsabile relazioni internazionali Pd; Monica Frassoni, presidente Partito Verde Europeo; Llouis De Puig, senatore spagnolo.

Al seminario è intervenuto anche il deputato Pd Franco Narducci, vicepresidente Commissione esteri della Camera, che ha sottolineato come “qualsiasi progetto politico che voglia affrontare in maniera attiva la questione della proiezione internazionale dell’Italia non possa prescindere dal considerare il ruolo prezioso assunto dalle comunità italiane nel mondo sino ad oggi, ed il possibile ruolo che in prospettiva esse potranno avere in un contesto globalizzato e competitivo, dove altri Paesi vedono le proprie comunità come vere e proprie “teste di ponte” per allargare la propria influenza e volgere a proprio vantaggio il libero commercio regolato dal WTO”.  Il deputato della Circoscrizione estero ha fatto osservare come nelle nostre comunità all’estero - 4,3 milioni di italiani che vivono e lavorano fuori dal nostro Paese e 60 milioni di persone con origini italiane – si ritrovi “il portato della cultura italiana e delle tradizioni legate ad uno stile di vita molto italiano, che crea comunicazione  e contribuisce al successo del made in italy nel mondo”. In una società globalizzata, è “necessario valorizzare in “termini di rete” la ricchezza costituita dalle comunità italiane all’estero, di cui è espressione viva il patrimonio associazionistico (il Ministero degli esteri calcola che sono presenti all’estero oltre 10.000 associazioni  costituite nel corso di oltre un secolo), frutto del lavoro di generazioni di emigrati e che avrà un ruolo decisivo anche in futuro”. E,allora, “anche se ci troviamo in un momento storico segnato dalla crisi sociale che cela anche una crisi della visione del mondo, dobbiamo cogliere la grande opportunità, nella consapevolezza della nostra storia, di far fruttare in modo rinnovato questo nostro patrimonio di cultura e di comune sentire, unico al mondo, che ha accompagnato i successi del nostro Paese non solo in quelli sviluppati ma anche in quelli che da pochi anni si sono riversati sulle piazze aperte  del libero mercato e si sono catapultati verso l’occidente”. La “sfida” è “nel saper tenere saldo il legame con il prodotto italiano”, prodotto da trattare “non solo dal punto di vista economico esponendosi alla concorrenza estrema del mercato globalizzato, ma come incarnazione dell’immagine del vivere italiano nella percezione degli stranieri”. “E’ necessario – ha sostenuto Narducci - riqualificare gli sforzi indirizzati all’affermazione del “Sistema Italia”, con le sue caratteristiche culturali, linguistiche. Sfruttando le tecnologie della comunicazione elettronica è indispensabile dare un valido supporto alle comunità italiane operanti all’estero”. Ma per fare ciò bisogna “procedere speditamente a riformare alcuni dispositivi legislativi per rispondere alle mutate esigenze”: “riforme per facilitare e semplificare la promozione della lingua italiana nel mondo, passata da un pubblico genericamente interessato alla dimensione culturale, ad un pubblico  mosso da una molteplicità di bisogni connessi alla dimensione economico-produttiva  e  a quella socio-culturale  legata all’immagine positiva del nostro Paese all’estero, nonché all’ammirazione che suscita  ovunque il nostro stile di vita. Vi è la necessità di riformare la rete degli Istituti Italiani di Cultura”.

Il deputato ha fatto osservare che mentre la Francia “si appresta a riformare la diplomazia culturale realizzando una vera e propria rivoluzione con grandi conseguenze sul piano della promozione della Francia nel mondo”, l’Italia “non riesce neanche a fare un dibattito serio e di prospettiva su quanto è necessario fare per risollevare la sua “immagine” nel mondo”. “Occorre – ha avvertito Narducci - mettere in campo strategie complesse, non unidirezionali, capaci di coniugare la promozione del patrimonio artistico e culturale con la promozione del nostro sistema economico e produttivo”.  La Francia “l’ha già capito” ed è “pronta a porre in essere una vera e propria diplomazia culturale, un soft power sotto il vessillo dell’Institut Victor Hugo”. L’Istituto “sarà il nuovo simbolo della Francia in giro per il mondo, in più di 150 paesi”, come “già avviene per la Spagna con il Cervantes, per la Germania con il Goethe, per l’Inghilterra il British Council ed ora anche per la Cina con il Confucius”. Narducci è convinto che anche all’Italia occorra “uno smart power di influenza al pari dei Paesi più in vista sullo scenario globale, uno strumento avanguardia della diplomazia che sta contagiando anche il Giappone, la Corea, Taiwan ed anche l’India ed il Brasile, protesi a ridefinire le nuove strategie di smart power”.

Dunque, “è già  iniziata una nuova battaglia per la presenza culturale nello scenario globalizzato”, una battaglia che l’Italia “non può perdere” perché “sarebbe un grave peccato di omissione e un irreparabile errore di politica economica”, ha detto Narducci sottolineando che “ne dobbiamo assolutamente tenere conto ora che si sta varando una riorganizzazione del Ministero degli affari esteri che tra l’altro punta - con la creazione di un’apposita Direzione Generale - ad una migliore promozione del Sistema Italia nel quadro dell’Internazionalizzazione, con l’accorpamento dell’ICE e altri Enti che fino ad ora hanno lavorato per tale obiettivo”. Una battaglia che “non può e non deve fare a meno della forza dei media elettronici italiani all’estero” e in particolare della possibilità di diffondere l’italianità attraverso la radio a onde corte, “unico mezzo che permetta di superare qualunque barriera geografica e tecnologica”. Il sistema delle onde corte “costa poco, è semplice, può ricevere anche senza antenne visibili” e ha il vantaggio rispetto web non poter essere “facilmente interrotto e controllato dai governi non amichevoli”. In Afganistan, Iran, Sudan ad esempio l’Italia può arrivare solo tramite le onde corte. E poi c’è “una molteplicità di frequenze Rai in onda corta, bilingue a seconda dei paesi che si vogliono coprire, con potenze d’irradiazione di decine di megawatt, tali da poter essere agevolmente ricevute anche in Africa e Asia”. Occorre “ripensare anche il contenuto e il numero di queste reti, vergognosamente rimaste per decenni solo due mentre il mondo cresceva e diveniva più esigente”, ha detto Narducci ricordando che la BBC britannica, la radio pubblica tedesca, e RadioFrance “spendono ogni anno decine e decine di milioni per  numerosi canali radiofonici attivi verso l’estero”.

Il parlamentare dell’estero ha anche rilevato come sia “urgentissimo adeguare le politiche industriali, della ricerca e della difesa delle comunità italiane agli scenari che si sono venuti a creare con il successo commerciale delle economie dell'Asia orientale che crescono offrendo una abbondanza di lavoro, anche qualificatissimo, a basso costo, mentre si riduce ogni giorno il vantaggio competitivo dei paesi sviluppati, tra cui è l’Italia”.

“Indispensabile e urgente” anche intervenire “per ridurre il deficit storico italiano di ricerca e innovazione” che “condiziona negativamente la crescita economica e la produttività italiane anche e soprattutto nella  prospettiva della competizione globale”. Narducci ha fatto riferimento al rapporto 2009 Istat seccondo cui “nel confronto con la media UE l’Italia presenta un ritardo generalizzato in tutti gli ambiti”, tanto che “la spesa complessiva in ricerca e sviluppo stimata per il 2008 all’1,2% del Pil è molto lontana dalla media europea dell’1,9% e ancor più dal 3% fissato dalla Strategia di Lisbona del 2000 e confermata dalla “Strategia Europa 2020” dell’UE per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. Nelle imprese, poi, “il numero di ricercatori fulltime è aumentato solo del 14% dal 1990 al 2008, contro il 40% della Germania”.

Per Narducci è “inutile illudersi ancora di puntare sulla ricerca privata, analoga ai modelli validi in altri paesi”. “L’Italia dei grandi uomini del sapere scientifico seguì allora una sua via dalla ricerca alla scienza, dalla scienza alla tecnica, dalla tecnica all’impresa, e codesta è la via italiana da seguire per compensare i deficit di meritocrazia, di lavoro, di riconoscimenti, anche economici, verso i nostri giovani scienziati e tecnici  nelle nostre Università e nei nostri Centri di ricerca. Questo tragico cumulo di deficit porta, da decenni, come scontata conseguenza la scelta di quasi tutti i ricercatori scientifici giovani e promettenti, ma senza legami di parentela o di cordata, di emigrare anch’essi unendosi al filo mai interrotto degli emigrati italiani all’estero”.

“Sicuramente le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia esalteranno la nostra storia, il nostro grande passato, la nostra ricca cultura. Dobbiamo, qui ed oggi, agire uniti per costruire un nuova storia, una  cultura sempre più ricca, un grande futuro”, ha concluso Narducci. (Inform)

 

 


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