ITALIANE ALL’ESTERO
Poetessa e narratrice
italo québécoise
“Je suis une
fille du Nord, métissée”: a colloquio con Carole Fioramore David
MONTREAL/ROMA – “In Québec, negli anni sessanta, essere figli di immigrati era difficile. Io potevo cercare di nascondere le mie origini grazie al nome di mio padre, ma il mio fisico mi tradiva. Ho scelto la letteratura per togliermi quell’etichetta e per alleviare la tensione. Questa scelta non l’ho fatta coscientemente. Amavo la scuola, mi liberava dai miei parenti. Amavo scrivere e mi rifugiavo nella lettura”.
Poetessa e narratrice di lingua francese, Carole Fioramore David è una delle figure più significative di quella peculiare espressione della cultura canadese che è la letteratura del Québec.
Le sue origini
sono métissées e con esse ha un
rapporto particolare, ambivalente. E’ nata nel
“La famiglia materna ha avuto un’importanza fondamentale nella mia vita - ci racconta Carole Fioramore David, che abbiamo raggiunto nella sua casa a Montréal - Mia nonna e la sorella di mia madre hanno sempre vissuto in un appartamento vicino al nostro. Io ho trascorso tanto tempo con mia nonna e mia zia, quanto ne ho vissuto con mia madre, fino all’uscita dalla casa di famiglia all’età di venti anni”. “Ho sentito parlare il dialetto ho osservato mia nonna mentre cucinava o curava il giardino. L’ho accompagnata al cimitero sulla tomba di mio nonno. Talvolta provavo vergogna perché era vestita di nero e i miei amici la prendevano in giro. Ho poi avuto molti rimorsi per questo. Situazioni che hanno avuto un effetto sulla mia creatività. Tutto ciò si è riversato in quella parte della mia opera in cui ho fatto riferimento in modo esplicito a queste cose. In ogni caso, il coraggio e la resistenza dei miei nonni materni mi hanno permesso di essere ciò che sono nella vita”. Carole Fioramore David ha anche ripreso la nazionalità italiana – “ne sono orgogliosa” - alla quale i suoi nonni avevano dovuto rinunciare.
Dopo il dottorato in studi francesi, per diversi anni Fioramore David ha insegnato letteratura e scrittura creativa in un college. Ora tiene corsi sulla stessa materia alla Université de Sherbrooke. E’ presidente della Maison de la poésie di Montréal e componente dell’Unione degli scrittori del Québec. Tra i suoi libri: Abandone, La maison d’Ophélie, The Place Where Your Soul Dwells, Histories saintes. Ha ricevuto premi letterari di rilievo in Québec.
Ma due suoi lavori sono rivelatori di quella che lei stessa confessa essere “la mia ossessione delle origini”: Impala (1994), finora il suo unico romanzo e anche la sua unica opera tradotta in Italia (da Silvana Mangione per le edizioni Cosmo Iannone, 2003), e Terra vecchia, raccolta di poesie che è stata finalista nel 2005 al Festival della Poesia di Trois-Rivières (Québec).
“La mia ossessione delle origini – ci spiega - è una nevrosi personale. Voglio sapere da dove vengo. Ciò forse è dovuto al fatto che il mio nonno materno è stato un bambino abbandonato. Egli è nato probabilmente da una violenza. Sua madre, si dice, lavorava per un ricco proprietario terriero. E’ come se volessi reintegrare la sua onorabilità e quella di sua madre”.
Impala è un viaggio nel mondo degli immigrati
italiani in Nord America, dalla Petite
Italie di Montréal alla Florida,
a New York… Ma, soprattutto, è il “roman
des origines” dell’autrice. Con un costo psicologico non indifferente giacché,
sebbene sia opera di fantasia per personaggi e situazioni, recupera segreti
drammi familiari. E’ il romanzo della dolorosa scoperta di risvolti nascosti
dell’esistenza delle persone care e della propria. E attraverso la scrittura
Carole Fioramore David dà voce a due donne che non l’avevano mai avuta davvero:
la madre e la nonna. “
Come
è approdata al romanzo?
“Devo ammettere che esso è una tappa di un complesso meccanismo di rivelazione. L’italianità trasmessami da mia madre come una maledizione, una tara fisica e morale, è diventata il motore della mia scrittura e affiora nel momento in cui meno me l’aspetto, un fantasma, come lo chiama lo psicanalista Serge Tisseron. La prima volta che il personaggio di mia nonna mi è apparso, ne ho fatto un romanzo, con tutte le cadenze di un’indagine poliziesca sull’identità.
Per lungo tempo avevo allontanato da me il romanzo, preferendogli una sorta di zona fluida, sfumata, una combinazione di fiction e di poesia, per paura del lirismo, dello sfogo, del kitsch. In Impala ho deliberatamente adottato un tono di ‘distacco’ rispetto allo scenario e all’atmosfera di questa Pétite Italie, per evitare di farmi prendere la mano dal pathos. L’immigrazione è molto intrecciata con la storia delle persone e delle famiglie. Nel mio romanzo è proprio questo aspetto che ho voluto illustrare”.
In Impala
compaiono tre donne di diversa generazione - Angelina, Connie e Luisa - le cui esistenze si intrecciano strettamente
e drammaticamente. Sono personaggi segnati dalla solitudine e dall’esclusione
da un mondo diverso da quello di origine. Il percorso di integrazione delle
donne in emigrazione, e di quelle italiane in particolare, è stato davvero così
difficile?
“Credo di sì, ma ci sono altri fattori che intervengono. Le donne della prima generazione sono in qualche maniera schiave del sacrificio. Esse, volendo offrire un avvenire migliore ai loro figli, pagano un prezzo molto alto. A causa di una cultura tradizionalistica, le donne sono spesso relegate in ruoli stereotipati. Nel suo Blood of my blood, l’italo-americano Richard Gambino spiega non solo l’importanza dello spirito di clan nelle famiglie provenienti dal Sud, ma anche il ruolo che le donne svolgono nella conservazione dei segreti familiari.
Emigrare, tuttavia,
costituisce una rottura importante destinata a ripercuotersi sulle generazioni
successive. Mi rendo conto che la storia personale di mia nonna mi ha fortemente
influenzata. Suo marito è morto a 52 anni, lei ne aveva
Luisa, il personaggio
intorno al quale ruota il romanzo, diventa consapevole dell’identità dei genitori
Connie e Roberto nel momento in cui recupera anche la loro lingua. Vissuta come
fattore di emarginazione ed espressione di cui provare vergogna. Eppure Montréal
è uno dei luoghi di più forte articolazione linguistica del Nord America. Il
ritorno alla lingua di origine nel romanzo è puramente simbolico e letterario
oppure indica anche un percorso di riscatto sociale?
“La questione della
lingua è molto complessa. I miei nonni parlavano in dialetto. Anche mia madre;
lei diceva che non parlava il “vero” italiano, e io non capivo. Mi mancavano
le spiegazioni. Grazie ai miei amici italiani ho potuto comprendere la loro
condizione. Proprio come italiani, essi sono stati emarginati. Ho frequentato
dei corsi d’italiano, ma non potrei mai parlare in dialetto, una sorta di impasto
contaminato da quebechismi e da anglicismi, anche se lo capisco. E’ quello che
mi rattrista di più. Questa ricerca della lingua di origine mi appare come un’impresa
impossibile”.
Se Impala
è il romanzo delle origini, Terra vecchia è il viaggio di ritorno ad esse. Terra
Vecchia è una località di Casacalenda, il luogo dal quale partirono i suoi nonni
materni e che Lei, qualche anno fa, ha visitato per la prima volta. Una scossa
emotiva che non poteva non avere riflessi sul piano creativo.
“Qualche mese prima del mio soggiorno a Casacalenda, un amico mi aveva avvertito che quel viaggio di ‘ritorno’ avrebbe cambiato la mia vita. E così è stato. La traduzione del mio romanzo in italiano, infatti, mi ha consentito di essere invitata nella terra rifiutata da mia madre. E’ stato un viaggio di scoperta e di emozioni, da cui è nato Terra vecchia, un racconto in poesia, che mi è sembrato la forma più esatta per esprimere il rapporto tra la ricerca di sé e l’opera”.
Un viaggio
della ricerca e dell’incontro in cui si sono alternate l’attesa e l’ansia, la
certezza della verità e il dolore della scoperta.
“In questi luoghi ritrovati mi è apparso il secondo fantasma, quello di mio nonno. Ho scoperto lo scandalo del suo abbandono che, al di là degli avvenimenti riguardanti la sua nascita, si è proiettato nel mio immaginario personale. Ho capito, arrivando laggiù, ciò che era capitato a mio nonno. Ho compreso, così, le ragioni per le quali mia nonna non parlava mai della sua vita in Italia. Nella mia famiglia, l’omertà era la norma. Mia madre continua a negare la sua storia familiare.
Dopo, sono stata
posseduta dal desiderio di rinascere più volte nelle opere successive. Il crocevia
dei tempi - gli inizi del ventesimo secolo, gli anni quaranta, gli ottanta e
l’inizio del terzo millennio - mi ha fatto scrivere quest’opera avvicinandomi
non solo a mio nonno, ma anche a sua madre, terza apparizione. Quel viaggio
mi ha veramente cambiato la vita. Io, figlia del Nord, mi sono sentita intimamente
métissée”.
“À présent,
je suis une fille du Nord/Métissée/Les yeux en amande” si legge, infatti, nell’intensa
poesia che chiude Terra vecchia. Ma domani? Lei cosa farà, cosa sarà domani?
“Domani scriverò
un trattato sulla malinconia, un saggio sul Mezzogiorno e sui suoi cafoni. E racconterò come mio nonno, miracolosamente
scampato alla morte nel momento della nascita, sia stato assassinato a Pointe
Saint-Charles.Allora sarò un’altra. Sarò Carole Fioramore”. (Simonetta Pitari*-
* Redattrice di