INFORM - N. 100 - 24 maggio 2010


ITALIANE ALL’ESTERO

Poetessa e narratrice italo québécoise

“Je suis une fille du Nord, métissée”: a colloquio con Carole Fioramore David

 

MONTREAL/ROMA – “In Québec, negli anni sessanta, essere figli di immigrati era difficile. Io potevo cercare di nascondere le mie origini grazie al nome di mio padre, ma il mio fisico mi tradiva. Ho scelto la letteratura per togliermi quell’etichetta e per alleviare la tensione. Questa scelta non l’ho fatta coscientemente. Amavo la scuola, mi liberava dai miei parenti. Amavo scrivere e mi rifugiavo nella lettura”.

Poetessa e narratrice di lingua francese, Carole Fioramore David è una delle figure più significative di quella peculiare espressione della cultura canadese che è la letteratura del Québec.

Le sue origini sono métissées e con esse ha un rapporto particolare, ambivalente. E’ nata nel 1954 a Montréal, dove vive, da madre nata in Québec ma di origine molisana (Casacalenda) e da padre québécois. Di lei Silvie Bernier ha scritto che è “insieme attratta e respinta da una cultura e un passato particolari - Se socialmente è assimilata alla cultura québecoise, una parte più intima di lei rimane legata ad una lingua, a profumi, a sapori, ad una vita che precede quella francese”.

La famiglia materna ha avuto un’importanza fondamentale nella mia vita - ci racconta Carole Fioramore David, che abbiamo raggiunto nella sua casa a Montréal - Mia nonna e la sorella di mia madre hanno sempre vissuto in un appartamento vicino al nostro. Io ho trascorso tanto tempo con mia nonna e mia zia, quanto ne ho vissuto con mia madre, fino all’uscita dalla casa di famiglia all’età di venti anni”. “Ho sentito parlare il dialetto ho osservato mia nonna mentre cucinava o curava il giardino. L’ho accompagnata al cimitero sulla tomba di mio nonno. Talvolta provavo vergogna perché era vestita di nero e i miei amici la prendevano in giro. Ho poi avuto molti rimorsi per questo. Situazioni che hanno avuto un effetto sulla mia creatività. Tutto ciò si è riversato in quella parte della mia opera in cui ho fatto riferimento in modo esplicito a queste cose. In ogni caso, il coraggio e la resistenza dei miei nonni materni mi hanno permesso di essere ciò che sono nella vita”. Carole Fioramore David ha anche ripreso la nazionalità italiana – “ne sono orgogliosa” - alla quale i suoi nonni avevano dovuto rinunciare.

Dopo il dottorato in studi francesi, per diversi anni Fioramore David ha insegnato letteratura e scrittura creativa in un college. Ora tiene corsi sulla stessa materia alla Université de Sherbrooke. E’ presidente della Maison de la poésie di Montréal e componente dell’Unione degli scrittori del Québec. Tra i suoi libri: Abandone, La maison d’Ophélie, The Place Where Your Soul Dwells, Histories saintes. Ha ricevuto premi letterari di rilievo in Québec.

Ma due suoi lavori sono rivelatori di quella che lei stessa confessa essere “la mia ossessione delle origini”: Impala (1994), finora il suo unico romanzo e anche la sua unica opera tradotta in Italia (da Silvana Mangione per le edizioni Cosmo Iannone, 2003), e Terra vecchia, raccolta di poesie che è stata finalista nel 2005 al Festival della Poesia di Trois-Rivières (Québec).

“La mia ossessione delle origini – ci spiega - è una nevrosi personale. Voglio sapere da dove vengo. Ciò forse è dovuto al fatto che il mio nonno materno è stato un bambino abbandonato. Egli è nato probabilmente da una violenza. Sua madre, si dice, lavorava per un ricco proprietario terriero. E’ come se volessi reintegrare la sua onorabilità e quella di sua madre”.

Impala è un viaggio nel mondo degli immigrati italiani in Nord America, dalla Petite Italie di  Montréal alla Florida, a New York… Ma, soprattutto, è il  “roman des origines” dell’autrice. Con un costo psicologico non indifferente giacché, sebbene sia opera di fantasia per personaggi e situazioni, recupera segreti drammi familiari. E’ il romanzo della dolorosa scoperta di risvolti nascosti dell’esistenza delle persone care e della propria. E attraverso la scrittura Carole Fioramore David dà voce a due donne che non l’avevano mai avuta davvero: la madre e la nonna. “La David interpreta la propria decisione di diventare scrittrice come un modo di vendicare madre e nonna che, tra il dialetto, l’italiano e il francese, non avevano mai davvero posseduto un linguaggio. Anche per assicurarsi, dice, della padronanza di una lingua e sfuggire definitivamente all’inevitabile destino della madre”(Silvie Bernier). Una madre che desiderava essere accettata e assimilata dalla società di accoglienza: Carole Fioramore ricorda, parlando con noi, “la vergogna di non essere una ‘vera’ québécoise, trasmessami da mia madre”. Una nonna che non amava parlare della sua vita precedente alla partenza per il Canada. Che aveva tagliato i ponti con la sua famiglia e che non era mai più tornata in Italia.

Come è approdata al romanzo?

“Devo ammettere che esso è una tappa di un complesso meccanismo di rivelazione. L’italianità trasmessami da mia madre come una maledizione, una tara fisica e morale, è diventata il motore della mia scrittura e affiora nel momento in cui meno me l’aspetto, un fantasma, come lo chiama lo psicanalista Serge Tisseron. La prima volta che il personaggio di mia nonna mi è apparso, ne ho fatto un romanzo, con tutte le cadenze di un’indagine poliziesca sull’identità.

Per lungo tempo avevo allontanato da me il romanzo, preferendogli una sorta di zona fluida, sfumata, una combinazione di fiction e di poesia, per paura del lirismo, dello sfogo, del kitsch. In Impala ho deliberatamente adottato un tono di ‘distacco’ rispetto allo scenario e all’atmosfera di questa Pétite Italie, per evitare di farmi prendere la mano dal pathos. L’immigrazione è molto intrecciata con la storia delle persone e delle famiglie. Nel mio romanzo è proprio questo aspetto che ho voluto illustrare”.

In Impala compaiono tre donne di diversa generazione - Angelina, Connie e Luisa -  le cui esistenze si intrecciano strettamente e drammaticamente. Sono personaggi segnati dalla solitudine e dall’esclusione da un mondo diverso da quello di origine. Il percorso di integrazione delle donne in emigrazione, e di quelle italiane in particolare, è stato davvero così difficile?

“Credo di sì, ma ci sono altri fattori che intervengono. Le donne della prima generazione sono in qualche maniera schiave del sacrificio. Esse, volendo offrire un avvenire migliore ai loro figli, pagano un prezzo molto alto. A causa di una cultura tradizionalistica, le donne sono spesso relegate in ruoli stereotipati. Nel suo Blood of my blood, l’italo-americano Richard Gambino spiega non solo l’importanza dello spirito di clan nelle famiglie provenienti dal Sud, ma anche il ruolo che le donne svolgono nella conservazione dei segreti familiari.

Emigrare, tuttavia, costituisce una rottura importante destinata a ripercuotersi sulle generazioni successive. Mi rendo conto che la storia personale di mia nonna mi ha fortemente influenzata. Suo marito è morto a 52 anni, lei ne aveva 40. Ha dovuto crescere da sola i suoi tre figli, in più lavorare in fabbrica. Queste situazioni hanno fatto di lei una donna totalmente autonoma da un punto di vista finanziario. Non credo proprio che in Italia avrebbe potuto vivere nelle stesse condizioni. Le donne che emigrano sono divise tra due culture. Pur nella sua disgrazia, mia nonna ha potuto sottrarsi all’autorità dell’uomo. Mia madre, a sua volta, ha scelto deliberatamente di sposare un québécois per sottrarsi al maschilismo del suo ambiente”.

Luisa, il personaggio intorno al quale ruota il romanzo, diventa consapevole dell’identità dei genitori Connie e Roberto nel momento in cui recupera anche la loro lingua. Vissuta come fattore di emarginazione ed espressione di cui provare vergogna. Eppure Montréal è uno dei luoghi di più forte articolazione linguistica del Nord America. Il ritorno alla lingua di origine nel romanzo è puramente simbolico e letterario oppure indica anche un percorso di riscatto sociale?

“La questione della lingua è molto complessa. I miei nonni parlavano in dialetto. Anche mia madre; lei diceva che non parlava il “vero” italiano, e io non capivo. Mi mancavano le spiegazioni. Grazie ai miei amici italiani ho potuto comprendere la loro condizione. Proprio come italiani, essi sono stati emarginati. Ho frequentato dei corsi d’italiano, ma non potrei mai parlare in dialetto, una sorta di impasto contaminato da quebechismi e da anglicismi, anche se lo capisco. E’ quello che mi rattrista di più. Questa ricerca della lingua di origine mi appare come un’impresa impossibile”.

Se Impala è il romanzo delle origini, Terra vecchia è il viaggio di ritorno ad esse. Terra Vecchia è una località di Casacalenda, il luogo dal quale partirono i suoi nonni materni e che Lei, qualche anno fa, ha visitato per la prima volta. Una scossa emotiva che non poteva non avere riflessi sul piano creativo.

 “Qualche mese prima del mio soggiorno a Casacalenda, un amico mi aveva avvertito che quel viaggio di ‘ritorno’ avrebbe cambiato la mia vita. E così è stato. La traduzione del mio romanzo in italiano, infatti, mi ha consentito di essere invitata nella terra rifiutata da mia madre. E’ stato un viaggio di scoperta e di emozioni, da cui è nato Terra vecchia, un racconto in poesia, che mi è sembrato la forma più esatta per esprimere il rapporto tra la ricerca di sé e l’opera”.

Un viaggio della ricerca e dell’incontro in cui si sono alternate l’attesa e l’ansia, la certezza della verità e il dolore della scoperta.

“In questi luoghi ritrovati mi è apparso il secondo fantasma, quello di mio nonno. Ho scoperto lo scandalo del suo abbandono che, al di là degli avvenimenti riguardanti la sua nascita, si è proiettato nel mio immaginario personale. Ho capito, arrivando laggiù, ciò che era capitato a mio nonno. Ho compreso, così, le ragioni per le quali mia nonna non parlava mai della sua vita in Italia. Nella mia famiglia, l’omertà era la norma. Mia madre continua a negare la sua storia familiare.

Dopo, sono stata posseduta dal desiderio di rinascere più volte nelle opere successive. Il crocevia dei tempi - gli inizi del ventesimo secolo, gli anni quaranta, gli ottanta e l’inizio del terzo millennio - mi ha fatto scrivere quest’opera avvicinandomi non solo a mio nonno, ma anche a sua madre, terza apparizione. Quel viaggio mi ha veramente cambiato la vita. Io, figlia del Nord, mi sono sentita intimamente métissée.

“À présent, je suis une fille du Nord/Métissée/Les yeux en amande” si legge, infatti, nell’intensa poesia che chiude Terra vecchia. Ma domani? Lei cosa farà, cosa sarà domani?

“Domani scriverò un trattato sulla malinconia, un saggio sul Mezzogiorno e sui suoi cafoni. E racconterò come mio nonno, miracolosamente scampato alla morte nel momento della nascita, sia stato assassinato a Pointe Saint-Charles.Allora sarò un’altra. Sarò Carole Fioramore”. (Simonetta Pitari*-Inform)

* Redattrice di Inform, cura anche la rubrica “Dialoghi di frontiera. Poesia, narrativa e arte degli italiani d’altrove” per Formafluens-International Literary Magazine, bimestrale multilingue on line. Nel numero di maggio-giugno 2010 della rivista compare un più ampio “dialogo” con la poetessa e narratrice italocanadese Carole Fioramore David. Nello stesso numero sono pubblicate anche alcune sue poesie (http://www.formafluens.net/formafluens.net_2010-03.pdf)

 


Vai a: