INTERVENTI
Raffaele Fantetti (Pdl): Contro la disoccupazione
giovanile, più attenzione verso le nuove generazioni
ROMA - Quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare: dovrebbe essere questo lo slogan dei giovani in questi anni difficili. In questi anni in cui, paradossalmente, essere giovani per certi versi è un ostacolo, anziché essere un vantaggio. Forse è colpa di quella parte della società che davvero crede che la gioventù sia un male da cui si guarisce col tempo...
Quando il gioco si fa duro, i duri mostrano quanto è grande la loro forza. E non intendiamo certo inneggiare alla violenza o alla forza brutale: il gioco che intendiamo noi è la sana competizione, il misurarsi in un mondo complesso e globalizzato con i requisiti giusti e le conoscenze adeguate.
Purtroppo, in un momento di passaggio, da una politica conservatrice e gerontofila, a un modello di società dinamica e futuristica, non ci sono ancora - in particolar modo, ahinoi, in Italia - le consapevolezze necessarie ad attraversare questo "passaggio" senza traumi, e solo in pochi arrivano a cogliere per tempo la necessità del cambiamento. Un cambiamento che non può non passare prima di tutto da una forte presa di coscienza, una volta per sempre, da parte dell'attuale classe dirigente, del fatto che senza ricambio generazionale non c'è futuro, non c'è continuità, non c'è trasmissione di sapere e esperienza, nè nuova conoscenza. Senza i giovani non c'è vero progresso: come potremo affrontare una globalizzazione che vede crescere e imporsi nell'economia mondiale Paesi a forte connotazione giovanile, e non proprio democratici, come Cina, Brasile, India?
Oggi il capitale è in cerca di giovani preparati, pronti alle sfide più alte, competitivi nella corsa all'eccellenza; chi investe, chi pretende dinamismo e conoscenza delle nuove tecnologie, chi chiede risultati in tempo reale, punta sui giovani. Tutto questo, oltre confine. Sì, perché invece, l'Italia in molti casi resta ancorata a formule vecchie, alla difesa di un immobilismo perdente, all'ostracismo sulle riforme più decisive, come sono quella della scuola e dello spazio ai giovani nelle imprese e nella politica. Nella società.
Ma forse anche in Italia qualcosa sta cambiando. Con l'approvazione bipartisan della proposta "Controesodo", che vuole agevolare il rientro dei giovani residenti all'estero (nei paesi comunitari) che desiderino rientrare in Italia per lavorare, attraverso incentivi fiscali alle imprese disposte ad assumerli, è un primo passo verso quella che dovrebbe essere una costante della politica e delle istituzioni italiane: l'attenzione nei confronti dei giovani deve essere uno dei punti fondamentali, se vogliamo fare crescere una classe dirigente preparata e pronta ad affrontare le sfide che in futuro l'attendono.
La disoccupazione giovanile è ancora troppo alta. I recenti dati Istat non lasciano spazio a interpretazioni: nel 2009, secondo quanto riferisce l'Istituto di statistica, "il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4%) è più del triplo di quello totale (7,8%) e più elevato di quello europeo (19,8%)". Una situazione allarmante, a cui chi si occupa di politica deve riuscire a dare risposte. Se il mondo giovanile in Italia resta il più penalizzato dal punto di vista del lavoro, dobbiamo essere tutti noi a sostenere le nuove generazioni e a concedere loro degli spazi, anche di responsabilità importanti; altrimenti non li prepareremo davvero a saper affrontare e vincere le sfide del domani.
Finché venti milioni di pensionati costituiranno lo zoccolo duro e sempre arrabbiato della più grande confederazione sindacale paradossalmente a difesa dei lavoratori; e finché la scuola continuerà ad essere l'allegra fattoria di giovani nullafacenti anestetizzati negli stimoli culturali e nelle idee, la nostra società sarà perdente e votata al declino. Un declino culturale fortissimo, che potrebbe masticare pezzi del nostro futuro e diventare così anche declino economico.
Senza una preparazione più approfondita, senza un aggiornamento continuo, senza la scelta determinante di stimolare le attitudini e premiare il merito - ma davvero però, non a parole! -, i nostri giovani rimarranno ancora attratti da messaggi televisivi che si rivolgono alla pancia e non al cervello, si accontenteranno di diplomi e lauree di carta facilmente e inutilmente ottenuti con un impegno modesto e superficiale; si abbevereranno alla fonte del piacere fine a se stesso, e non troveranno spazio nella richiesta di lavori premianti per sé e per il progresso del Paese.
Forse sarà la volta, chissà, che dovranno cedere il passo agli immigrati anche nei posti più ambiti; e la responsabilità di genitori e insegnanti e istituzioni si vedrà troppo tardi.
E' tempo, adesso,
di rimboccarsi le maniche, di restituire fiducia e speranza a quei giovani italiani,
e ce ne sono tantissimi, che già ora mostrano di voler impegnarsi nello studio
prima e nella crescita personale dopo. Potranno, questi, essere una guida per
tanti altri ancora in lista d'attesa per il volo verso la vita adulta: e chissà
che non possano attirare in Italia anche quei giovani italiani di seconda generazione
che le famiglie dei nostri emigranti vorrebbero tornassero in patria forti dei
loro successi e delle loro identità. Un sogno? Se politica e istituzioni sapranno
fare il loro dovere, aiutate e sostenute dalla società, la strada non sarà così
in salita, e il sogno potrebbe addirittura realizzarsi. Io ne sono convinto,
e farò la mia parte, come senatore della Repubblica Italiana, perché questo
avvenga. (Raffaele Fantetti*-
*Senatore eletto per il Pdl nella ripartizione Europa