CAMERA DEI
DEPUTATI
Franco Narducci (Pd) sulla conversione del decreto: “No
a proroga scadenza dei Comites e CGIE”
ROMA - Oggi
in Aula è iniziato il dibattito sull’Atto Camera 3443, un testo in cui è contenuto
un dispositivo per il rinvio delle elezioni del Comites e del CGIE e un altro
dispositivo concernente le immunità degli Stati in caso di azioni giudiziarie
in atto sul territorio italiano.
Due provvedimenti
completamente diversi l’uno dall’altro e ritenuti troppo frettolosamente urgenti
dal Governo. Franco Narducci, deputato eletto in Europa per il Pd - che è il
primo firmatario dell’emendamento soppressivo dell’articolo che proroga i Comites
e il CGIE - nel suo intervento ha invitato ad una riflessione pacata nell’interesse
della comunità italiana intera e degli italiani nel mondo che chiedono di rinnovare
gli organismi di rappresentanza secondo la naturale scadenza. Qui di seguito
l’intervento dell’on. Narducci.
Mi sono iscritto a parlare nella discussione generale
sul decreto legge in esame mosso dall’attenzione che mi deriva dall’essere un
parlamentare eletto dalle comunità all’estero, nonché dalla più che trentennale
condivisione delle battaglie che i nostri connazionali all’estero hanno combattuto
per i più elementari diritti di cittadinanza, tra i quali si annoverano in particolare
il diritto alla rappresentanza e dunque alla possibilità di incidere su questioni
fondamentali quali la democratizzazione degli uffici consolari e l’erogazione
dei servizi ai cittadini, l’integrazione sociale e professionale nel paese di
accoglienza, il successo scolastico dei figli degli italiani, la lotta alla
marginalizzazione che molto spesso è insita nella condizione di migrante, e
all’affermazione di quel sistema Italia all’estero, che è sempre esistito ma
che con i progressi fatti registrare ovunque dalle nostre comunità emigrate
ha bisogno di un’articolazione sistemica per essere ancora una volta risorsa
di strategica importanza per l’Italia e soprattutto per esserlo ancora in futuro.
Ora io credo che non sfugga a tutti noi il ruolo fondamentale
che hanno avuto gli organismi di rappresentanza di base - riformati e ribattezzati
più volte, Comitati consolari di coordinamento, Comitati emigrati italiani,
fino all’attuale acronimo di Comites cioè Comitati italiani all’estero - e il
Consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE) nel portare avanti le rivendicazioni
sopra menzionate e nel perseguire il fondamentale obiettivo di promuovere e
valorizzare la presenza così numerosa dei nostri concittadini residenti all’estero
e della diaspora italiana nel mondo che conta oltre 60 milioni di persone con
origini italiane.
Un anno fa si sarebbe dovuto procedere al rinnovo dei
Comites indicendo le elezioni per il loro rinnovo, ma nonostante le innumerevoli
prese di posizione espresse in primis dai Comites stessi e dal CGIE, la maggioranza
di Governo fece una scelta sbagliata come dimostra il fatto che oggi siamo qui
a discutere un ulteriore decreto di proroga che addirittura potrebbe allungare
il mandato degli eletti fino a otto anni, cioè fino al 2012.
Sarebbe facile per noi dell’opposizione, che in ogni
occasione che ci è stata data abbiamo contrastato le soluzioni restrittive messe
in campo da maggioranza e governo, cavalcare oggi le dure e inequivocabili prese
di posizione assunte a larghissima maggioranza dal più alto organismo di rappresentanza
degli italiani all’estero, il CGIE, sfociate nella contestazione bipartisan
al Sottosegretario Mantica in occasione della recente assemblea, e di molti
Comites esausti per il protrarsi della scadenza fissata per le elezioni. Ma
pur condividendone affermazioni e preoccupazioni, preferiamo, soprattutto in
un momento di così teso confronto, impegnarci fino in fondo in uno sforzo di
ragionevolezza e chiedere che anche gli altri, a partire dai responsabili di
governo in materia, facciano altrettanto.
Nessuno può far finta di non sentire la voce di forte
disagio che si è levata dai rappresentanti di tutte le comunità sparse per il
mondo senza distinzione di orientamento politico e culturale. Peggio ancora,
nessuno che voglia onorare la sua responsabilità istituzionale può considerare
le conclusioni cui è pervenuto il CGIE come un tentativo di estrema difesa di
situazioni del passato o, peggio ancora, come uno scatto di autoconservazione.
Semmai, quelle prese di posizioni possono essere l’occasione da molti attesa
per riorganizzare trasversalmente le forze e per rilanciare l’impegno per una
politica attiva e moderna verso le comunità all’estero, che incominci a parlare
un linguaggio diverso dai tagli indiscriminati e dall’emarginazione di una realtà
considerata ingiustamente residuale. Insomma non dovremmo correre il rischio
di manzoniana memoria dei capponi di Renzo che si beccavano tra loro mentre
si compiva il loro destino.
Dunque pur auspicando un dibattito franco, vorremmo convincere
i colleghi della maggioranza sugli effetti deleteri di questa nuova proroga
con cui si rischia evidentemente di affossare definitivamente i Comites, facendoli
morire per affaticamento e mancanza di carica propulsiva. I Comites sono, come
noto, basati sulla volontarietà dell'impegno da parte degli eletti, tanto più
non si può strapazzare il loro senso di responsabilità prolungandone all’infinito
l’impegno stesso.
Abbiamo sostenuto fin dal dibattito sulla finanziaria
2010 che la legge attuale è stata promulgata soltanto a fine 2003 e che è stata
applicata per la prima volta nel 2004 allorquando si poté anche sperimentare
il voto per corrispondenza che diede buona prova di se facendo accrescere notevolmente
la partecipazione dei nostri connazionali al voto. Per inciso va anche detto
che vi sono ampi margini per una migliore applicazione della legge, purché le
rappresentanze consolari e diplomatiche mostrino più attenzione e interesse
verso una reale cooperazione e valorizzazione degli organismi di rappresentanza
e quindi alla promozione delle nostre comunità all’estero. Per tutte queste
ragioni avevamo chiesto con forza che si indicessero le elezioni, ritenendo
che non si può prorogare la democrazia, ponendo con ciò le basi per una riforma
ponderata del CGIE avendo davanti un orizzonte di tempo meno affannoso. Perché
non è vero che questo organismo ha fatto il suo tempo come sostengono alcuni
che probabilmente non hanno piena contezza delle complessità che caratterizzano
il mondo degli italiani all’estero. Viviamo un tempo di grandi trasformazioni
che si susseguono a grande velocità e sicuramente anche il CGIE deve essere
riformato, ma senza minarne le potenzialità e il ruolo che deve avere. E a quelli
che vorrebbero abolirlo in nome di una rappresentanza affidata esclusivamente
ai parlamentari eletti all’estero vorrei dire che in Italia nessuno propone
di abolire i Comuni o le Regioni e di affidare la rappresentanza dei cittadini
al solo Parlamento.
In Commissione affari esteri il Partito Democratico ha
chiesto ai colleghi ed al Governo di lavorare affinché la proroga per
lo svolgimento delle elezioni sia fissata tutt’al più al 30 giugno del 2011;
ma poiché l’appello non è stato accolto il nostro gruppo ho presentato un emendamento
soppressivo dell’articolo che proroga la durata di tali organismi fino al 31
dicembre del 2012.
Le nostre comunità all'estero ci chiedono in maniera
inequivocabile di salvaguardare e di aiutare il funzionamento delle strutture
di rappresentanza intermedie come Comites e CGIE anche intensificando la collaborazione
con gli eletti all'estero. Ce lo chiedono sottolineando che questi organismi
sono parte essenziale di quelle politiche migratorie che il nostro Paese dovrebbe
assicurare come quelle della promozione della lingua e cultura italiana, dell'assistenza
agli indigenti, della valorizzazione delle nuove mobilità professionali che
sempre più frequentemente s’incontrano nelle grandi città europee, del collegamento
sinergico con l’imprenditoria sviluppata all’estero dai nostri concittadini
emigrati, del turismo di ritorno.
Signora Presidente, avviandomi a conclusione non posso
esimermi dal sottolineare lo strano connubio che caratterizza questo decreto,
contenendo esso due provvedimenti così diversi l’uno dall’altro, come si evince
già nel titolo, dei quali non ravviso l’urgenza come sostenuto dal Governo.
I colleghi che mi hanno preceduto, in particolare l’on.
Barbi che ha illustrato esaustivamente le perplessità del nostro gruppo su questo
dispositivo, alle quali mi associo pienamente, hanno messo a fuoco la situazione
che riguarda i 600mila internati militari italiani in Germania nel periodo compreso
tra il 1943 ed il 1945, quando i due Paesi ex-alleati si ritrovarono repentinamente
su opposti fronti. Come per altro noto sono ben cinquanta le cause contro
Il Governo italiano, con questo decreto, ha voluto probabilmente
evitare che si inasprisse il contenzioso con
Ritengo che sarebbe auspicabile un riordino organico
della disciplina italiana sull’immunità della giurisdizione degli Stati stranieri,
che preveda anche la ratifica della Convenzione ONU sull'immunità giurisdizionale
degli Stati e dei loro beni del 2005.
Si tratta di argomentazioni che non possono essere ignorate
e che attengono al diritto internazionale. Altro discorso è la valenza politica
di un intervento normativo d'iniziativa governativa che potrebbe avere il valore
di "tranquillizzare"
Il Governo, tuttavia, non può ignorare i precedenti giurisdizionali
che vanno nella direzione del venir meno dell'immunità nel caso di violazione
di norme imperative di diritto internazionale (ius cogens),quali le violazione
dei diritti umani fondamentali perpetrate in occasione dei massacri compiuti
in Grecia durante la seconda guerra mondiale. Anche se sarà
Signor Presidente- ha concluso Narducci - , non bisogna
lasciarsi andare a misure frettolose come quelle contenute in questo decreto
che danno l’impressione di gestire l’immediato senza porsi un orizzonte più
ampio. Vorremmo capire se il Governo vuole realizzare politiche per il
futuro, politiche in cui la grande comunità italiana all’estero ha un valore.
Se si vuole guardare al futuro della nostra comunità bisogna fermarsi e studiare
le situazione per capire le priorità; solo così si potrà affrontare il problema
in maniera organica e far sentire al cittadino all’estero la presenza di uno
Stato attento che guarda oltre i propri confini nazionali. (