INTERVENTI
Eugenio Sangregorio (Pdl Argentina): Cittadinanza
ius soli? No!
BUENOS AIRES - Secondo il Presidente della Camera Gianfranco Fini, la legge sulla cittadinanza deve essere rivista, assumendo come principio fondante quello dello ius soli. Fini è dell’idea che non solo chi nasce in Italia, ma anche chi arriva piccolissimo nel nostro Paese, o chi in Italia completa un ciclo di studi, abbia diritto a vedersi riconoscere la cittadinanza italiana. Sulla stessa linea si colloca il pensiero dell’On. Aldo Di Biagio in materia di cittadinanza. Di Biagio considera lo ius soli una priorità per il Paese, in particolare per assicurare una reale e legale integrazione.
Ritengo che queste considerazioni non siano correttamente impostate. Indubbiamente il discorso di Fini sulla necessità di una reale e legale integrazione è del tutto ragionevole, visto e considerato che oggi l’Italia costituisce un crogiuolo di razze e culture, frutto delle forti ondate migratorie di questi ultimi anni. Tuttavia, credo che l’integrazione non debba fondarsi sulla formalità del riconoscimento della cittadinanza attraverso il principio dello ius soli, come auspicano Fini e Di Biagio. L’integrazione va ricercata attraverso altre vie.
Cio’ di cui invece l’Italia ha veramente bisogno in questo periodo è di ritrovare realmente le proprie radici ed affermarle. Questa riscoperta e recupero dell’italianità naturalmente non può fare a meno degli italiani che per svariati motivi si trovano al di fuori dei confini della Madre Patria.
L’attuale normativa
sulla cittadinanza, contenuta nella Legge n. 91 del 1992, si basa principalmente
sul principio dello ius sanguinis. In virtù di questo principio, è cittadino
italiano per nascita il figlio di padre o di madre cittadini italiani. A questa
regola generale si affiancano delle ipotesi in cui il fatto di essere nati in
Italia o di avervi risieduto per un determinato periodo di tempo assumono rilievo
ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana. Ad esempio, è cittadino italiano
chi è nato nel territorio della Repubblica se ambo i genitori sono ignoti o
apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge
dello Stato di questi (art. 1, comma 1 della Legge sulla cittadinanza). Inoltre,
è previsto che i figli di cittadini stranieri che nascono in Italia e risiedono
ininterrottamente fino al compimento della maggiore età possano di
Inoltre, ai sensi
dell’articolo
Pertanto, possiamo dire che già c’è uno schema normativo che consente l’integrazione dello straniero che realmente desideri appartenere al nostro Paese, con la pienezza dei diritti civili e politici che discendono dalla cittadinanza. La vera integrazione nasce da un contatto prolungato con il territorio e la società in cui ci si vuole inserire, e dalla manifestazione della volontà di appartenere tout court a quel Paese. Entrambi questi elementi sono già inclusi nell’attuale normativa, per cui non vedo questo impellente bisogno di modificare la legge sulla cittadinanza nel senso di “espandere” il criterio dello ius soli. Ritengo al contrario che sia ben più urgente l’esigenza di eliminare quella norma che prevede che la donna possa trasmettere la cittadinanza italiana soltanto ai figli nati dopo il 1º gennaio 1948. Questa sì è una norma che, lungi dal promuovere l’integrazione, è evidente motivo di discriminazione.
In conclusione,
non è concepibile una piena ed effettiva integrazione (come quella auspicata
dal Presidente della Camera e dall’On. Di Biagio) se le radici di un Paese vengono
lasciate in secondo piano. In quest’ottica, l’Italia tutta deve fare un lavoro
di recupero e rafforzamento dell’italianità. Questo lavoro include anche il
riavvicinamento e la rivalutazione degli italiani sparsi nel mondo, risorsa
importantissima per il consolidamento dell’identità italiana e la diffusione
dei valori del nostro Paese. (Eugenio Sangregorio*-
* Vice Presidente pro tempore Pdl America Meridionale