MISSIONARI
SCALABRINIANI
“Scalabriniani”: editoriale del direttore Lorenzo
Bosa
Abbiamo perso la memoria?
ROMA - Anche mio padre era emigrato in America, come
milioni di connazionali. Sono stati circa 29 milioni dalla seconda metà
dell’800 al 1980. Mio padre ha avuto la fortuna di ritornare in Patria dopo
qualche anno. Ma i più sono rimasti, molti illusi dal sogno di ritornare presto
in patria con un gruzzolo di quattrini. Sono partiti con tanti sogni,
paure, speranze e illusioni, affollati nei treni e poi nei piroscafi. Tutti,
in quella valigia di cartone ripiena di masserizie e che oggi va a ruba per
esporla nei musei, c’era soprattutto la fede trasmessa dai loro avi e l’immagine
del santo patrono, regalo del vecchio parroco.
Hanno faticato e lavorato senza risparmiarsi per comprare
un fazzoletto di verde, poi costruirsi un tetto, risparmiare un po’ di denaro
per inviarlo ai loro cari che avevano lasciato in lacrime o con l’illusione
di tornare con qualche risparmio. Oggi, anche se rimangono tuttavia delle frange
di povertà, la situazione per molti è cambiata. I connazionali si sono fatti
onore, in tutti i campi, orgogliosi tuttora di essere rispettati acquistando
sempre più la stima del Paese ospitante.
Hanno onorato e onorano anche la loro Patria, la nostra.
Nel Paese ospitante, infatti, si sono ricercati ed hanno costituito come per
incanto gruppi, associazioni culturali, religiose e non, società, divenendo
i paladini e rappresentanti della nostra “Bella Italia”. Hanno promosso la lingua,
la cultura, i costumi e tutto ciò che emana sapore italiano, anche la “pizza”,
e una infinità di altre cose.
Dopo che mio padre era tornato, ne ho seguito le tracce
come missionario scalabriniano e per 33 anni ho cercato
di svolgere la mia missione tra i miei, quelli di Oltre Oceano. Ne ho incontrati
tanti, sempre fiduciosi e riconoscenti verso i loro missionari. Anch’io ne sarò
sempre riconoscente. Richiamato in Patria per servire
Le cause? Le risposte potrebbero essere chissà tante,
ma una cosa è certa: la perdita di memoria di un passato meritevole, non lontano
peraltro. Basterebbe una semplice ma sostanziale domanda: a chi sono dovuti
la ricostruzione del Paese nei decenni del dopo guerra? il benessere che oggi
gode il Paese? e la ripresa economica? Lo sappiamo: alle migliaia, meglio ai
milioni di connazionali, che hanno svuotato paesi, campagne, regioni di tutta
la penisola in cerca di un futuro meno ingrato, lasciando, a chi rimaneva, scampo
per sopravvivere e arricchirsi. Ed è proprio qui dove la memoria fa cilecca.
A distanza di anni, infatti, si ha l’impressione che
molti nel nostro bel Paese l’abbiano persa, dimentichi anche di una preghiera
per quanti non sono più tornati. Mi auguro che per l’avvenire siano sempre meno.
E a proposito non ci mancano le occasioni per ricuperarla. Soprattutto quelle
che offre l’attuale fenomeno migratorio mondiale, sul quale spesso ci interroghiamo,
sorpresi per le peripezie a cui sono soggetti uomini e donne di tutte le età,
le stesse dei nostri padri e nonni. Particolarmente là dove fiumi e mura sono
invalicabili, i mari turbolenti e pronti ad inghiottire i malcapitati, là dove
“la migra” o le vedette costiere sono in agguato.
Verso questo fenomeno, per molti ancora troppo nebuloso,
siamo chiamati, autorità, associazioni, chiesa e ognuno di noi, a dare
una risposta coerente, la migliore. Per una società sana e fraterna, ricca di
culture e riconoscente per l’apporto che generosamente offrono quanti ora vivono
alla porta accanto. (Lorenzo Bosa-Scalabriniani n.
3 del 2010/