INFORM - N. 107 - 3 giugno 2010


STAMPA ITALIANA ALL’ESTERO

Su “Tribuna Italiana” del 2 giugno 2010 l’editoriale del direttore Marco Basti

Il Bicentenario, la Repubblica e l’Associazionismo

 

BUENOS AIRES - Ricorre oggi il 64º anniversario della nascita della Repubblica Italiana. Infatti, il 2 giugno 1946 si tenne il referendum col quale il popolo italiano decise di chiudere il ciclo della monarchia, che era stata promotrice e protagonista dell’Unità d’Italia, ma anche responsabile dell’avvento del fascismo, del ventennio e del crollo dell’Italia con la sconfitta nella guerra, e dare vita alla Repubblica. Il 2 giugno 1946 veniva scelta la Repubblica e veniva eletta una Assemblea costituente chiamata ad aprire un nuovo orizzonte per l’Italia.

Come veniva ricordato alla Camera in occasione dei 60 ani del 2 Giugno, “Alla nuova democrazia veniva restituito, dopo i tragici anni della dittatura e della guerra, il presidio forte ed autorevole di un’Assemblea direttamente e liberamente eletta dai cittadini; il confronto tra le forze politiche trovava la sede istituzionale privilegiata in cui dare pienamente voce ai valori del pluralismo, della trasparenza e della responsabilità; con il riconoscimento del diritto di voto, le donne italiane entravano a pieno titolo nella vita pubblica nazionale, segnando con il loro contributo di passione civile, entusiasmo ed intelligenza la costruzione dei valori fondanti della Repubblica. Il tempo dell’Assemblea Costituente fu un tempo straordinario, pieno di speranze, animato da grande generosità e grande coraggio. Ma fu anche un tempo difficile, percorso da un clima di crescente conflittualità politica e ideologica e dal profilarsi di nuove lacerazioni quando si era ancora intenti a rimarginare le ferite del passato.”

Quel tempo fu anche un tempo di grandi uomini e di principi, di coraggio e di valori.

Come non pensare ai grandi nomi di coloro che allora affrontarono l’immane opera di riportare l’Italia sconfitta e distrutta, verso la ricostruzione materiale e morale? Primo fra tutti Alcide De Gasperi, il grande statista democristiano, che insieme ad Adenauer e Schuman, stabilì le basi per l’Europa unita.

Grandi uomini e grandi ideali: oltre allo statista trentino, Enrico De Nicola, primo presidente provvisorio, Luigi Einaudi, primo presidente costituzionale. Quest’ultimo, liberale, il 12 maggio 1948, appena dopo il suo giuramento come primo effettivo presidente della Repubblica, dopo aver lodato la figura del suo predecessore, Enrico De Nicola, appena cessato dalla carica di Capo provvisorio dello Stato, pronunciò, tra le altre, le seguenti parole: “Chi gli succede (il riferimento era evidentemente a se stesso) ha usato, innanzi al 2 giugno 1946, ripetutamente del suo diritto di manifestare una opinione, radicata nella tradizione e nei sentimenti suoi paesani, sulla scelta del regime migliore da dare all’Italia (era trasparente, anche qui, l’allusione alla fede monarchica di Einaudi); ma, come aveva promesso a sé stesso ed ai suoi elettori, ha dato poi al nuovo regime repubblicano voluto dal popolo qualcosa di più di una mera adesione. Il trapasso avvenuto il 2 giugno dall’una all’altra forma istituzionale dello Stato fu non solo meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo avveramento, ma anche perché fornì al mondo la prova che il nostro Paese era oramai maturo per la democrazia; che se è qualcosa, è discussione, è lotta, anche viva, anche tenace fra opinioni diverse ed opposte; ed è, alla fine, vittoria di una opinione, chiaritasi dominante, sulle altre”.

Da ricordare inoltre che l’anziano Vittorio Emanuele Orlando, pur avendo anch’egli dalla sua un passato di fervente monarchico, aveva ricoperto per primo la carica di presidente dell’Assemblea costituente, eletta lo stesso giorno della vittoria della Repubblica sulla Monarchia.

Virtù repubblicane, alto senso dello Stato, ideali, grandi uomini, in una stagione storica che richiedeva proprio quella miscela per far rinascere l’Italia.

Fra tanti prezzi che l’Italia ha dovuto pagare per quella rinascita, ci fu anche l’esodo di milioni di suoi figli, che sono stati costretti a emigrare per trovare una vita nuova, che allora il Belpaese non poteva offrire. E che in genere si sono distinti all’estero per la loro capacità e laboriosità, contribuendo alla rinascita dell’Italia con le loro rimesse e col buon nome che si sono conquistati, come è stato ripetuto tante volte, perché è stato presto dimenticato.

Buon nome, dicevamo. Apprezzamento da parte delle società in cui si sono stabiliti gli italiani. Come lo dimostra l’Argentina, che domenica 23 maggio ha applaudito l’Italia e gli italiani in Argentina che hanno partecipato con una grande delegazione alla sfilata delle collettività che si è svolta nel quadro delle celebrazioni del Bicentenario. Una delegazione che è stata la più numerosa tra le ottanta collettività straniere che hanno preso parte alla parata. Quasi seicento persone, molte indossando costumi tradizionali, portando bandiere e stendardi, sopportando la pioggia che si è abbattuta sulla manifestazione senza che nessuno, tra i partecipanti e tra il pubblico, lasciasse il suo posto.

Una partecipazione organizzata da FEDITALIA e da FEDIBA, ma aperta a tutte le associazioni e federazioni che si sono fatte avanti per partecipare. Alla fine c’è stato il problema di ridurre il numero di partecipanti, che ha superato ampiamente i duecento posti che inizialmente avevano autorizzato le autorità nazionali che hanno curato la manifestazione.

Naturalmente è stata una manifestazione folcloristica, di colore, secondo quanto hanno voluto gli organizzatori. Costumi tradizionali, labari, bandiere, Portacristi, musiche e balli, e a sfilare, tanti giovani, insieme ai dirigenti.

Quasi una fotografia delle cose che sono più care alle nostre associazioni. La fedeltà alle radici, alla cultura degli emigrati italiani, fondatori dei sodalizi. Una ragione per stare insieme, come è stata in questo caso l’occasione di manifestare uniti la nostra gratitudine verso l’Argentina ospitale e la vicinanza dell’Italia a questo Paese, al di là delle congiunture politiche, attraverso il ponte costruito lungo la storia più che bicentenaria, tra i due paesi.

Come abbiamo ricordato spesso, buona parte delle nostre associazioni sono nate quando l’Italia appena nasceva, o quando, a causa delle conseguenze delle guerre, non poteva occuparsi dei milioni di italiani che cercavano altrove un futuro che il paese allora negava. Sono nate quindi dalla necessità degli emigrati di darsi mutua assistenza, di conservare cultura e tradizioni, di tramandarle ai discendenti. Dalla necessità di dialogare con le autorità locali prima, e con quelle italiane dopo, una volta che l’Italia smise di essere un paese in rovine e diventò una potenza tra i paesi più sviluppati.

La storia non si ripete. Oggi però, come è avvenuto tanto volte lungo la nostra storia, l’Italia attraversa una grave crisi, non profonda come quella del dopoguerra, forse neanche come quella degli inizi degli anni ‘90 con tangentopoli e la crisi economica. Ma non può e o non vuole occuparsi di noi. E non si tratta solo di fondi tagliati e risorse negate. Nell’attuale situazione la cura dimagrante può essere comprensibile se si riesce a dimenticare il lungo elenco di fondi “intoccabili”. Però gli organi di rappresentanza per i quali abbiamo lottato per lunghi anni, oggi sono in crisi. Al di là del fatto che i parlamentari eletti all’estero non riescono a incidere nella politica italiana, i Comites e il CGIE subiscono una politica di delegittimazione. Altro non si può dire della nuova proroga dei loro mandati, fino al 2012, senza che ci sia all’orizzonte una soluzione, perché le leggi di riforma vanno nel senso opposto a quanto da loro richiesto e sono bloccate al Senato. Forse neanche un gesto eclatante - ma forse moralmente necessario - come potrebbe essere la contemporanea dimissione di tutti i consiglieri dei Comites e del CGIE in tutto il mondo, consegnando nelle sedi diplomatiche italiane le chiavi dei rispettivi uffici, riuscirebbe a spostare la linea che le autorità sembrano aver dato alla politica nei nostri confronti.

In questa parte del mondo inoltre la situazione non è che sia molto migliore. Anche qui c’è la crisi e non è facile il dialogo, almeno a certi livelli.

Le associazioni quindi si trovano di fronte a due realtà statali che oggi sono difficili da sensibilizzare. Gli organi di rappresentanza degli italiani all’estero non riescono a incidere sul dibattito politico in Italia.

Forse sarebbe il caso che l’Associazionismo cominci a ricordare come faceva quando era protagonista del suo destino e di quello della collettività italiana. Nella manifestazione del Bicentenario ha dimostrato che sa essere presente senza tutele. (Marco Basti-Tribuna Italiana/Inform)

marcobasti.@tribunaitaliana.com.ar

 


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