INFORM - N. 125 - 30 giugno 2010


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” l’editoriale del direttore Marco Basti

Italiani all’estero tra risorsa e svuotamento

 

BUENOS AIRES - La riunione continentale dell’America Latina del CGIE, è passata senza gloria e senza infamia, come del resto era prevedibile alla vigilia. Il sussulto di orgoglio, la necessità di dimostrare che la rappresentanza degli italiani all’estero è viva e attiva, si è risolta in una simbolica adunata di una trentina di consiglieri, ai quali si sono aggiunti alcuni membri dei Comites e dei Patronati, qualche esponente di partiti dell’opposizione. Certamente non più di cinquanta persone.

Una iniziativa simbolica, estemporanea, nata dalla voglia di manifestare il dissenso, il disaccordo degli italiani all’estero con la politica messa in atto dal governo, non solo di tagli indiscriminati, ma anche e soprattutto di liquidazione dei rapporti con “l’altra Italia”.

Una iniziativa che dimostra palesemente però, l’impotenza della struttura di rappresentanza degli italiani all’estero, per incidere sulla politica italiana.

Chiaramente quando si parla di struttura di rappresentanza, si intende anzitutto quella stabilita dalle leggi italiane, in ambito locale attraverso i Comites in ogni circoscrizione consolare, di secondo grado attraverso il Consiglio generale degli Italiani all’Estero, costituito da sessanta consiglieri eletti dai Comites e dalle associazioni in rappresentanza dei vari Paesi e aree geografiche dove risiedono gli italiani (per fare un esempio, l’Argentina con otto consiglieri è il paese, in base al numero di italiani qui residenti, che ha il maggior numero di rappresentanti) e da trenta nominati dal governo, in rappresentanza di partiti, sindacati, regioni, associazioni di categoria, ecc.; infine in ambito parlamentare con i dodici deputati alla Camera e sei senatori a Palazzo Madama.

Una struttura pensata e conquistata lungo molti anni, lungo decenni. Una volta, c’era il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, ma era nominato dal governo. Una volta c’erano persone di fiducia delle Ambasciate e dei Consolati, spesso personalità del mondo dell’imprenditoria, del sociale o del volontariato. Ma erano scelte dal rappresentante di Roma.

Le comunità all’estero, e in modo particolarmente intelligente e impegnato la nostra collettività organizzata attorno alle associazioni, sostenuta poi da partiti e patronati, si batté per ottenere dallo Stato italiano una rappresentanza più aderente alla realtà delle nostre comunità e, fondamentalmente più democratica. Il tema della rappresentanza degli italiani all’estero era al centro dell’agenda degli incontri tra esponenti di governo o di partito e rappresentanti delle comunità italiane all’estero negli anni ‘70 e ‘80 e in modo particolare nelle due Conferenze Nazionali dell’Emigrazione.

Da esse nacquero i Comites e il CGIE e l’idea di una rappresentanza parlamentare degli italiani all’estero.

Con grande difficoltà si riuscì a convincere partiti e Parlamento della necessità di dare vita a questi organi di rappresentanza, pensati come una struttura attraverso la quale governo e Parlamento potessero stabilire un dialogo proficuo con i connazionali residenti all’estero, con il quale non solo capire meglio la realtà e le necessità degli emigrati, ma anche e sempre con maggiore importanza, stabilire attraverso le realtà di successo della presenza italiana all’estero, ponti verso i paesi di accoglienza, per produrre, in definitiva, ricchezza per l’Italia.

Purtroppo, quando alla fine è stata completata quella struttura ideale, di tre istanze di rappresentanza, che avrebbe dovuto favorire una migliore conoscenza e nuove opportunità, con l’insediamento nel Parlamento italiano di diciotto eletti all’estero, in Italia e specialmente da parte del partito del premier, ma non solo, hanno cominciato a mettere in dubbio l’utilità di tale struttura. Un atteggiamento diventato ancor più evidente nella legislatura nata nel 2008. Infatti, prendendo come immagine i “panzer” tedeschi, l’interlocutore del governo con gli italiani all’estero ha esposto il progetto di rapporti con le comunità italiane nel mondo, che sembra il progetto della maggioranza, che non solo ha portato a numerosi e indiscriminati tagli ai fondi per le politiche rivolte a noi, ma anche a quella che il CGIE ha definito “politica volta allo svuotamento del sistema di rappresentanza degli italiani all’estero”.

E se non si capisce come si può far produrre una risorsa quali sono gli italiani all’estero, senza investire neanche un centesimo, meno ancora si capisce come si può dialogare con le nostre realtà, se vengono, appunto, svuotate e snobbate le nostre strutture di rappresentanza.

Una politica che sembra trovare conferma nelle parole del presidente del Consiglio che pur ritenendo il nostro voto una grande conquista, annuncia che si prevedono modifiche alle modalità di esercizio, facendo temere ulteriori manovre contro il citato sistema di rappresentanza.

Il bello è che lo stesso premier nella stessa sede, chiede agli italiani all’estero di visitare l’Italia, di fare turismo nel Belpaese, per dare il nostro contributo alla crescita del Pil italiano! Certamente non abbiamo bisogno di essere invitati da Berlusconi per visitare l’Italia. Gli italiani all’estero, in maggioranza, fanno turismo in Italia non appena hanno la possibilità di farlo. Non è una novità che il turismo, ma anche il made in Italy sono trainati in buona parte del mondo dagli acquisti degli italiani all’estero.

Ci chiediamo e domandiamo al presidente del Consiglio se gli italiani all’estero sono buoni per pagare, ma non per il resto?

Evidentemente qualcuno non ha le idee chiare. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar


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