INFORM - N.110 - 8 giugno 2010


DIRITTI UMANI IN IRAN

Alla Camera dei Deputati, il Rapporto di Amnesty International ad un anno dalle elezioni politiche

Suffragate da Iran Human Rights le preoccupazioni sull’aumento della repressione seguita alle dimostrazioni di protesta per la riconferma di Ahmadinejad. Narducci (Pd): “Resta ancora molto da fare affinché i diritti umani possano costituire il quadro di riferimento nel quale costruire sviluppo e giustizia”

 

ROMA – Che cosa resta delle contestazioni che accolsero in Iran, il 12 giugno 2009, l’annuncio della vittoria elettorale del presidente in carica Mahmoud Ahmadinejad? Che cosa possono fare l’Italia e la comunità internazionale perché trovi un seguito l’auspicata normalizzazione democratica di cui allora parve intravedersi nel Paese una possibilità concreta?

Questi alcuni degli interrogativi a cui hanno cercato di rispondere gli ospiti intervenuti all’incontro su “I diritti umani in Iran ad un anno dalle elezioni del giugno 2009”, svoltosi stamani presso la Sala del Mappamondo della Camera dei Deputati a Roma: Franco Narducci (Pd) ed Enrico Pianetta (Pdl), rispettivamente vice presidente e membro della Commissione Affari esteri della Camera, insieme a Pasquale Ferrara, capo dell’Unità di crisi e programmazione del Mae.

Una discussione, moderata dal giornalista Rai Luciano Ghelfi, alla luce dell’ultimo Rapporto sui diritti umani curato da Amnesty International, presente con il portavoce italiano Riccardo Noury, i cui risultati – e in special modo le preoccupazioni – sono suffragati, per il Paese, dall’impegno di Iran Human Rights, organizzazione rappresentata in Sala da Zahra Toufigh.

“Una grande truffa elettorale”, così definisce lo svolgimento delle consultazioni di un anno fa in Iran, Franco Narducci, precisando che l’onda verde ebbe inizio proprio con il manifestarsi della frustrazione del popolo iraniano “che aveva creduto di poter rimettere in moto il processo democratico del Paese”.  “Per capire cosa resta oggi di quel movimento di protesta – aggiunge Narducci – dobbiamo analizzare il contesto politico interno all’Iran, in cui le tensioni politiche non sono diminuite, in cui attivisti, giovani e donne che chiedevano il rispetto della parità dei diritti, della libertà di espressione e di coscienza, sono stati incarcerati, con una situazione economica che è sempre più difficile e una società civile disorientata”.

“Nonostante l’Iran abbia ratificato il Patto internazionale sui diritti civili e politici nel 1975, non possiamo dire che sia piccola la discrepanza tra i contenuti di questo accordo e ciò che si verifica nel Paese – prosegue Narducci, che segnala, in aggiunta, come “non esistano meccanismi giurisdizionali per rendere effettivo tale accordo”.  Tuttavia, il documento è “fondamentale per il suo valore politico, per il contributo che può fornire allo sviluppo di una coscienza collettiva, fuori e dentro l’Iran, sull’inviolabilità dei diritti umani degli individui”.

Per il vice presidente della Commissione Esteri è indispensabile che l’Unione Europa prosegua rispetto all’Iran la sua politica che “subordina la stipula degli accordi di tipo economico al rispetto dei diritti civili da parte dei Paesi terzi”, - strategia per arginare la quale si è creato una sorta di canale preferenziale per le intese commerciali Iran – Cina, che andrebbe invece scoraggiato, per l’esponente Pd.

Da parte sua, la comunità internazionale deve proseguire “le manifestazioni di solidarietà alla popolazione iraniana e ribadire la richiesta al governo di garanzie per il rispetto della libertà di espressione – e quindi di manifestare dissenso e divergenze di opinione politica – e di stampa”. Per Narducci, infine, alla comunità internazionale dovrebbe essere consentito “l’invio in Iran di osservatori internazionali affinché si possa riferire all’ONU ciò che effettivamente avviene nel Paese”.

Pianetta ha sottolineato che “l’Italia non ha intenzione di salire in cattedra su di una materia delicata e sensibile come il rispetto dei diritti umani, ma è pronta a collaborare affinché una loro tutela venga garantita in modo sempre più ampio e attento nei diversi contesti nazionali e internazionali”. Segnalando come molto pericolo l’isolamento di uno Stato dal contesto internazionale, egli rileva di conseguenza la necessità di mantenere un “dialogo costante e aperto anche con i governi di cui non si condivide l’operato”, perché ciò mantiene viva la possibilità di un cambiamento sul fronte interno, anche se più lento di quanto auspicato. Ricorda, infine, l’impegno italiano di contrasto alla pena di morte (“l’Iran e la Cina sono due Paesi in cui avvengono ad oggi più della metà  delle esecuzioni capitali nel mondo – rileva Pianetta).

La necessità di trovare un equilibrio tra “le ragioni della diplomazia e quelle della democrazia” viene sottolineata da Ferrara, che evidenzia la difficoltà di intervento in un Paese in cui l’ingerenza di Paesi stranieri può venir imputata strumentalmente a pretesto da parte del governo a carico dei manifestanti arrestati, nuocendo alla loro causa. “Non dobbiamo perdere di vista l’impostazione etica della politica estera – aggiunge il capo dell’Unità di crisi; – tuttavia, per evitare il rischio di divenire irrilevanti o di nuocere ad una causa che dovremmo invece sostenere, è necessario adottare quel pragmatismo dei principi, calibrato sulla situazione effettivamente presente, suggerito dal presidente degli Stati Uniti Obama quale linea guida della sua politica estera”.

“Dal 12 giugno 2009 è iniziato un anno terribile per i diritti umani in Iran – ha detto il portavoce di Amnesty Riccardo Noury. – Nelle 8 settimane trascorse dalla rielezione all’insediamento formale di Ahmadinejad vi sono state 112 esecuzioni, più di un quarto del totale dell’intero anno e oltre un centinaio di condanne a pena detentiva al termine di processi farsa con confessioni estorte con la tortura. Decine di manifestanti sono stati uccisi nel corso delle proteste, 5000 arrestati”.

Una situazione insostenibile, tanto più se si pensa che sulle oltre 400 esecuzioni capitali calcolate nel 2009 da Iran Human Rights, “cinque – riferisce Zahra Toufigh – hanno riguardato minori”.

“Dall’inizio del 2010 – prosegue la portavoce dell’organizzazione che riunisce attivisti per i diritti umani in Iran e all’estero, priva di orientamento politico – 91 sono state le esecuzioni; di esse, 8 a danno degli attivisti politici, 5 di essi di etnia curda. Ad oggi, 26 sono coloro in attesa dell’esecuzione; fonti non confermate riferiscono dell’impiccagione di 13 di essi, avvenuta ieri”.

“I condannati a morte non sono giudicati per una fattispecie di reato politico, che non è codificato nel sistema normativo iraniano, ma per guerra contro Dio (Moharebeh) – conclude Toufigh, che segnala l’importanza della sensibilizzazione della comunità internazionale, resa più difficile dall’arresto di molti giornalisti in loco, che non possono più diffondere notizie di ciò che avviene nel Paese, specie a ridosso dell’anniversario delle ultime elezioni.

“In vista del prossimo 12 giugno – aggiunge Noury – il governo di Teheran continua a mandare messaggi sinistri: le impiccagioni sono aumentate vertiginosamente nelle ultime settimane (siamo già oltre 70) e gli ammonimenti a non scendere in piazza si susseguono”.

Intanto, il 10 giugno è prevista l’adozione da parte del Consiglio Onu sui diritti umani del rapporto finale sull’Iran, nell’ambito della procedura di revisione universale sul tema. “L’Italia e la comunità internazionale – conclude Noury – devono mantenere i riflettori accesi sulla situazione dei diritti umani in Iran e continuare ad impegnarsi affinché il governo collabori con gli organismi internazionali che monitorano il rispetto di questi ultimi e affinché proceda all’immediato e incondizionato rilascio dei prigionieri di coscienza”. (Viviana Pansa – Inform)

 

 

 


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