INFORM - N. 99 - 21 maggio 2010
RASSEGNA STAMPA
Su “Il Giornale”
del 21 maggio
Unità di Crisi: «Quell'ingrato compito di bussare alla
porta e dare un colpo al cuore»
ROMA - Il capo, l'uomo che coordina le buone e
le cattive notizie, la chiama «empatia»: immedesimarsi nell' altro, sentire
quello che lui, o lei, percepisce. Soffrire della stessa tristezza. E’ doloroso,
questo lavoro: spiegare che qualcuno non c'è più. O confermarlo, se le televisioni
sono arrivate prima: «Sì signora, purtroppo suo figlio... . Se n'è andato, per
sempre. Ogni volta le parole sembrano lontane e micidiali.
Sono quattro, tre uomini e una donna, le persone che
alla Farnesina comunicano la
morte. E che comunicano anche la vita, dipende da come s'inclina
quella linea scivolosa che separa rovina e salvezza in ogni emergenza: «Diamo
anche molte belle notizie», ci spiega il ministro plenipotenziario Fabrizio
Romano, da due anni a capo della struttura di punta del ministero degli Esteri:
l'unità di crisi, il luogo dove si coordinano tutti i piani eccezionali di intervento
per il recupero di ostaggi, o di connazionali in grave pericolo di vita dopo
un attentato, o una catastrofe naturale. Sul libro degli ospiti, l'ultima dedica
è del ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta: «Sono orgoglioso di
voi!». In quest'ufficio non si trovano fannulloni: i dipendenti sono circa trenta,
c'è una cucina e una piccola stanza con due letti per riposarsi la notte. L'unità di crisi non chiude mai. In pochi
luoghi come questo si ha l'impressione di trovarsi in un cuore pulsante dello
Stato: ha sala riunioni con lo schermo del mondo; la sala operativa sintonizzata
su una ventina di televisioni italiane e estere; in un angolo, la valigetta
della telemedicina per la diagnosi a distanza. Poi l'ufficio che gestisce i
siti viaggiaresicuri e dovesiamonelmondo,
dove si stanno registrando tutte le scolaresche italiane: per sapere con esattezza
dove si trovano i ragazzi in gita nei cinque continenti.
E le due stanze delle «telefonate»: il filo con il dolore,
o con la gioia, sempre per quell'alterna sorte che in questo luogo si amministra
quotidianamente. «La cosa più importante per noi - racconta Romano, 51 anni,
ex ambasciatore a Tbilisi - è lottare contro il tempo». Arrivare prima dei mezzi
d'informazione, ma non per competizione: «Cerchiamo sempre che i familiari siano
informati da noi, e non dalla stampa». Quando esiste un margine di anticipo
sulla notizia, «inviamo sul posto i carabinieri»: è preferibile
che ci sia qualcuno accanto a un padre, o a una madre, nel momento delle parole
più dolorose. Si cerca il contatto prima con i fratelli, dei genitori, se è
possibile, ma questa non è una regola: «Abbiamo visto casi in cui un anziano
padre era più forte dei ragazzi». La telefonata parte solo quando la notizia
è verificata senza incertezze: dopo che un funzionario dell'ambasciata ha «visto
con gli occhi» che una persona è deceduta. E la telefonata avviene dopo un lavoro
non breve di ricerca: attraverso le forze dell'ordine si risale alla famiglia.
Poi si compone il numero. E ogni volta, dice Tiziana D'Angelo, l'unica donna
delle quattro «voci» dell'unità di crisi, «lo fai con la morte nel cuore». «Sono
cose che non s'imparano queste, è esperienza», spiega Romano. Ne parla con la
freddezza e il rispetto di un medico, ma poi usa quella parola «empatia», che
riassume tutto: bellezza e fatica di un lavoro sul crinale della vita. La formazione
diplomatica conta, ma nessuno studio sui libri può spiegare come si fa questo
strano mestiere di ambasciatori del dolore.
Il telefono, per loro, può squillare nel cuore della
notte, sempre, la reperibilità non ha orari: «E allora ti metti subito a cercare,
a prendere i contatti», racconta Tiziana, a Roma da tre mesi dopo una lunga
esperienza all'ambasciata di Tel Aviv.
Ma non ci sono
solo le belle e le cattive notizie. C'è anche la telefonata di conforto. Quando
i rapimenti vanno avanti per molto tempo, per esempio. Gli ultimi casi: i sequestri
dei coniugi Cicala e dei dieci marinai italiani a bordo del rimorchiatore Buccaneer.
Ogni «voce» si prende a cuore un parente. «Chiamiamo le famiglie tutti i giorni»,
spiega Romano. Anche quando non ci sono novità. Semplicemente per far sentire
la presenza. E a volte «le
telefonate durano ore». Si dice «quello che si può dire». Si omettono le informazioni
non confermate. Ma la regola è «la verità, sempre». Fino alla meno spiegabile.
(Emanuela Fontana, Il Giornale
del 21 maggio 2010)
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