DIRITTI UMANI
IN IRAN
Alla Camera dei Deputati, il Rapporto di Amnesty International
ad un anno dalle elezioni politiche
Suffragate da Iran Human Rights le preoccupazioni sull’aumento
della repressione seguita alle dimostrazioni di protesta per la riconferma di
Ahmadinejad. Narducci (Pd): “Resta ancora molto da fare affinché i diritti umani
possano costituire il quadro di riferimento nel quale costruire sviluppo e giustizia”
ROMA – Che
cosa resta delle contestazioni che accolsero in Iran, il 12 giugno 2009, l’annuncio
della vittoria elettorale del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad? Che
cosa possono fare l’Italia e la comunità internazionale perché trovi un seguito
l’auspicata normalizzazione democratica di cui allora parve intravedersi nel
Paese una possibilità concreta?
Questi alcuni
degli interrogativi a cui hanno cercato di rispondere gli ospiti intervenuti
all’incontro su “I diritti umani in Iran ad un anno dalle elezioni del giugno
Una discussione,
moderata dal giornalista Rai Luciano Ghelfi, alla luce dell’ultimo Rapporto
sui diritti umani curato da Amnesty International, presente con il portavoce
italiano Riccardo Noury, i cui risultati – e in special modo le preoccupazioni
– sono suffragati, per il Paese, dall’impegno di Iran Human Rights, organizzazione
rappresentata in Sala da Zahra Toufigh.
“Una grande
truffa elettorale”, così definisce lo svolgimento delle consultazioni di un
anno fa in Iran, Franco Narducci, precisando che l’onda verde ebbe inizio proprio
con il manifestarsi della frustrazione del popolo iraniano “che aveva creduto
di poter rimettere in moto il processo democratico del Paese”. “Per capire
cosa resta oggi di quel movimento di protesta – aggiunge Narducci – dobbiamo
analizzare il contesto politico interno all’Iran, in cui le tensioni politiche
non sono diminuite, in cui attivisti, giovani e donne che chiedevano il rispetto
della parità dei diritti, della libertà di espressione e di coscienza, sono
stati incarcerati, con una situazione economica che è sempre più difficile e
una società civile disorientata”.
“Nonostante
l’Iran abbia ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici
nel 1975, non possiamo dire che sia piccola la discrepanza tra i contenuti di
questo accordo e ciò che si verifica nel Paese – prosegue Narducci, che segnala,
in aggiunta, come “non esistano meccanismi giurisdizionali per rendere effettivo
tale accordo”. Tuttavia, il documento è “fondamentale per il suo valore
politico, per il contributo che può fornire allo sviluppo di una coscienza collettiva,
fuori e dentro l’Iran, sull’inviolabilità dei diritti umani degli individui”.
Per il vice
presidente della Commissione Esteri è indispensabile che l’Unione Europa prosegua
rispetto all’Iran la sua politica che “subordina la stipula degli accordi di
tipo economico al rispetto dei diritti civili da parte dei Paesi terzi”, - strategia
per arginare la quale si è creato una sorta di canale preferenziale per le intese
commerciali Iran – Cina, che andrebbe invece scoraggiato, per l’esponente Pd.
Da parte sua,
la comunità internazionale deve proseguire “le manifestazioni di solidarietà
alla popolazione iraniana e ribadire la richiesta al governo di garanzie per
il rispetto della libertà di espressione – e quindi di manifestare dissenso
e divergenze di opinione politica – e di stampa”. Per Narducci, infine, alla
comunità internazionale dovrebbe essere consentito “l’invio in Iran di osservatori
internazionali affinché si possa riferire all’ONU ciò che effettivamente avviene
nel Paese”.
Pianetta ha
sottolineato che “l’Italia non ha intenzione di salire in cattedra su di una
materia delicata e sensibile come il rispetto dei diritti umani, ma è pronta
a collaborare affinché una loro tutela venga garantita in modo sempre più ampio
e attento nei diversi contesti nazionali e internazionali”. Segnalando come
molto pericolo l’isolamento di uno Stato dal contesto internazionale, egli rileva
di conseguenza la necessità di mantenere un “dialogo costante e aperto anche
con i governi di cui non si condivide l’operato”, perché ciò mantiene viva la
possibilità di un cambiamento sul fronte interno, anche se più lento di quanto
auspicato. Ricorda, infine, l’impegno italiano di contrasto alla pena di morte
(“l’Iran e
La necessità
di trovare un equilibrio tra “le ragioni della diplomazia e quelle della democrazia”
viene sottolineata da Ferrara, che evidenzia la difficoltà di intervento in
un Paese in cui l’ingerenza di Paesi stranieri può venir imputata strumentalmente
a pretesto da parte del governo a carico dei manifestanti arrestati, nuocendo
alla loro causa. “Non dobbiamo perdere di vista l’impostazione etica della politica
estera – aggiunge il capo dell’Unità di crisi; – tuttavia, per evitare il rischio
di divenire irrilevanti o di nuocere ad una causa che dovremmo invece sostenere,
è necessario adottare quel pragmatismo dei principi, calibrato sulla situazione
effettivamente presente, suggerito dal presidente degli Stati Uniti Obama quale
linea guida della sua politica estera”.
“Dal 12 giugno
2009 è iniziato un anno terribile per i diritti umani in Iran – ha detto il
portavoce di Amnesty Riccardo Noury. – Nelle 8 settimane trascorse dalla rielezione
all’insediamento formale di Ahmadinejad vi sono state 112 esecuzioni, più di
un quarto del totale dell’intero anno e oltre un centinaio di condanne a pena
detentiva al termine di processi farsa con confessioni estorte con la tortura.
Decine di manifestanti sono stati uccisi nel corso delle proteste, 5000 arrestati”.
Una situazione
insostenibile, tanto più se si pensa che sulle oltre 400 esecuzioni capitali
calcolate nel 2009 da Iran Human Rights, “cinque – riferisce Zahra Toufigh –
hanno riguardato minori”.
“Dall’inizio
del 2010 – prosegue la portavoce dell’organizzazione che riunisce attivisti
per i diritti umani in Iran e all’estero, priva di orientamento politico – 91
sono state le esecuzioni; di esse,
“I condannati
a morte non sono giudicati per una fattispecie di reato politico, che non è
codificato nel sistema normativo iraniano, ma per guerra contro Dio (Moharebeh)
– conclude Toufigh, che segnala l’importanza della sensibilizzazione della comunità
internazionale, resa più difficile dall’arresto di molti giornalisti in loco,
che non possono più diffondere notizie di ciò che avviene nel Paese, specie
a ridosso dell’anniversario delle ultime elezioni.
“In vista del
prossimo 12 giugno – aggiunge Noury – il governo di Teheran continua a mandare
messaggi sinistri: le impiccagioni sono aumentate vertiginosamente nelle ultime
settimane (siamo già oltre 70) e gli ammonimenti a non scendere in piazza si
susseguono”.
Intanto, il
10 giugno è prevista l’adozione da parte del Consiglio Onu sui diritti umani
del rapporto finale sull’Iran, nell’ambito della procedura di revisione universale
sul tema. “L’Italia e la comunità internazionale – conclude Noury – devono mantenere
i riflettori accesi sulla situazione dei diritti umani in Iran e continuare
ad impegnarsi affinché il governo collabori con gli organismi internazionali
che monitorano il rispetto di questi ultimi e affinché proceda all’immediato
e incondizionato rilascio dei prigionieri di coscienza”. (