INFORM - N. 93 - 13 maggio 2010


MISSIONARI SCALABRINIANI

“Scalabriniani”: editoriale del direttore Lorenzo Bosa

Abbiamo perso la memoria?

 

ROMA - Anche mio padre era emigrato in America, come milioni di connazionali.  Sono stati circa 29 milioni dalla seconda metà dell’800 al 1980. Mio padre ha avuto la fortuna di ritornare in Patria dopo qualche anno. Ma i più sono rimasti, molti illusi dal sogno di ritornare presto in patria con un gruzzolo di quattrini.  Sono partiti con tanti sogni, paure, speranze e illusioni, affollati nei treni e poi nei piroscafi. Tutti, in quella valigia di cartone ripiena di masserizie e che oggi va a ruba per esporla nei musei, c’era soprattutto la fede trasmessa dai loro avi e l’immagine del santo patrono, regalo del vecchio parroco.

Hanno faticato e lavorato senza risparmiarsi per comprare un fazzoletto di verde, poi costruirsi un tetto, risparmiare un po’ di denaro per inviarlo ai loro cari che avevano lasciato in lacrime o con l’illusione di tornare con qualche risparmio. Oggi, anche se rimangono tuttavia delle frange di povertà, la situazione per molti è cambiata. I connazionali si sono fatti onore, in tutti i campi, orgogliosi tuttora di essere rispettati acquistando sempre più la stima del Paese ospitante.

Hanno onorato e onorano anche la loro Patria, la nostra. Nel Paese ospitante, infatti, si sono ricercati ed hanno costituito come per incanto gruppi, associazioni culturali, religiose e non, società, divenendo i paladini e rappresentanti della nostra “Bella Italia”. Hanno promosso la lingua, la cultura, i costumi e tutto ciò che emana sapore italiano, anche la “pizza”, e una infinità di altre cose.

Dopo che mio padre era tornato, ne ho seguito le tracce come missionario scalabriniano e per 33 anni ho cercato di svolgere la mia missione tra i miei, quelli di Oltre Oceano. Ne ho incontrati tanti, sempre fiduciosi e riconoscenti verso i loro missionari. Anch’io ne sarò sempre riconoscente. Richiamato in Patria per servire la Congregazione, che ha come missione la condivisione della vicenda migratoria mondiale, ho l’impressione però che in molti di noi prevalga un vuoto di memoria. Ascoltando le vicende umane dei tantissimi che tuttora vivono nella diaspora si ha lo stesso sentore che si sentano dimenticati.

Le cause? Le risposte potrebbero essere chissà tante, ma una cosa è certa: la perdita di memoria di un passato meritevole, non lontano peraltro. Basterebbe una semplice ma sostanziale domanda: a chi sono dovuti la ricostruzione del Paese nei decenni del dopo guerra? il benessere che oggi gode il Paese? e la ripresa economica? Lo sappiamo: alle migliaia, meglio ai milioni di connazionali, che hanno svuotato paesi, campagne, regioni di tutta la penisola in cerca di un futuro meno ingrato, lasciando, a chi rimaneva, scampo per sopravvivere e arricchirsi. Ed è proprio qui dove la memoria fa cilecca.

A distanza di anni, infatti, si ha l’impressione che molti nel nostro bel Paese l’abbiano persa, dimentichi anche di una preghiera per quanti non sono più tornati. Mi auguro che per l’avvenire siano sempre meno. E a proposito non ci mancano le occasioni per ricuperarla. Soprattutto quelle che offre l’attuale fenomeno migratorio mondiale, sul quale spesso ci interroghiamo, sorpresi per le peripezie a cui sono soggetti uomini e donne di tutte le età, le stesse dei nostri padri e nonni. Particolarmente là dove fiumi e mura sono invalicabili, i mari turbolenti e pronti ad inghiottire i malcapitati, là dove “la migra” o le vedette costiere sono in agguato.

Verso questo fenomeno, per molti ancora troppo nebuloso, siamo chiamati,  autorità, associazioni, chiesa e ognuno di noi, a dare una risposta coerente, la migliore. Per una società sana e fraterna, ricca di culture e riconoscente per l’apporto che generosamente offrono quanti ora vivono alla porta accanto. (Lorenzo Bosa-Scalabriniani n. 3 del 2010/Inform)

 

 


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