INFORM - N. 90 - 10 maggio 2010


PIANETA AMERICA

Una celebrazione del Cinco de Mayo dal sapore agrodolce

La crisi d’identità della minoranza ispanica d’America

 

HOUSTON, Texas – Anche quest’anno la celebrazione dell’orgoglio nazionale dei Messicani d’America che commemora la vittoriosa battaglia sui Francesi, è stata celebrata con piccoli e grandi eventi dedicati all’intrattenimento ed alla cultura del vicino meridionale degli Stati Uniti. La piacevolezza dei concerti delle bande mariachi, gli enormi sombrero, i lustrini ed i nastri colorati delle gonne delle danzatrici, non è riuscita però a fugare il sapore amaro causato dall’approvazione di una legge dell’Arizona che prevede il controllo dei documenti per gente sospettata di trovarsi illegalmente negli Stati Uniti.

Gli ispanici o “Latinos” , come vengono classificati quelli che parlano lo spagnolo, e provengono tanto dal Messico che da tutti gli altri stati dall’America centrale e meridionale, costituiscono circa il 15.4% della popolazione totale degli Stati Uniti.  Come molti di loro dichiarano, quando si ritorna immancabilmente a discutere di classificazione in base al fattore razziale, non riescono a giustificare che si faccia di tutta l’erba un fascio e che gente di nazionalità diversa venga tutta messa assieme in base alla lingua comune. Chi più chi meno, un po’ come gli abitanti del Texas che hanno qualche linea di sangue indiano Cherokee nelle vene, sono il risultato della fusione già in epoca precolombiana tra i conquistadores spagnoli e le popolazioni indios presenti sul continente americano e, come tali, sono afflitti da un complesso d’inferiorità che li spinge sovente a reagire in due modi completamente estremi e diversi tra loro. Quelli che fanno di tutto per identificarsi con la nuova realtà in cui si trovano, danno spesso a vedere di non conoscere neppure lo spagnolo e vi dicono seccamente che sono Americani e che parlano solo l’inglese. Quelli d’intendimento opposto, fanno uso esclusivo della loro lingua, e pretendono che lo Spagnolo dobbiate conoscerlo anche voi. A Houston, qualche tempo addietro, un assessore comunale ispanico, che appartiene evidentemente a questo secondo gruppo, è arrivato a definire una “perdita di tempo” lo studio dell’inglese da parte dei giovani studenti ispanici residenti nella grande città del Texas. Sono proprio queste le affermazioni parossistiche che fanno irritare gli Americani “born in the USA” i quali sono consapevoli di come la repubblica stellata non abbia una lingua nazionale ufficiale e, fra questi ed i politici specialmente conservatori che li rappresentano, c’è chi periodicamente cerca di mandare avanti un provvedimento legislativo che finisca per far dichiarare l’inglese la lingua ufficiale d’America.

Sembra che ogni anno entri negli USA circa un milione d’appartenenti a questa minoranza. Molti di essi giungono in America illegalmente, con viaggi pericolosissimi tra i deserti, nel corso dei quali alcuni perdono anche la vita, abbandonati da guide che hanno pagato a caro prezzo e che si danno alla fuga non appena compare all’orizzonte una pattuglia della guarda confinaria  americana. Nel Texas, come negli altri stati, l’aumento della consistenza di questa minoranza, preoccupa ed addirittura spaventa. Si teme che nel futuro la loro massiccia influenza culturale possa stravolgere la fisionomia anglosassone del paese e, mentre da una parte si apprezzano le specialità piccanti della cucina ispanoamericana, dall’altra non si sa cosa fare per regolamentare il flusso inarrestabile che giunge dal sud povero di risorse del continente. Nell’attuale periodo di grave crisi economica, i lavoratori americani temono ancora di più di perdere il lavoro per colpa di concorrenti che s’accontentano di molto meno. Si  fa pressione su rappresentanti politici, indecisi sull’atteggiamento d’assumere in fatto d’emigrazione,  perché s’identifichino al più presto i “sindocumentados’  che vivono e lavorano illegalmente negli Stati Uniti e si rispediscano a casa sul primo aereo disponibile, mettendoli in condizione di non rendere più grave l’emorragia di risorse che sono già limitate per i lavoratori regolari e per i cittadini americani in genere. Alcuni di questi sconosciuti, o meglio forse di questi “invisibili” alla polizia, sono occupati nel traffico di stupefacenti che nel Messico il governo federale, per l’enorme ricchezza di cui dispongono gli spietati e sanguinari industriali del crimine, non riesce a mettere sotto controllo. S’assiste alla farsa sconcertante che molti imprenditori americani, che li assumono in nero e senza fare troppe domande sui permessi di soggiorno e di lavoro, sono poi gli stessi che protestano per la loro presenza negli USA. Spesso, quando agenti di polizia molto compiacenti con gli imprenditori vedono gruppi d’ispanici ai bordi delle strade, dove attendono d’essere chiamati per lavorare, si girano dalla parte opposta, mostrando di non vederli. Ciò che però affligge di più gli ispanici, i quali gradatamente sono riusciti ad emergere, a raggiungere cariche altissime ed a realizzare anche fortune nel “paese dell’opportunità”, è proprio il dover continuare ad essere discriminati nonostante l’acquisizione della cittadinanza e la loro disponibilità ad uniformarsi agli usi e costumi del ricco paese nel quale si sono trasferiti ed hanno deciso di vivere.

Molti degli scontri fra gli Ispanici e gli elementi di minoranze diverse, come quella afroamericana, scaturiscono proprio dall’astio che esiste fra “vecchi” e “nuovi” Americani. Questi ultimi finiscono per diventare vittime di quel “profiling” che è la parola nuova e meno brutta usata da un po’ di tempo al posto di discriminazione o di razzismo. Comunque si voglia chiamare, in ogni caso, il problema continua ad esistere nonostante le speranze suscitate dall’elezione del primo presidente non caucasico d’America. Intere generazioni di Latinos sono passate tra gli epiteti ingiuriosi di colleghi di scuola o di lavoro poco tolleranti e, tutto ciò, oltre a scavare profondi solchi tra gli Americani, ha determinato atteggiamenti d’insofferenza spesso violenti, come la nascita in varie parti d’America di gang pericolose che hanno soprattutto lo scopo di proteggere i loro affiliati. Quelli dall’indole ben diversa si sono chiusi invece, e molto spesso, nella sofferenza e nella depressione o hanno reagito rinnegando totalmente le proprie radici e la propria cultura. Per avere in America una vita molto più facile hanno preferito giocare la carta dell’identificazione totale con la realtà e con la cultura Americana e sono giunti fino al punto d’assumere un cognome anglo al momento del cambio di cittadinanza. Chi ha insegnato negli USA sa bene come molti giovani ispanici vengano a cadere nella rete delle gang o della droga  a causa di questo loro cruccio doloroso e spesso segreto. Nonostante con enormi rischi e sacrifici riescano ad emergere ed a realizzare anche grandi fortune per molti anglo gli Ispanici rimangono sempre un corpo estraneo e dei nuovi arrivati che tornano utili. Sovente, qui nel Texas, per mettere in difficoltà giovani rampolli di famiglie ormai benestanti e dal cognome spagnolo viene chiesto maliziosamente se loro stessi o i propri familiari s’occupino di falciare l’erba dei prati. Quest’attività, svolta sotto il sole cocente dello stato della stella solitaria, da una parte e’ finita per diventare quasi un monopolio e fonte di benessere di lavoratori e di piccoli imprenditori  ispanici ed, allo stesso tempo, un marchio a fuoco che insieme alla diffidenza al quale s’accompagna, non riescono a scrollarsi facilmente di dosso. (Ro Pucci- Info Usa Magazine/Inform)

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