TURISMO DI RITORNO
Dal Settimanale “Il Punto”, 30.4.2010
Intervista
a Franco Narducci: L’Italia all’estero diventa più
italiana
«Sono necessarie iniziative volte a richiamare in Patria
gli italiani emigrati all’estero mediante il consolidamento del legame affettivo
familiare e la promozione del turismo nel nostro Paese»
ROMA - Gli italiani che vivono all’estero amano l’Italia.
Appena possono, tornano felicemente a visitare i luoghi di origine. Vogliono
incontrare le persone che fanno parte della famiglia che diventa sempre più
numerosa, generazione dopo generazione. Chi vive all’estero sa quanto è grande
la gioia nel rivedere il paesaggio italiano e soprattutto i propri luoghi di
origine. Siamo una nazione con uno sterminato patrimonio artistico e gli italiani
emigrati ne sono fieri e apprezzano i sapori di cibi e bevande, di musica e
poesie, di emozioni italiane insomma..
Nascono così dei progetti che sostengono il turismo di
ritorno come quello lanciato da un imprenditore napoletano, Vincenzo Smiraglia, dalle colonne del nostro giornale, in cui si ipotizza
il conferimento di un riconoscimento di benemerenza alla memoria degli italiani
emigrati che nel secolo scorso hanno cercato fortuna all’estero dando anche
lustro al nostro Paese; in tal modo si potrebbe incentivare il turismo di ritorno
coinvolgendo i discendenti.
E’ un modo per incoraggiare le forme di comunicazione
trasversali e di sostenere le legittime aspirazioni degli italiani all’estero
che si sentono legati al Belpaese. Ne abbiamo parlato con un profondo conoscitore
del mondo dell’emigrazione, già segretario generale del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero), Franco
Narducci, emigrato 40 anni fa in Svizzera ed eletto
in Parlamento dagli italiani all’estero, attualmente Vicepresidente della Commissione
Affari esteri della Camera dei Deputati e Presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni di emigrazione ed immigrazione)
che raggruppa il maggior numero di associazioni regionali legate agli italiani
all’estero e che è entusiasta della interessante proposta di Vincenzo Smiraglia».
Onorevole Narducci quali sono
le sue idee in merito al progetto, i punti di forza e le pratiche significative?
«L’idea è buona e deve essere coltivata in maniera da
innescare un dibattito serio e proficuo per il paese e per le comunità italiane
all’estero. Un titolo onorifico dedicato dallo Stato italiano ai suoi cittadini
che si sono distinti all’estero per il loro lavoro e le loro capacità imprenditoriali,
come è stato proposto, mi sembra una buona iniziativa perché riconosce l’ingegno
e la laboriosità del popolo italiano anche in periodi di forti difficoltà economiche.
In occasione delle celebrazioni del 150° dell’unità d’Italia è necessario trovare
il modo affinché i nostri concittadini nel mondo vivano le celebrazioni come
un momento forte di riscoperta del senso di appartenenza ad una comune identità
culturale italiana, nella salvaguardia delle specificità locali che all’estero
sono molto sentite. Gli emigrati italiani, già prima della proclamazione dell’unità
d’Italia, hanno vissuto la propria condizione sociale e umana con un forte senso
di appartenenza ad una identità ancorata ai valori culturali della madrepatria,
come è testimoniato dalla presenza di numerose società di mutuo soccorso nate
nei Paesi di emigrazione, in particolare dell’America Latina, nonché le scuole
e gli ospedali italiani costruiti ovunque. Un patrimonio straordinario, che
rischia di affievolirsi e che invece proprio in occasione del 150° occorre risvegliare
anche attraverso un viaggio nella memoria per far vivere le radici del futuro
e fare in modo che, ricordando i padri, i discendenti percepiscano anche attraverso
momenti istituzionali, il loro legame con l’Italia».
In che modo?
«Immagino una medaglia per aver contribuito allo sviluppo
del Paese, come del resto ha proposto Vincenzo Smiraglia,
che possa essere assegnata da ogni comunità locale attraverso la rete delle
“Pro loco” ed in collaborazione con la rete consolare e gli istituti italiani
di cultura, nonché con gli organismi di rappresentanza e dell’associazionismo
italiano operanti all’estero e in Italia a livello regionale. In tale occasione
si potrebbe invitare in Italia un rappresentante della comunità emigrata con
alcuni discendenti per ritirare la medaglia commemorativa ed attivare un circuito
virtuoso in cui la riscoperta delle radici si lega alla promozione del territorio
e, perché no, anche alla formazione, e qui penso all’apprendimento dell’italiano
sul posto e alla riscoperta del nostro patrimonio culturale immateriale. Purtroppo
non tutti hanno la possibilità economica di affrontare il viaggio pertanto secondo
me è importante trovare il modo per rendere possibile il soggiorno degli emigrati
- molti non hanno case di proprietà e questo scoraggia il rientro – ipotizzando
convenzioni con alberghi, compresi quelli diffusi sul territorio, o anche sistemazione
in famiglie come avviene in Gran Bretagna, promuovendo così anche il dialogo.
Inoltre andrebbe incentivato il rientro con contributi economici per le spese
di viaggio attivando anche le risorse delle autonomie locali. Spesso le motivazioni
forti per il rientro sono le feste religiose e patronali, che creano un solido
legame con le «radici». Si potrebbe ipotizzare un coinvolgimento diretto con
i percorsi dell’agriturismo in tutte le sue variazioni, ed attivare, nei territori,
un circuito sinergico di cittadini, ricercatori, associazionismo ed enti locali
che sappia riproporre sapori antichi attraverso la riscoperta di ricette tradizionali
per immergersi pienamente nell’atmosfera del passato. Ciò significa anche presidiare
il territorio, permettendo che il turista possa godere sia del paesaggio che
del ricco patrimonio enogastronomico tradizionale locale. Inoltre sarebbe importante
organizzare incontri e manifestazioni in Italia, per far conoscere la nostra
cultura e il nostro lavoro, partendo da attività che le nostre aziende svolgono
nei Paesi dove vivono gli italiani emigrati. Mettere quindi in contatto gli
italiani all’estero con gli italiani che vivono in Italia e nel contempo dare
risalto alla nostra economia e al nostro turismo. Perché è giusto ricordare
il passato ma è altrettanto giusto e doveroso, per un Paese, riconoscere le
sue eccellenze produttive attuali».
Lei descrive un progetto lungimirante, sulla base di
quello che ha proposto l’imprenditore napoletano Smiraglia…
«Gli italiani all’estero amano l’Italia ma a volte con
la malinconia di uno che guarda indietro; ecco, noi dobbiamo riuscire a trasformare
la malinconia, ove sia presente, in entusiasmo ed avviare una grande opera di
promozione sinergica del nostro patrimonio culturale nel mondo anche sfruttando
la rete degli italiani nel mondo, una rete di collegamento importantissima per
un Paese che si è attestato tra le maggiori potenze economiche globali. Tale
rete è una risorsa che va valorizzata maggiormente anche attraverso adeguate
riforme, come quelle che ho proposto in Parlamento concernenti la riforma degli
Istituti Italiani di Cultura all’estero o la legge per la promozione dell’associazionismo
sociale anche all’estero oltre a quella sulla riforma della cosiddetta legge
153/’71, concernente interventi di formazione linguistica e culturale in favore
dei cittadini italiani e dei loro congiunti e discendenti residenti all’estero,
nonché per la promozione e la diffusione della lingua italiana nel mondo. Con
queste proposte, infatti, ho cercato di venire incontro alle mutate condizioni
dell’emigrazione italiana e alla necessità di un piano di offerta formativa
che si inserisca nei processi di globalizzazione culturale ed economica in maniera
efficace. Ritengo inoltre funzionale al processo che ho descritto l’istituzione
di borse di studio, per i figli degli italiani all’estero, atte a garantire
l’apprendimento dell’italiano nei luoghi di origine rilasciando loro una certificazione
linguistica di qualità».
Come giudica la situazione attuale in merito alle politiche
tese a favorire la conoscenza dei luoghi di origine degli italiani nel mondo?
«Le iniziative messe attualmente in campo e quelle ancora
da intraprendere, vanno senza dubbio irrobustite attraverso la generazione di
un maggiore impulso al richiamo in Patria, mediante il consolidamento del legame
affettivo familiare tra essa e coloro che hanno scelto l’emigrazione per un
miglioramento delle condizioni economiche e professionali. Inoltre, bisogna
tenere conto del fatto che quando oggi parliamo di emigrati, spesso ci volgiamo
alla seconda terza o quarta generazione, pertanto il ritorno in Italia di questi
soggetti, di frequente, più che un ritorno è una prima volta. A volte si tratta
di un dovere, l’occasione per visitare il luogo dove riposano i genitori o altri
membri della famiglia, dunque per ristabilire il contatto con le proprie origini.
In questa direzione, fondamentale sarebbe esaltare le peculiarità regionali,
addirittura i sapori e gli odori di una terra di cui, coloro che l’hanno amata
molto e purtroppo l’hanno dovuta abbandonare, non avranno mancato di magnificarla
ai propri discendenti. Ritengo che per perseguire tali risultati, sarebbe fondamentale
rafforzare gli interventi formativi a tutti i livelli, sia riqualificando gli
Istituti Superiori per il Turismo, che implementando la formazione turistica
a livello universitario, che purtroppo in Italia è una realtà recente. Inoltre,
al potenziamento formativo dovrebbe necessariamente fare seguito una riorganizzazione
del sistema turistico territoriale, in modo tale da giungere ad un’azione di
co-promozione dei propri siti ma anche dei propri
prodotti enogastronomici». Francesca Genovesi-Il Punto/