INFORM - N. 123 - 25 giugno 2010


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Da “America Oggi”

Italia-Slovacchia a Little Italy nel Bronx

 

NEW YORK - Il giorno delle partita più importante del mondiale Azzurro, il mercato di Arthur Avenue (Little Italy, Bronx) offre uno dei pochi specchi attendibile dell'italianità newyorchese. A partire dalla colazione: al bar Palombo (2400, Arthure Avenue) un gruppo di signori e signore italo-americani parla di calcio e della vita italo-americana. "Siamo nati tutti negli Stati Uniti, ma la nostra origine ci ha trasmesso la forte passione per il calcio", dice Carmela De Benedictis, nata nel Westchester da genitori napoletani, che prosegue: "Negli anni Quaranta eravamo in quarantamila qui a Little Italy nel Bronx, oggi siamo in poco più di quattromila".

Il valore dell'italianità si sta affievolendo con la decrescita delle immigrazioni. "A Little Italy siamo rimasti solo noi anziani, siamo l'ultima generazione di italiani. I nostri figli si sono trasferiti, i miei nel Westchester, appena moriremo noi questa zona resterà, purtroppo, in mano esclusivamente agli ispanici".

Continua Gina Neglio, di famiglia barese, ma nata nel South Bronx. "Cinquant'anni fa si che ci si sentiva a casa. Fu il periodo in cui il sindaco di allora, Fiorello La Guardia decise di trasferire le bancarelle all'interno, creando quello che oggi è il mercato al chiuso". Il "marchetto" come lo chiamano gli italo-americani.

Un velo di nostalgia traspare dalle parole di tutti.

Sulla strada del mercato, quando dai televisori di pizzerie e macellerie si intravedono le squadre schierate per gli inni nazionali, distinta per una maglietta tricolore e con le borse della spesa, attraversa la strada Susanna Cioci, nata nel Westchester, pure lei di origini napoletane, intenta a raggiungere la madre: "E' nervosa ed ha fretta perché vuole andare a vedere la partita, invece siamo ancora qui fuori con le borse della spesa tra le mani".

"Siamo molto appassionati di calcio - continua - non tifiamo per nessuna squadra, ma ogni domenica io, mio marito, i miei genitori e i miei nipoti siamo soliti radunarci in casa e vedere le partite del campionato italiano. Persino mio marito, che è americano, è stato quasi costretto ad appassionarsi".

Eccolo il mercato (Arthur Avenue Retail Market), giusto in tempo per il calcio d'inizio.

"Dobbiamo assolutamente vincere", afferma Mike Fava, americano cresciuto a Palermo, affaccendato nel suo lavoro al "Mike's Deli", ma con occhio vigile sullo schermo, continuando: "Lavorare durante la partita è strano. Nel '98, ho visto seguito il Mondiale a Palermo e per Italia-Francia mio padre, proprietario di una macelleria, ha chiuso il locale per due ore per concentrarci sul match".

Gli fa eco Umberto Milucci, collega di estrazione campana: "La Nazionale non sta convincendo, per me un'eventuale vittoria non porterebbe comunque da nessuna parte. Ma dobbiamo crederci e lottare ugualmente", del resto, come ci spiegano, a New York è più dura perché "gli italiani ormai sono pochi e devono rivaleggiare con gli altri naturalizzati provenienti da tutto il mondo, rendendo il tifo forse addirittura più sentito e penetrante".

Il vantaggio slovacco fa emergere persino un po' di malinconia: "Ormai sono pochi persino i nostri connazionali che vengono a far la spesa, perché semplicemente siamo rimasti pochi, solo il martedì e il giovedì delle guide portano dei gruppi di turisti italiani, ma sono dei turisti", commenta con disappunto Fava.

"Noi comunque rimaniamo pur sempre prima italiani e poi americani", interviene Davide Greco, che ha ereditato l'attività dai genitori calabresi, "la nostra mentalità e la nostra educazione ci arricchiscono e ci contraddistinguono rispetto alle altre etnie".

I commenti negativi su Lippi e la sua squadra non si contano, così come il rammarico per il livello di gioco espresso dalle altre squadre, da tutti ritenuto basso. "Solo l'Argentina si è mostrata superiore, ma non di un livello irraggiungibile", "e la colpa è di Lippi che ha portato i vecchi. Guardiamo gli Stati Uniti, che giocano col cuore, con la grinta che quattro anni fa apparteneva a noi", sbottano rispettivamente Fava e Milucci. "Se usciamo, come è probabile, tiferò per loro, ma solo per rassegnazione", conclude Greco al fischio che sancisce la fine del primo tempo.

La decadenza dell'italianità a Little Italy è testimoniata simbolicamente dal "Morrone Pastry Shop", locale dall'altra parte della strada, pressoché vuoto e per di più con la televisione sintonizzata su un talk-show in lingua spagnola.

Al fischio della ripresa alla Arthure Avenue Market Pasticceria la consolazione fa da padrona. "Ho preso un giorno di ferie per vedere questo spettacolo", sbotta Antonio Leo, tifoso americano originario della provincia di Salerno, a tal punto legato alla propria terra da affermare di essere questo il primo mondiale che vede negli Stati Uniti. "In Italia, sarà la compagnia, ma il Mondiale si vive in maniera più totale: la festa e la sofferenza sono collettive e quindi più piacevoli o sopportabili. Qui il tifo lo vivi nel tuo intimo".

Continua indispettito: "Poi Lippi sta sbagliando tutto. Va bene che ha già vinto e merita fiducia, ma doveva portare almeno qualcuno come Cassano o Balotelli, capace di cambiare la partita in ogni momento", esplode. "All'Italia mancano tre giocatori: Totti, Totti e Totti", gli fa eco con vigore Antonio (che non vuole rendere noto il proprio cognome ndr), tifoso di origine ciociara.

Il raddoppio di Hamsik e compagni sembra precluderci ogni residua speranza. Interviene Giovanni Albano, anch'egli italo-americano di origine salernitana, proprietario della pasticceria: "Le scelte di Lippi sono state basate sulla fiducia nel gruppo storico. Questo è stato il suo grande errore. Non avere il coraggio di rinnovarsi".

L'ingresso di Pirlo e il gol di Di Natale ridanno un po' di fiducia. "Non possiamo finire ultimi nel girone", urla Antonio sul gol annullato ai nostri, ammutolito poco dopo dall'ulteriore allungo degli slavi.

Il finale è ricco di emozioni e commenti. La stupenda rete di Quagliarella, l'inutile assedio finale e le lacrime di quest'ultimo in mondovisione lasciano l'amaro in bocca. "Io è dalla prima partita che dico che Quagliarella avrebbe dovuto sempre giocare. E Pirlo, purtroppo infortunato, ci avrebbe fatto cambiare marcia", conclude Leo.

L'Italia esce e abdica, un po' come l'italianità nello storico quartiere italiano del Bronx,  "pazienza, è dura da digerire, tifare Stati Uniti sarà una consolazione non sufficiente", ci saluta così Fava del Mike's Deli: "C'è poco altro da dire, ci riproveremo tra quattro anni". (Gianluca Tartamella-America Oggi/Inform)


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