INFORM - N. 89 - 7 maggio 2010


DOCUMENTAZIONE

5° Congresso Mondiale della  FUSIE (Roma, 23-24 aprile  2010)

Le riflessioni di Silvano Ridolfi sulla esperienza associativa della stampa italiana di emigrazione

 

Mia intenzione con queste riflessioni è quella di ricordare un faticoso cammino zigzagante dell’associazionismo della stampa italiana in emigrazione per non dimenticare quanto già avvenuto con tanta fatica e grandi speranze ed ancor più per imparare la lezione che se ne ricava onde evitare nuove delusioni  e di contro permettere il superamento delle non poche difficoltà che si  presentano ad un sano e fruttuoso associazionismo della stampa italiana di emigrazione.

Premesse

E dicendo “stampa italiana di emigrazione” comprendo ovviamente sia la stampa italiana degli emigrati sia quella per gli emigrati, pur privilegiando la prima.

Inoltre sotto la “stampa” si intende quella cartacea, ma anche quella parlata o mostrata (radio-TV) ed ora anche il servizio on-line. Quindi: stampa in contesto di emigrazione, stampa di immigrazione e stampa per le migrazioni.

E con questo restano, mi pare, definiti ambiti (il mondo migratorio) e natura (servizio di informazione e formazione) di questa stampa.

Il discorso sulla “tipicità” di questa stampa - problema centrale di molte relazioni in questo convegno - merita in effetti di essere maggiormente approfondito e concretizzato: finalità, linguaggio, strumenti ecc.

Ogni testata del resto dal momento in cui nasce non può non porsi le domande sul perché (le motivazioni) e il per chi  (i destinatari) e il come (gli strumenti) della sua pubblicazione.

Queste domande sugli inizi e le risposte che vengono date ritornano poi a spiegare anche l’eventuale fortuna o declino della pubblicazione.

Ma pur nella diversità delle opzioni (movente e finalità e strumenti), che stanno all’origine di ogni testata, si riscontrano inevitabilmente interessi ed azioni comuni:

alla radice: il servizio alla comunità ed alla causa dei migranti;

nelle relazioni: i rapporti legati alla struttura ed attività della stampa, al lavoro dei redattori e collaboratori ( rapporti professionali e sindacali), alla divulgazione del prodotto (costi, spedizione…) alle autorità ( locali ed italiane…).

Donde la opportunità di fare gruppo per avere più forza, per ottimizzare le risorse e migliorare il prodotto, in poche parole di associarsi.

Le Federazioni

Lo sforzo, quindi, di trovare una unità di azione tra diversi per scelta (a causa di interessi, situazioni, legislazioni …) ha fatto concludere sempre a proporre federazioni piuttosto che unioni.

Lo si evince da una semplice carrellata storica sulle forme associative avutesi nel tempo fino ad oggi. Il loro continuo sorgere e sparire deve farci riflettere perché mostra una necessità ed al tempo stesso ne evidenzia la fragilità.

Ora, citandomi (cfr Servizio Migranti 6/10)  vorrei ripercorrere il cammino fatto.

“Risulta che la prima iniziativa di collegare in una federazione la stampa di emigrazione è venuta da Roma con la “Federestera” nel 1954 presieduta dal sen. Caron. Una Federazione molto attiva che inviava ai periodici italiani all’estero foto e servizi. Ma forse perché da Roma, forse perché legata al mondo politico imperante di allora, fatto sta che i periodici italiani all’estero hanno poi cercato di costituire autonome unioni. Sotto la spinta dell’on. Lupis era nata anche una “Federazione Nordamericana”, la ANASI (Associazione Nordamericana della Stampa Italiana). Ma questa era solamente continentale e sorta su ispirazione socialdemocratica.
E così nel 1965 una agenzia stampa in Roma, la SIM (Stampa Italiana nel Mondo), direttore Gaetano Benozzo, e il “Corriere Canadese” di Toronto, direttore Dan Jannuzzi, organizzano un incontro a Toronto invitandovi le principali testate italiane all’estero con lo scopo di lanciare una libera federazione della stampa italiana nel mondo. Ed effettivamente in quella occasione nacque a Toronto la CISIE (Confederazione Internazionale della Stampa Italiana all’Estero). Venne scelta la soluzione “confederativa” appunto per le specificità periferiche e per favorire quindi l’aggregazione di Federazioni continentali (come l’ANASI, ma venne fondata la SINA, Stampa Italiana Nordamerica). Per l’Europa, su indicazione dell’allora Direttore UCEI (Ufficio Centrale per l’Emigrazione Italiana) p. Francesco Milini cs, vi partecipa don Silvano Ridolfi, direttore del “Corriere d’Italia” (Francoforte/Germania) che stava coordinando i giornali europei verso una unione della stampa europea di emigrazione e che in quel Congresso venne poi eletto vice presidente della nuova Confederazione. La costituzione della CISIE scosse “il Palazzo” perché sorgeva piuttosto aggressiva contro un certo immobilismo romano e denunciava mancati e dovuti sostegni da parte del governo alla stampa italiana all’estero: anche per questo essa sollevò grande attenzione ed interesse da parte di quasi tutta la stampa italiana all’estero ed aveva interessato anche altra stampa e le associazioni nazionali di emigrazione. Alla fine di quell’anno aderirono alla CISIE, dopo la sua costituzione, tutti i singoli periodici della FEDEREUROPA che ne divenne la Federazione continentale europea. La CISIE inevitabilmente si interessò anche dei giornalisti con l’ASIE (Associazione Stampa Italiana all’Estero). Ma dopo diversi anni tutta questa esperienza è naufragata per inevitabili difficoltà finanziarie e per sopraggiunti dissensi interni.
Sulle sue ceneri nasce nel 1971 la FMSIE (Federazione Mondiale della Stampa Italiana all’Estero) soprattutto su iniziativa e per la intraprendenza dell’avv. Umberto Ortolani, editore di molte testate in America Latina e forte dei suoi molti rapporti nel mondo politico ed economico romano. La sede estera (Toronto/Canada) della precedente Confederazione aveva rivelato molti aspetti, se non negativi, almeno di difficoltà. E allora si puntò sulla sede in Roma, dove venne insediata la nuova Associazione federativa. La quale dopo i primi anni di intensa attività conobbe penose involuzioni, condizionate fortemente dalle vicende personali e professionali del Presidente sulle quali forse è ancora sospeso un giudizio definitivo.

La grave ed inarrestabile crisi della FMSIE ha portato comunque ad una revisione del sistema associativo della stampa italiana all’estero e dei criteri su cui andava costruita. Per cui in successivi incontri e tentativi, che hanno coinvolto anche le associazioni nazionali degli emigrati, dopo non pochi dibattiti, e questa volta con il sostegno del Ministero Affari Esteri italiano, le testate italiane all’estero si danno nel 1982 un nuovo assetto federativo, la FUSIE (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero)”.

Problemi

Sono due, a mio parere, i poli di interesse che spingono all’associazionismo delle testate: uno ad intra ( il miglioramento del servizio) e l’altro ad extra  (le relazioni necessarie).

Miglioramento del servizio significa scambio di esperienze e di tecnologie, unificazione ed ampliamento di servizi, innovazioni tecnologiche..e via dicendo.

Quanto al problema degli interlocutori ( le relazioni) mi limito a ricordare quelli italiani perché i locali sono compito esclusivo della testata.

Quindi, interlocutori istituzionali (Governo, Parlamento…), professionali (Ordine dei Giornalisti, Federazione Stampa…) , sociali ( sindacati e associazioni…), economici (grandi ditte, pubblicità..).

Ricordo tutto questo perché le osservazioni sulle Federazione che si sono succedute nei tempi rivelano la debolezza o mancanza  di strategie  unitarie per imporsi.

Ciò premesso, ecco quali sono le difficoltà più gravi riscontrate, a mio giudizio, e che sottopongo alla vostra riflessione:

a)      mancanza di chiarezza sulle finalità della Federazione: si è sempre, o almeno soprattutto, operato per ottenere qualcosa prima ancora di rafforzare la propria identità(e l’intervento di poco fa del sen. Claudio Micheloni che condivido ne è stata una conferma);

credo infatti che occorra anche una base etica (non soltanto professionalità): il codice deontologico, senz’altro, ma non basta perché ritengo che la nostra stampa debba avere nel suo dna il primato del “migrante”, il perseguimento del loro bene comune, il servizio alla coesistenza e solidarietà, l’orizzonte della famiglia umana;

una sana e doverosa laicità ha bisogno di eticità, e questa non lasciata ai vari soggettivismi.

b)      eterogeneità delle testate e degli interessi  (Europa, Americhe ecc. economia, sport, politica, aderenze partitiche…); le diversità sono nella natura delle testate e della società e di per sé rappresentano ricchezza, ma per una Federazione vanno sottaciute le particolarità per concentrarsi e limitarsi agli elementi unificanti;

c)      mancanza o insufficienza di una solida base nel campo cui ci si rivolge: la vitalità e continuità infatti sono legate non di rado invece al sostegno e gradimento di un gruppo particolare quando non della persona danarosa;

troppe testate non hanno l’equilibrio dei due polmoni (abbonamenti e pubblicità) necessari per un ampio respiro e per la sopravvivenza:

su come superare questo scompenso credo sia un discorso che varia da paese a paese.

d)     mancanza o inadeguatezza di una cassa comune della Federazione (la gestione non è onere del solo Presidente:

e)      non credo che il denaro produca idee perché il denaro genera denaro, ma le idee possono anzi devono trovare denari perché alla fine è vero che “è il denaro che fa vincere le guerre”; e invece non si riesce a convocare regolarmente il direttivo, tanto meno ad organizzare congressi se non si trova il benefattore del momento:

su come costituire prima ed alimentare poi questa cassa la discussione è aperta e le soluzioni non sono facili, ma le difficoltà non possono negare la necessità di una onorata indipendenza.

Conclusione

Se non si riesce a dare una risposta convincente alle difficoltà o carenze riscontrate qualsiasi Federazione avrà vita grama e forse breve.

E allora buon lavoro! E coraggio!! (don Silvano Ridolfi)

Inform

 


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