INFORM - N. 98 - 20 maggio 2010


RASSEGNA STAMPA

Da “La Stampa.it

Polenghi, la premonizione via e-mail: “Il peggio deve ancora succedere”

La sorella: il lavoro era la sua grande passione

 

MILANO - L’ultima mail l’aveva mandata due giorni fa alla redazione milanese di Vanity Fair, uno dei tanti giornali con cui collaborava da anni. «Il peggio sta per succedere. E se non stanotte, è questa settimana». Fabio Polenghi, 45 anni, fotoreporter, milanese per caso, cittadino del mondo per mestiere e per passione, il peggio che c’è lo ha trovato a Saladeng, il quartiere occupato dalle camicie rosse preso d’assalto dall’esercito di Bangkok. Due proiettili sparati da un soldato qualunque, figuriamoci se poteva sapere quello che Fabio Polenghi aveva scritto su Facebook, l’ultimo messaggio, più di un epitaffio: «Ogni giorno è un regalo. Fai del tuo meglio per essere felice. Ama tutti».

Chi lo amava - i suoi genitori, due sorelle, una è fotografa di studio, l’altra sta tornando dall’Honduras dove vive - adesso si tormenta in un dolore che si può solo immaginare. Davanti alla casa popolare nel quartiere Ticinese dove Fabio Polenghi passava ogni tanto quando non era in giro per il mondo, per pudore si spengono pure le telecamere. Isabella Polenghi, la sorella in partenza per la Thailandia, si sforza di trovare le parole giuste: «Mio fratello viveva per il suo lavoro. Era appassionato. Credeva in quello che faceva». In questa casa dove era nato, anche se non passava mai telefonava spesso. Un’altra amica lo aveva sentito il giorno prima: «Mi ha detto solo: “Tutto ok, qui è tutto ok”». Grazia Neri, la titolare dell’agenzia con cui Fabio Polenghi aveva collaborato per anni, fatica a trattenere le emozioni: «Non ho parole, un altro che se ne va... Era un po’ che non lo vedevo, a Milano veniva solo quando gli scadevano i permessi. Poi ripartiva».

Politici di ogni colore fanno a gara a intingere le lacrime nell’inchiostro della retorica. Chi non lo conosceva bene, tira fuori i soliti luoghi comuni sul fotoreporter mai in pace, sempre a caccia di guai. «E invece Fabio era un gran professionista. Voleva esserci e ci andava preparato. La minestra la portava a casa con i servizi di moda. Ma la sua vera vita era questa», se lo ricorda bene Andrea Scarpa di Vanity Fair, che con Fabio Polenghi ha girato mezzo mondo. Mica solo servizi di guerra. «Una volta siamo andati in Honduras sull’isola dove stavano “I famosi”. Fabio voleva vedere cosa combinava Simona Ventura. Siamo finiti a farci la guerra con le pistole caricate a vernice, ridevamo di noi stessi», lo ricorda Giovanni Audifreddi, pure lui di Vanity Fair.

Giocava a fare la guerra, Fabio Polenghi. E la stupida guerra se lo è portato via. Lui che poteva tranquillamente passare la sua vita professionale dietro una macchina fotografica, su un set patinato a ritrarre algide modelle. A Parigi tanti anni fa si era fidanzato con una di loro. Era entrato nel giro: Marie Claire, Vogue, Elle. Aveva realizzato anche un documentario su un pugile campione a Cuba, girato all’Avana è stato distribuito da una società francese. In vent’anni di lavoro Fabio Polenghi ha girato decine di reportage in mezzo mondo, posti scomodi e meno scomodi, Brasile, Haiti, Sudafrica, India.

Da qualche tempo si era fidanzato con una ragazza che vive a Taiwan. Insieme avevano deciso di andare a stare in Thailandia. «Perché li giri con una maglietta e le infradito e chissenefrega», aveva raccontato ai suoi amici tre mesi fa, prima di partire. Gli stessi amici che adesso guardano le immagini che il satellite rilancia da ore, Fabio Polenghi già morto, la maglietta sollevata dove i militari hanno fatto il tirassegno, gli altri fotografi che cercano inutilmente di soccorrerlo, anche loro con in testa un casco o un elmetto, la scritta «Press» che ti salva da niente e qualche volta fa ancora paura.( Fabio Poletti-La Stampa.it, 20 maggio 2010)

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