INTERVENTI
Di Rodolfo Ricci, segretario generale Fiei
Il neoliberismo all’attacco: “Se la crescita sarà bassa,
necessarie nuove manovre”
ROMA - Si propaga la voce (tra le consuete smentite d’obbligo)
che gli effetti delle manovre finanziarie in corso in Italia e in Europa non
siano sufficientemente tranquillizzanti “per il mercato”. La cosa è quasi stupefacente
e dimostra quale sia l’obiettivo vero di FMI e centrali di potere finanziarie
nazionali e internazionali: una corsa infinita e al ribasso dei redditi dei
lavoratori e della spesa pubblica (cioè del welfare) nei diversi paesi; che
dunque non è affatto terminata.
Già per
Lo stesso vale per Portogallo, Spagna, Italia, &
C., (vedi Gran Bretagna) poiché nessuno crede che in una situazione di depressione
economica come quella che si è creata, i singoli paesi siano in grado di invertire
la rotta e crescere nella misura necessaria per rientrare stabilmente nei parametri
del 3% di deficit sul PIL.
Per ottenere questo risultato, è necessaria una crescita
molto consistente della domanda di beni di consumo e di servizi, ma ciò è praticamente
impossibile se si decurtano continuamente i redditi di lavoratori e pensionati,
gli unici in grado di dare un po’ di ossigeno ad una economia contratta e già
debilitata da milioni di disoccupati e cassintegrati. E neanche la domanda di
beni di investimento può crescere adeguatamente in una situazione di contrazione
della spesa pubblica.
Al contrario, siccome non si intendono affrontare le
vere cause della crisi, cioè la drastica riduzione del potere di acquisto dei
lavoratori operata nel corso degli ultimi 20-30 anni e il parallelo trasferimento
di risorse dal lavoro alla finanza, dal pubblico al privato (oltre ai recenti
enormi trasferimenti a salvataggio delle banche), si indica come indispensabile
un continuo e progressivo risparmio di soldi pubblici e la riduzione dei salari.
Insomma, il neoliberismo si ostina a di
Garantire prioritariamente, anzi esclusivamente il pagamento
di questi interessi è, secondo FMI e agenzie di rating, ciò che continua a rendere
credibile o meno un paese. A prescindere dalle sue concrete prospettive di crescita
e dall’effettivo benessere della sua popolazione.
Allo stesso tempo, verso l’impresa produttiva si continua
a indicare la prospettiva del contenimento dei costi del lavoro e l’aumento
della flessibilità attraverso la riduzione dei sistemi di contrattazione sindacale,
come l’elemento salvifico, pur in presenza di un’enorme sviluppo della produttività
per addetto, che ha già espulso milioni di lavoratori dal comparto manifatturiero
e ridisegnato la relazione tra settore secondario, terziario (e quaternario)
nei singoli paesi e nel mondo sviluppato.
Il piccolo problema è che continuando di questo passo,
le economie nazionali si contraggono ulteriormente e, anche se si è in grado
ora di pagare questi interessi, l’anno prossimo, con una economia ulteriormente
contratta rispetto ad oggi, si riproporrà lo stesso dilemma, poiché il PIL diminuisce
o non cresce in modo sufficiente, mentre gli interessi mantengono il loro tasso
contrattato.
Contemporaneamente, l’impresa manifatturiera si confronta
con una riduzione della domanda e con la difficoltà di accesso al credito. Cioè,
meno occupazione, meno entrate fiscali, meno welfare, in una spirale che non
vede il fondo.
L’altra misura ormai in voga è quella dell’aumento dell’età
pensionabile (tra qualche anno arriveremo ai fatidici 70 anni), in un contesto
in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli altissimi. Dove porterà
la concorrenza sul mercato del lavoro tra ultrasessantenni e ventenni? A quali
stupefacenti scene dovremo assistere negli uffici di collocamento e nei luoghi
di mediazione della forza lavoro e intellettuale nei prossimi anni ?
Dentro questa dinamica non c’è alcuna realistica possibilità
di uscita dal tunnel, ma solo il progressivo restringimento dei redditi dei
produttori-consumatori, dell’aumento della marginalità sociale e della povertà,
e la conseguente ulteriore contrazione dell’economia reale.
La soluzione che non si vuole vedere - perché obbligherebbe
ad una revisione totale dei rapporti reddituali e di potere dentro i singoli
paesi - è solo quella di una decisiva ridistribuzione dei redditi e la riduzione
dell’enorme divario che si è creato tra lavoro e rendita, tra produzione e finanza
speculativa.
L’annosa questione dell’evasione fiscale, definita da
Draghi come causa della “macelleria sociale”, è operata in gran parte, dagli
stessi soggetti detentori del debito pubblico interno ai singoli paesi e dei
tanti titoli vaganti (compresi quelli spazzatura) che devono essere in ogni
caso garantiti per non far crollare definitivamente l’edificio neoliberista.
In questo senso, è solo un corollario o una forma specifica della stessa dinamica
di trasferimento dal basso verso l’alto, di cui in Italia siamo stati tra i
maestri: il vero made in Italy che ci distingue dal
resto, insieme al fatto di annoverare, tra gli attori principali dell’economia,
la criminalità organizzata e di avere standard di concentrazione della ricchezza
più vicini a paesi in via di sviluppo che a quelli del nord Europa.
Welfare e beni comuni vengono dunque sacrificati sull’altare
degli interessi sul debito che potrebbero essere tranquillamente saldati, se
funzionasse il nostro sistema fiscale.
Gli “avvertimenti” di FMI e agenzie internazionali di
rating giungono subito dopo che le manovre sono state messe in campo. Il gioco
è ovvio: intanto ci si garantisce una quota di sangue pubblico e popolare e
subito si rilancia chiedendo ulteriori trasfusioni. Stop and go !
Ormai sono anni che si va avanti di questo passo. E,
come si vede, si intende procedere nella stessa direzione. Fino a quando ?
Vi è una soglia in cui questa dinamica troverà un’interruzione
? Teoricamente sì, e la soglia è quella che può sfociare, come già avvenuto
in altri paesi, nel default di sistema e nella sospensione del pagamento degli
interessi sul debito a fronte di massicce proteste popolari. Come in Argentina
nel 2001-2002.
La questione è complicata, per quanto riguarda noi e
quelli che i vampiri delle borse hanno definito PIGS (maiali, ovvero Portogallo,
Irlanda, Grecia e Spagna), dall’essere parte dell’Unione Europea. Questa variabile,
in quanto paese comunitari, ci pone dei vincoli. Non possiamo fallire da soli.
Ma li pone anche agli altri, ai paesi più forti (pochi),
i quali in mancanza di mercati di sbocco consistenti per il proprio export,
sono anch’essi potenzialmente destinati al crollo. Se non c’è quindi una strada
nazionale, non c’è però neanche una strada univoca da percorrere (in ogni caso
è inaccettabile quella del FMI e delle agenzie, organismi per giunta esterno
all’UE), casomai si rende indispensabile una mediazione, che non può che essere
politica.
Il problema è chi opera questa mediazione, in mancanza
di un governo continentale: tanto per capirci, la lasciamo fare esclusivamente
alle singole borghesie nazionali al potere, cioè a coloro che negli ultimi decenni
hanno visto crescere a dismisura i loro patrimoni (settori che includono anche
la nuova economia criminale e ormai finanziarizzata
che tanto spazio ha nelle borse) ?
Se la si lascia ad esse, è naturale che la mediazione
sarà fatta a spese delle classi subalterne dei singoli paesi. Il ricatto che
viene operato per accreditarne le ragioni e per indebolire le resistenze del
mondo del lavoro è quello della fine della moneta unica e dell’UE e l’aprirsi
di scenari indecifrabili. Ma quali sono i vantaggi reali che le classi popolari
hanno ottenuto dall’Euro ? Gli stessi risparmi delle famiglie, altro elemento
di ricatto, hanno visto una drammatica riduzione del loro valore reale e in
prospettiva costituiranno solo un parziale ammortizzatore della perdita del
potere di acquisto delle pensioni o dell’impossibilità stessa di raggiungere
una pensione.
Non vi è in realtà alcuna convenienza per i lavoratori
ad accettare questa logica recessiva. Ed inoltre non vi è alcuna certezza che
dopo i successivi “aggiustamenti strutturali” ci troveremo in una situazione
più solida.
Il mantenimento del rigore monetaristico assomiglia molto
al all’assurda condizione di parità dollaro-peso argentino con cui l’oligarchia
proprietaria e finanziaria argentina intendeva preservare i propri patrimoni.
Ma quando l’Argentina crollò, i loro capitali erano già stati trasferiti a Zurigo
e Miami, a dimostrazione che l’interesse per il loro paese era uguale a zero.
Vi sono dunque altri spazi di azione ?
Nel potenziale disastro sociale che si prepara, gli eventi
possono anche sfuggire di mano ed aprire altri scenari.
Sarebbe per tutti più lungimirante varare misure importanti
di riequilibrio dei redditi utili a mantenere il potere di acquisto di lavoratori
e pensionati attraverso una nuova fiscalità progressiva (e anche “retroattiva”),
che tenga cioè conto del consistente arricchimento di alcuni strati sociali
negli ultimi decenni e garantendo il mantenimento a un buon livello dei servizi
pubblici. Obbligando ogni paese ad adeguarsi agli standard migliori del continente,
non a quelli peggiori.
Ma se le classi dirigenti dei singoli paesi sono tuttora
irretite (consapevolmente o meno) nell’ideologia dei Chicago Boys, l’iniziativa deve ripartire dai movimenti sociali e
dal mondo del lavoro. A partire proprio da quei paesi con minore equilibrio
sociale, come il nostro. Se Germania e Francia reggono meglio alla crisi, è
solo in virtù del loro migliore sistema di welfare che costituisce il più potente
elemento anticiclico che l’umanità si è dato, e della loro migliore distribuzione
delle ricchezze.
Il neoliberismo (e le classi politiche che lo rappresentano
nei singoli paesi) non fa della razionalità - seppur strumentale -, la sua qualità
e ragion d’essere. Piuttosto è abituato al mantenimento del suo interno margine
di profitto ritenuto insindacabile e immodificabile. A cui tutto deve adeguarsi.
Ma questo margine non è qualcosa di naturale: esso è
solo la trasformazione percentuale e matematica del potere di classe.
A questo margine è disposto a sacrificare persone, paese,
ambiente, qualsiasi cosa, in qualsiasi luogo. Una ragione in più per mettere
in discussione questa convenzione.
Le rivoluzioni “di velluto”, di altra natura e genere,
sono un pallido ricordo dell’ultimo ‘900. Qui si tratta ormai, appunto di lotta
di classe del terzo millennio, quella dei ricchi contro i poveri. (Che molto
assomiglia a quella di primo ’800). E’opportuno, meglio indispensabile, riattrezzarsi
rapidamente e globalmente, per bloccarne gli esiti nefasti. Si tratta di salvare
interi paesi e popolazioni.
Può suonare un po’ retrò, nel main
stream mediatico e culturale vigente, dove la politica,
come la finanza, è diventata sempre più mediatica e astratta, mentre l’azione
sindacale rischia di essere annichilita nei parametri del monetarismo, ma quell’espressione
andata fuori corso: “Socialismo o barbarie”, ritrova senso analitico e forse
anche prospettico.
Jacques Attalì ha recentemente
evocato un’altra possibile immagine della barbarie; quella di Blade Runner, il famoso film di
Ridley Scott, che veniva aperta da una geniale espressione del capo della polizia
nella Los Angeles del 2018: “se non sei nella polizia, non sei nessuno”.
Comunque la si voglia definire, nell’epoca della globalizzazione,
l’azione verso un mondo migliore non può che essere, per definizione, Internazionale.
Un’ottica fondamentale per aiutarci a comprendere
Il recupero sindacale e politico del territorio come
luogo di lotta e di contrattazione ha senso solo in questa prospettiva, altrimenti,
è garantita la degenerazione in dinamiche pseudo-comunitarie
e di corporativismo locale dove i presunti elementi identitari
giocheranno il loro devastante effetto, anche in questo caso, in una dinamica
competitiva tra territori (Padania,ecc.).
Al contrario, in ogni luogo e situazione, andrebbero
evidenziati gli specifici meccanismi e le specifiche relazioni e contraddizioni
in cui si dispiega la micidiale logica del neoliberismo morente, a partire,
ad esempio, dalla privatizzazione dei beni pubblici, dalla riduzione dei servizi
e, in positivo, dalla lotta all’evasione fiscale e a forme di imposizione locale.
Il vero aggiustamento strutturale da perseguire è dunque
nell’analisi e nel progetto politico. (Rodolfo Ricci*-Emigrazione Notizie/
*Segretario generale Fiei