RASSEGNA STAMPA
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“Panorama” una intervista al ministro degli Affari Esteri
Frattini: “Fatto il ministro, rifarò il
partito”
ROMA - Washington, Caracas, Panama e poi Sarajevo, fra un Airbus A320 e un Falcon 900 dell'Aeronautica militare una breve sosta alla Farnesina per seguire la crisi internazionale provocata dall'assalto mortale dei commando israeliani contro la flottiglia pacifista diretta a Gaza e le polemiche sollevate dalla manovra finanziaria. E’ convulsa l'attività del ministro degli Esteri Franco Frattini, 53 armi, romano, denominato «il Bionico» dai giornalisti che lo seguono in giro per il mondo per quante cose è capace di fare in 24 ore.
L'incontro con Barack Obama assieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma anche la visita a un Apple store, alla periferia di Washington, con la fidanzata (e prossima moglie) Stella Coppi, 32 anni, di Sassuolo, in provincia di Modena, o la spesa in una megafarmacia americana per acquistare vitamine, prima di essere ricevuto a Palacio Miraflores da Hugo Chàvez e in quello di Las Garzas, a Ciudad de Panamà, dal presidente italopanamense Ricardo Martinelli. Alla fine dell'ennesima settimana di fuoco, Frattini racconta a Panorama cosa c'è dietro tanta frenesia.
Mentre
a Roma i suoi colleghi di governo approvavano una manovra fatta di tagli e di
riduzioni di spese lei viaggiava fra il Venezuela e Panama a promuovere le aziende
italiane. E’ un modo per dimostrare che in Italia si può fare anche sviluppo?
C'è chi ha il compito di tagliare gli sprechi e chi di portare fieno nella cascina. E mi pare che i risultati ci siano, se è vero che possiamo vantare un incremento dell'export italiano del 17 per cento nei primi tre mesi del 2010, fra i più alti di qualsiasi paese europeo.
E’ lei
oggi il vero ministro dello Sviluppo economico?
No. Il ministro dello Sviluppo è quello che promuove le dinamiche di crescita all'interno del Paese. Al ministro degli Esteri spetta sempre più il compito di coordinare la diplomazia economica e quindi anche il commercio internazionale. Ed è giusto per questo motivo che si discuta sull'utilità di raccordare meglio il sistema della rete del commercio con l'estero sotto la guida delle nostre ambasciate.
Il ministro
dell'Economia Giulio Tremonti aveva proposto addirittura la soppressione dell'Istituto
per il commercio con l'estero (Ice). Nel decreto emanato dal capo dello Stato
non c’è traccia. Come mai?
Ci sono tre ipotesi sul tappeto. La prima è che, com'è accaduto negli ultimi 20 anni, tutto resti com'è. La seconda opzione è quella di far confluire la rete estera dell'Ice nelle ambasciate lasciando l'istituto a Roma per la parte nazionale sotto la competenza del ministero dello Sviluppo. La terza ipotesi, proposta da Tremonti e su cui si sta riflettendo, è quella di uno scioglimento completo dell'Ice, che a quel punto verrebbe assorbito dalle direzioni generali del ministero degli Esteri.
Lei
cosa auspica?
La soluzione migliore è quella di un coordinamento degli Esteri indipendentemente dal fatto se rimarrà o meno l'istituto a Roma. Quel che conta è che in ogni nostra sede diplomatica ci sia un solo punto di riferimento della diplomazia economica e non due, come oggi. Dobbiamo sciogliere i nodi per essere più forti. La crisi è un bene se produce quei cambiamenti che non si aveva il coraggio di fare. Dobbiamo semplificare, unire quel che è diviso, e fare sistema, sistema-Italia.
La diplomazia
economica porta a trattare con personaggi controversi come Chàvez. Si sente
a disagio?
E’ un passaggio obbligato per tutti i grandi paesi del mondo. Quando abbiamo visto che l'America riapriva l'ambasciata nella Libia di Muammar Gheddafi, ci siamo rallegrati perché abbiamo pensato: evidentemente siamo stati noi a indicare la strada. Con il Venezuela di Chàvez l'America ha un'ambasciata perfettamente funzionante. Senza contare le missioni che fanno i capi di stato di grandi paesi per favorire le commesse commerciali. Abbiamo cominciato a farlo anche noi. Forse dovevamo partire 8 anni fa, quando Silvio Berlusconi parlò per primo degli ambasciatori come promotori del made in Italy suscitando grande scandalo. Stiamo per fortuna recuperando il tempo perduto.
E’ vero
che il presidente Obama è apparso assai preoccupato per il futuro dell'euro?
Nel colloquio con Napolitano era molto interessato a sapere se le misure adottate dalla Banca centrale europea e dai governi fossero davvero idonee a stabilizzare la moneta unica. Il presidente gli ha risposto con convinzione di sì. E io concordo. Quello che ci preoccupava era l'affondo degli speculatori. Ma avendo noi piazzato davanti a questi personaggi privi di scrupolo una grande corazzata, armata di ben 440 miliardi di euro, sia mo sicuri che la smetteranno una volta per tutte. L'importante è non aprire falle nella chiglia. Questo vuoi dire attrezzarci tutti con misure di risanamento delle nostre finanze
Teme
per la tenuta della Germania? Cioè che il governo di Angela Merkel possa essere
tentato di tornare al marco?
Sarebbe una pazzia.
Credo che nessuno dotato di buon senso in Germania lo pensi. Il cancelliere
dovrà spiegare bene all'opinione pubblica che ritornare al marco sarebbe un
disastro per
Italia
e Francia possono aiutarla?
Vedo sempre più riformarsi il grande asse politico Roma-Parigi-Berlino, l'unico che può ridare forza all'Europa.
Con
grande fatica anche l'Italia sta cercando di ritornare virtuosa nei conti pubblici
per evitare buchi e falle. A quando la stabilizzazione anche politica?
In Europa, ma
anche nel resto del mondo, fino a poco tempo fa, si riconosceva al governo Berlusconi
non solo il dato politico della stabilità, ma anche la prospettiva di stabilità.
Oggi invece ci troviamo a fare i conti con le fibrillazioni della maggioranza.
Abbiamo un alleato leale come
Già,
ma come realizzarla in concreto?
L'idea di organizzare una direzione nazionale ogni 3 o 4 mesi è il primo segnale. Il secondo è che ogni anno ci vuole un congresso nazionale preparato da congressi comunali, provinciali e regionali. Dobbiamo fare in modo che il motore-partito giri a pieno regime.
Proprio
quello che a Berlusconi fa venire l'orticaria.
Non credo proprio, ho parlato a lungo con il premier di questo e l'ho trovato d'accordo su tutto. Anche se ci vuole altro.
In che
senso?
Sarebbe importante oggi riannodare le fila con l'Udc.
Come
contrappeso alla Lega?
Non credo che una visione così miope ci porterebbe lontano. L’Udc interpreta parte dei valori del Pdl ed è giusta la prospettiva che preveda che non ne stia fiori. Se penso alle battaglie dell'Udc per i valori cristiani, vedo le stesse cose che anch’io faccio in Europa e in giro per il mondo. Se penso alla sensibilità dell'Udc per una giustizia giusta, vedo le stesse nostre preoccupazioni. Se penso alla riforma federale, Pier Ferdinando Casini sollecita come noi un federalismo solidale e che non penalizzi il Sud.
Sì,
ma Casini non si stanca di ripetere che non vuole allearsi con voi per rafforzare
il governo.
L'ho detto. Un incontro strumentale rischierebbe una breve stagione: qui non parliamo di ministeri. Sarebbe anche offensivo. Non è questo il punto. Quello che è importante è ripartire dal lavoro parlamentare per cominciare a creare una convergenza su due o tre argomenti strategici: la riforma della giustizia, lo stato federale, l'identità nazionale e la tradizione cattolica. Non un'alleanza organica, ma strategica.
Perché
lei, da un po' di tempo, ama parlare anche all'estero di questioni di politica
interna? Nutre qualche ambizione?
Il ministro degli Esteri deve anzitutto occuparsi del ruolo dell'Italia nel mondo, della sua immagine. E non può dimenticare che in questo momento è un ministro degli Esteri politico. Quanto alle ambizioni, ho un mestiere, quello di magistrato del consiglio di Stato, sul quale posso sempre fare affidamento. Anche se non è un mistero che noi pensiamo ancora di vincere nel 2013.
Che
farà? Si occuperà del partito?
Si vedrà. Di certo
c'è che in questi mesi mi sono impegnato a stare di più nel partito e col partito
per rafforzare la mia presenza negli organismi decisionali. Era ed è mio dovere
anche per offrire maggiore solidarietà al presidente del Consiglio, che è continuamente
sotto attacco. E poi nel momento in cui il partito si allarga e gli stessi amici
di Alleanza nazionale danno vita a fondazioni, pensatoi, associazioni di riflessione
politica anche noi che veniamo da Forza Italia dobbiamo dotarci di think tank
politici per riproporre i nostri valori originali che non si possono e non si
devono perdere. Sono quelli del riformismo liberale di Berlusconi nel
Lei
e chi altro?
Penso a Tremonti, a Maurizio Sacconi, a Renato Brunetta, a Mariastella Gelmini, a Sandro Bondi, alla mia sottosegretaria Stefania Craxi e anche a personaggi del liberalismo radicale, come Giorgio Stracquadanio, o anche a uno dei fondatori di Forza Italia, Mario Valducci.
Non
è, in qualche modo, il ritorno al vecchio Psi di Bettino Craxi?
No, è il riformismo craxiano filtrato da 15 anni di Forza Italia, che ha in qualche modo amalgamato il riformismo socialista e il cattolicesimo liberale.
Fonderete
un gruppo o una corrente?
Vogliamo solo creare una rete ideale di pensiero su cui tanti parlamentari già oggi si ritrovano. Se Fini e i suoi amici hanno fondato Farefuturo, che dialoga con i partiti cugini del Ppe, io che sono il coordinatore dei ministri degli Esteri del Ppe devo poterlo fare a maggior ragione e lo farò.
Nel
frattempo, si mormora che troverà anche il tempo per risposarsi.
Tengo molto alla privacy: dove e quando sarà una sorpresa. Lo saprete a cose fatte. (Pino Buongiorno-“Panorama” del 10.6.2010)
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