RASSEGNA STAMPA
Da “
Polenghi, la premonizione via e-mail: “Il peggio
deve ancora succedere”
La sorella: il lavoro era la sua grande passione
MILANO - L’ultima mail l’aveva mandata due giorni fa
alla redazione milanese di Vanity Fair, uno dei tanti
giornali con cui collaborava da anni. «Il peggio sta per succedere. E se non
stanotte, è questa settimana». Fabio Polenghi, 45
anni, fotoreporter, milanese per caso, cittadino del mondo per mestiere e per
passione, il peggio che c’è lo ha trovato a Saladeng,
il quartiere occupato dalle camicie rosse preso d’assalto dall’esercito di Bangkok.
Due proiettili sparati da un soldato qualunque, figuriamoci se poteva sapere
quello che Fabio Polenghi aveva scritto su Facebook, l’ultimo messaggio, più di un epitaffio: «Ogni giorno
è un regalo. Fai del tuo meglio per essere felice. Ama tutti».
Chi lo amava - i suoi genitori, due sorelle, una è fotografa
di studio, l’altra sta tornando dall’Honduras dove vive - adesso si tormenta
in un dolore che si può solo immaginare. Davanti alla casa popolare nel quartiere
Ticinese dove Fabio Polenghi passava ogni tanto quando
non era in giro per il mondo, per pudore si spengono pure le telecamere. Isabella
Polenghi, la sorella in partenza per
Politici di ogni colore fanno a gara a intingere le lacrime
nell’inchiostro della retorica. Chi non lo conosceva bene, tira fuori i soliti
luoghi comuni sul fotoreporter mai in pace, sempre a caccia di guai. «E invece
Fabio era un gran professionista. Voleva esserci e ci andava preparato. La minestra
la portava a casa con i servizi di moda. Ma la sua vera vita era questa», se
lo ricorda bene Andrea Scarpa di Vanity Fair, che
con Fabio Polenghi ha girato mezzo mondo. Mica solo
servizi di guerra. «Una volta siamo andati in Honduras sull’isola dove stavano
“I famosi”. Fabio voleva vedere cosa combinava Simona Ventura. Siamo finiti
a farci la guerra con le pistole caricate a vernice, ridevamo di noi stessi»,
lo ricorda Giovanni Audifreddi, pure lui di Vanity Fair.
Giocava a fare la guerra, Fabio Polenghi.
E la stupida guerra se lo è portato via. Lui che poteva tranquillamente passare
la sua vita professionale dietro una macchina fotografica, su un set patinato
a ritrarre algide modelle. A Parigi tanti anni fa si era fidanzato con una di
loro. Era entrato nel giro: Marie Claire, Vogue, Elle. Aveva realizzato anche
un documentario su un pugile campione a Cuba, girato all’Avana è stato distribuito
da una società francese. In vent’anni di lavoro Fabio Polenghi ha girato decine di reportage in mezzo mondo, posti
scomodi e meno scomodi, Brasile, Haiti, Sudafrica, India.
Da qualche tempo si era fidanzato con una ragazza che
vive a Taiwan. Insieme avevano deciso di andare a stare in Thailandia. «Perché
li giri con una maglietta e le infradito e chissenefrega»,
aveva raccontato ai suoi amici tre mesi fa, prima di partire. Gli stessi amici
che adesso guardano le immagini che il satellite rilancia da ore, Fabio Polenghi già morto, la maglietta sollevata dove i militari
hanno fatto il tirassegno, gli altri fotografi che cercano inutilmente di soccorrerlo,
anche loro con in testa un casco o un elmetto, la scritta «Press» che ti salva
da niente e qualche volta fa ancora paura.( Fabio Poletti-La Stampa.it, 20 maggio
2010)