STAMPA PER
GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal “Messaggero di sant’Antonio”, maggio 2010
Sudafrica.
I Mondiali dei diritti umani
Un calcio al razzismo. Per sempre!
Il più grande evento sportivo dell’Africa suggella la
riconciliazione del Paese. Un monito e un modello per chi vuole davvero bandire
ogni discriminazione dal mondo.
PRETORIA - I Campionati mondiali di calcio in Sudafrica
non sono solo un evento sportivo. Prima ancora che un pallone tocchi terra si
celebra infatti la vittoria dei diritti umani sulla discriminazione, l’unità
di un Paese sulla diversità, l’integrazione di popoli diversi, la centralità
di un continente che non è mai stato al centro dell’attenzione sportiva. Prima
ancora che si alzi il sipario, il Sudafrica festeggia la sua piena riconciliazione
con quel mondo sportivo che lo ha bandito da ogni terreno di gioco negli anni
più bui dell’Apartheid.
Non è un caso se questo mondiale cade nell’anno in cui
si celebra il ventennale da uomo libero di Nelson Mandela, simbolo della lotta
contro il regime segregazionista bianco che utilizzò proprio lo sport per muovere
i primi passi e avviare quel dialogo che consentì poi la sua liberazione. E
non è un caso se esce proprio in questi mesi un film dedicato alla storia dell’intreccio
di vicende tra Mandela e il rugby. In carcere, Mandela non parlava di diritti
umani con i membri del governo. Parlava di calcio e di rugby in un Paese che
riservava il rugby ai bianchi e il calcio ai cosiddetti atleti non-white.
In Sudafrica la lotta contro l’Apartheid nello
sport è stata l’amplificatore mondiale della lotta contro la discriminazione
in generale. Si parlava di sport per parlare di diritti umani usando un linguaggio
trasversale e trans-nazionale che poteva avere quell’impatto diretto e forte
con il grande pubblico senza dare l’impressione di toccare, necessariamente
e direttamente, temi politici. Oggi dobbiamo ringraziare anche il Sudafrica
se lo sport è diventato terreno di incontro su cui far convergere e mediare
istanze diverse, ma soprattutto dobbiamo ringraziare questo Paese se le Nazioni
Unite hanno cominciato a trattare con metodicità e costanza i temi dello sport
fino a celebrarlo come strumento per realizzare i suoi stessi obiettivi.
Nel periodo 1968-1985, l’Assemblea generale dell’Onu
adotta una serie di risoluzioni che affrontano con severità il tema dell’Apartheid
nello sport, fino ad arrivare alla Di
L’Onu condanna la politica di Apartheid del governo
sudafricano, mettendo in luce i pericoli che ne derivano sia in relazione alla
violazione dei diritti dell’uomo, sia per le minacce alla pace e alla sicurezza
internazionale. La comunità internazionale è chiamata a mettere in atto una
vera e propria campagna contro l’Apartheid, e tutti gli Stati membri sono invitati
a sospendere anche gli scambi sportivi con questo Paese. Lo sport diventa perciò
un nuovo ambito in cui applicare la sanzione dell’embargo.
L’Onu aveva tutte le ragioni di intervenire nei confronti
del Sudafrica che praticava una severa e assoluta discriminazione razziale anche
nello sport, e che condurrà all’espulsione del Comitato olimpico sudafricano
dal Cio. Era vietata la composizione di squadre miste,
come pure qualsiasi tipo di contatto e competizione tra atleti bianchi e di
colore sia all’interno del Paese sia all’estero; il governo imponeva un’organizzazione
sportiva separata tra bianchi e neri, e vietava la composizione di squadre miste.
Anche le squadre straniere che si recavano in Sudafrica dovevano uniformarsi
a questa regola, e dunque dovevano essere composte solo da atleti bianchi. All’interno
del Paese, atleti neri, sudafricani o stranieri potevano competere solo contro
atleti neri. Mentre agli atleti bianchi era riservata l’iscrizione e la partecipazione
alle attività gestite dalle Federazioni internazionali, agli altri era stata
imposta un’organizzazione distinta.
Una vasta opera di sensibilizzazione contro queste misure
era portata avanti dall’Organisation de l’Unité Africaine, dal Conseil Suprême du Sport Africain e dal South Africa
Non-Racial Olympic Committee
(SAN-ROC), sorto in opposizione al Comitato olimpico nazionale locale. La loro
vasta azione di propaganda a livello internazionale fa sì che lo sport diventi
uno strumento che
L’intervento dell’Onu è severo e, a cavallo degli Anni
Settanta, si moltiplicano gli appelli per isolare il regime sudafricano chiedendo
l’utilizzo dell’embargo allargato allo sport: sia lo sport giocato, sia quello
che coinvolge, in modo indiretto, il pubblico poiché l’invito all’embargo è
rivolto anche agli spettatori; il riconoscimento della validità dei principi
delle Olimpiadi; l’appello a coinvolgere in questa iniziativa anche le organizzazioni
sportive internazionali, riconoscendo loro un ruolo diretto e strumentale. Tutti
i Paesi che continuano a supportare la politica sudafricana di Apartheid
sono messi al bando, ponendo sullo stesso piano le relazioni politiche, commerciali,
militari, economiche, sociali e sportive.
Nel 1974,
Lo sforzo compiuto dalle Nazioni Unite per combattere
quello che è stato definito un «crimine contro l’umanità», è sfociato, nel 1976,
nella creazione di un Comitato incaricato della stesura di una Convenzione
contro l’Apartheid nello Sport, che viene preceduta, nel 1977, da una Di
L’isolamento sportivo del Sudafrica, sia da parte dell’Onu
che del Cio, ha termine negli anni Novanta.
Se ai Mondiali di rugby del 1995 il motto era «Una squadra,
un Paese» a significare che l’unità raggiunta nello sport era sintomo dell’unità
interna del Paese, oggi il motto dei mondiali di calcio è «Il sogno africano
sta diventando realtà», come ha di