STAMPA ITALIANA
ALL’ESTERO
Dal “Corriere Canadese”
“Associazionismo senza divisioni”
Mario Tattoni: unire le forze
e attirare sempre di più i giovani
BURLINGTON - Una numerosa comunità italo-canadese
ed un altro numero di club o associazioni non stanno necessariamente a significare
una forte partecipazione della comunità, o uno spiccato senso di italianità.
Questa sembra essere la situazione descritta al Corriere
Canadese da Mario Tattoni, emiliano di nascita, in
Canada dal 1961, e presidente dell’Italian Canadian
Club of Burlington dal 1998.
“Il nostro social club è stato fondato nel 1982, e oggi
conta 255 simpatizzanti e circa 100 membri. Il nostro obiettivo - racconta il
presidente - è quello di reclutare il maggior numero di famiglie possibili,
perché siamo convinti che il futuro del club sia in mano ai bambini e ai giovani”.
Ma proprio l’importanza attribuita dal club alle nuove
generazioni ne ha rappresentato l’ostacolo principale, “soprattutto alla fine
degli anni Novanta quando ho assunto la presidenza, il club stava seriamente
rischiando di morire per la mancanza di adesioni e partecipazione della comunità
- racconta Tattoni - C’è voluto molto tempo e lavoro,
ma ora finalmente abbiamo famiglie giovani con bambini che fanno parte del nostro
club e prendono parte alle nostre attività”.
Questo miglioramento è stato però “molto lento e difficile,
ed ancora adesso non mi ritengo soddisfatto” spiega Tattoni, ricordando che la comunità italo-canadese
di Burlington conta almeno 20.000 persone. “La città
è cresciuta molto, demograficamente siamo vicino ad Hamilton, e molti sono arrivati
nella nostra zona da Toronto. Ma attrarre i giovani sembra un’impresa davvero
difficile”.
Priorità di tutte le associazioni e club italo-canadesi, i giovani appaiono però, sfuggenti o addirittura
irraggiungibili.
“Se devo essere sincero, ritengo che i genitori siano
la causa della mancanza d’interesse delle nuove generazioni verso l’italianità,
perché credo che si sia trascurata l’importanza di trasmettere ai figli il senso
di italianità” afferma il direttore. “Penso questo sia un problema che tutta
la comunità italo-canadese si trova ora ad affrontare”.
In particolar modo, sottolinea Tattoni,
queste mancanze sono molto visibili se si pensa alla non conoscenza della lingua
italiana, ma toccano un po’ tutti gli aspetti della cultura e delle tradizioni.
“Di sicuro si parla pochissimo l’italiano. Quello che però sto notando è una
forte crescita d’interesse dei giovani una volta completata la maturità, intorno
ai 30 anni, che li porta a riavvicinarsi a quelle che sono le radici familiari.
Lo vedo nelle giovani coppie con bambini, che spingono i propri figli a frequentare
i corsi d’italiano e, anche se loro stessi non lo sanno parlare -perché magari
l’hanno abbandonato ai tempi delle scuole superiori - vogliono ricominciare
a studiarlo”.
Note positive quindi, che dovrebbero però essere colte
da tutti in maniera diversa, magari accompagnate da un cambio di mentalità per
quello che ha rappresentato fino ad oggi il mondo dell’associazionismo. Tutto
questo perché il problema del passaggio del testimone dell’italianità alle nuove
generazioni dovrebbe, secondo Tattoni, essere affrontato
in modo diverso, nella sua area così come in tutto il Paese. “Nella nostra regione,
ad esempio, abbiamo molte organizzazioni e club, ma sembra che ognuno voglia
solo lavorare per se stesso. Il nostro club non si limita ad accogliere italiani
di una sola regione, bensì raccoglie italo-canadesi
di tutta Italia. Penso che oggigiorno i club regionali stiano morendo perché
non hanno più motivo di esistere. Non ha senso avere quattro o cinque club nella
zona, ciascuno con pochissimi soci, o avere delle attività in un parco e vedere
che vicino a noi c’è un altro evento di un’altra associazione. Ma soprattutto
i club che posseggono una sede sembrano essere molto chiusi in se stessi”.
Per il futuro dell’italianità in Canada sono quindi necessari
dei cambiamenti profondi, e Tattoni lancia un appello
a tutte le associazioni e club: «Ritengo che sarebbe più ragionevole unire le
forze, lavorare insieme, e sono certo che i risultati risulterebbero più soddisfacenti.
Sarebbe davvero importante trovare quell’unità nei club che oggi manca, anche
perché il fine delle nostre attività dovrebbe essere uguale per tutti. Una migliore
cooperazione ed organizzazione vorrebbe dire risolvere il problema della sopravvivenza
dei club stessi, risolvere il problema dei giovani e garantire il mantenimento
della lingua e della cultura italiana».(Elena Serra-Corriere Canadese/