MONDO SCALABRINIANO
Da
“Scalabriniani” n. 3/2010
Bruno Mioli: “No al razzismo in casa nostra”
Nessuno vuole creare indebiti allarmismi o suonare le campane per arruolare uomini perbene contro l’incombente razzismo, che avanza sull’Europa e sull’Italia come quel nuvolone nero che si è sprigionato a metà aprile dal pauroso vulcano d’Islanda dal nome innominabile.
Nessuno però deve fare l’ingenuo e rassicurarsi dicendo che in Italia, nonostante qualche nuvola, il cielo, quello dell’accoglienza, rimane ancora trasparente; a poco serve nascondere la testa, come lo struzzo, sotto le ali per non vedere più il fucile spianato e così stare tranquilli.
Personalmente, come tanti altri, sono convinto che si è in tempo per alzare un argine contro quest’onda inquinante della nostra cultura e sensibilità umana e cristiana e per avviare un’opera di risanamento e ricupero dei nostri valori radicati in un autentico umanesimo della nostra gente; ma chi ha tempo non aspetti tempo, c’è necessità e urgenza di intervenire.
Non basta stare alla finestra e imprecare contro il nuvolone avanzante; occorre rimboccare le maniche e, prima ancora, uscire all’aperto e aprire gli occhi per guardare realisticamente all’orizzonte e percepire l’aria di burrasca.
Perfino l’Osservatore Romano, agli inizi di gennaio, è uscito con un articolo che si domanda se l’Italia sta diventando razzista e indica seri sintomi sulla presenza almeno iniziale del fenomeno.
Non per nulla il Dossier Statistico Immigrazione ancora nel 2008 dedicava un capitolo a “L’Italia delle paure: la società si riscopre razzista”; nel Dossier del 2009, dopo aver ricordato il citato articolo, rincara la dose: “Da allora, in un anno, tante sono le cose cambiate, ma purtroppo vi è da registrare una sorta di salto all’indietro rispetto a un’Italia apprezzata per lo spirito di accoglienza e la cultura dell’ospitalità, retaggio sicuramente di un passato emigratorio, ma anche delle caratteristiche geomorfologiche del territorio italiano. Le coste, così facilmente accessibili, che circondano la penisola e la gente sempre pronta ad aiutare, erano infatti elementi caratterizzanti un Paese che oggi si stenta a riconoscere”.
Più autorevole del Dossier è la voce del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Card. Angelo Bagnasco che, con parole piuttosto diplomatiche ma molto chiare, ha avvertito la Chiesa e, più ampiamente, la società italiana della china su cui ci si sta avviando, col rischio di un moto accelerato che potrebbe diventare inarrestabile.
Il monito è ancora del settembre del 2008, ma è stato più volte richiamato e comunque rimane di piena attualità. Dice il Cardinale: “Se fino a ieri eravamo giunti a una presenza tutto sommato significativa di immigrati sul nostro territorio, senza spaccature sociali o situazioni drammaticamente fuori controllo, è perché alla prova dei fatti il temperamento del nostro popolo si lascia filtrare da una secolare cultura dell’accoglienza e del rispetto per i fratelli - per quanto diversi - in difficoltà.
Su questo fronte tuttavia nell’ultimo periodo stanno emergendo qua e là segnali di contrapposizione anche violenta che sarà bene da parte della collettività non sottovalutare.
Vogliamo credere che non si tratti già di una regressione culturale in atto, ma motivi di preoccupazione ci sono e talora anche allarmi, che occorre saper elaborare in vista di risposte sempre civili, per le quali il dibattito pubblico deve lasciar spazio a rimedi sempre compatibili con la nostra civiltà”.
Credo occorra una compatta mobilitazione per invertire la denunciata “regressione culturale in atto” e ad elaborare “risposte civili”, cioè “compatibili con la nostra civiltà”.
In questi pochi mesi che mi trovo a Reggio Calabria ho avuto occasione di incontrare comunità parrocchiali e gruppi di ispirazione cristiana impegnati anche nel sociale in molteplici attività sul piano caritativo, assistenziale e culturale.
A tutti fa orrore
il razzismo aperto, di
Sappiamo bene
che non alligna tanto in queste regioni del sud tale forma di razzismo, ma non
si deve escludere che qualche traccia appaia anche da queste parti; i fatti
di Rosarno lo dicono
Tale pronunciamento
lo sentiamo anche al Nord, nessuno insomma ambisce a mettersi addosso l’etichetta
di razzista. Eppure, nonostante queste di
Può sconfinare in forma più o meno avvertita, più o meno istintiva, anzi forse è più esatto dire istintuale, perché nel profondo della nostra psiche sta in agguato un pericoloso alleato, il cosiddetto “razzismo spontaneo”.
Così viene chiamata
dal documento della Santa Sede “
Come mai questo complesso di sentimenti, pregiudizi e reazioni? Ecco la risposta: “Questi deprecabili atteggiamenti dipendono dalla paura irrazionale, che spesso provocano la presenza dell’altro e il confronto con la differenza. Consciamente o inconsciamente essi hanno quindi come scopo quello di negare all’altro il diritto di essere ciò che è, e comunque di esserlo in casa nostra”.
Si comprende bene come l’ideologo o il politicante possano aggiungere esca al fuoco e far esplodere quei reconditi istinti in un complesso di sospetti e di paure, di sentimenti e gesti d’intolleranza e di rifiuto.
Si comprende pure come singoli episodi spiacevoli e detestabili, come la predicazione di stampo fondamentalista di qualche imam, lo svaligiamento di una villa, l’arresto di uno spacciatore straniero o il gesto di un fanatico marocchino che sgozza la figlia perché troppo occidentalizzata, possano destare apprensione e indignazione, che rischiano di andare al di là del singolo episodio e del singolo individuo per estendersi alla grande massa degli immigrati e caricare la loro immagine di tinte oscure, anche molto oscure.
Qui entra il ruolo di quanti stanno dalla parte degli emigranti non per partito preso, ma perché sono convinti che le migrazioni nel loro insieme sono una grande ricchezza e che un coscienzioso senso civico e tanto più un autentico sentire cristiano si danno da fare perché, pur fra tante scabrosità, abbia a prevalere il valore civile ed evangelico dell’accoglienza e della solidarietà.
Per questo si prendono e si aiuta la gente a prendere le distanze da chi vuole più lo scontro che l’incontro fra italiani e non italiani e si aiuta quanti sono turbati od anche presi da paure e allarmi a ridimensionare i fatti, a non generalizzare, a non ingigantire a non lasciarsi prendere dal panico, ossia ad aver paura perché altri hanno paura o parlano di paura o vedono paurosi agguati da tutte le parti o si sentono in qualche modo tranquillizzati quando per tanti mali e disfunzioni, che hanno origini e cause ben più profonde, vaste e incallite nella nostra società, si è finalmente trovato il capro espiatorio nell’immigrato.
Anche sul fronte
delle migrazioni va promossa (vedi in proposito il n. 62 dell’ultima enciclica)
“Caritas (aggiungiamo pure et iustitia) in caritate”. Parola di Benedetto XVI.
(Padre Bruno Mioli-Scalabriniani/