STAMPA PER GLI ITALIANI ALL’ESTERO
Dal
numero di dicembre del “Messaggero di sant'Antonio”
La mia Italia vista dallo spazio
La testimonianza dell’astronauta italiano
Umberto Guidoni
Aveva appena 14 anni quando, nell’estate del 1969, vide in televisione Neil Armstrong che passeggiava sul suolo lunare. Quell’adolescente si chiamava Umberto Guidoni e non avrebbe mai pensato che, un giorno, sarebbe stato lui a farsi portacolori del nostro Paese sin nello spazio.
Romano, ma di origini ciociare, Guidoni ha iniziato la sua carriera all’Asi, l’Agenzia spaziale italiana. Ma fin da subito ha dimostrato la stoffa per potersi ritagliare un posto d’onore tra quei pochissimi connazionali che hanno visto la terra dallo spazio: Franco Malerba prima di lui, Maurizio Cheli assieme a lui, poi Roberto Vittori e altri.
Il suo primo volo
spaziale lo ha effettuato nel febbraio del
Mastromatteo.
Che sensazione ha provato quel giorno, come italiano?
Guidoni. Ero parecchio emozionato, ma anche orgoglioso. Intanto perché mi trovavo a rappresentare il mio Paese e cercavo di non fare brutte figure. E poi perché entrare in un veicolo in fase di costruzione non è facile.
Si riferisce
alla Stazione spaziale internazionale?
Sì. Quella del 2001 era una delle prime missioni che venivano organizzate per il suo assemblaggio ed era un impegno anche dal punto di vista tecnico e pratico. Avevamo un compito complicato da portare a termine. Lo ricordo ancora oggi con grande emozione.
Ora abbiamo anche
un’astronauta donna, Samantha Cristoforetti, che sta iniziando la preparazione.
Cosa pensano all’estero dei nostri astronauti?
In generale, all’estero trattano gli italiani per quello che valgono. Noi scontiamo una diffidenza iniziale per il fatto di essere italiani. Però, nel momento in cui veniamo messi alla prova e diamo una risposta positiva, questo viene ripagato. Il discorso vale per gli astronauti ma vale anche per qualunque altra professione. Ne è la dimostrazione il fatto che i nostri ragazzi, quando si recano all’estero, fanno carriera, giungono a ricoprire incarichi importanti e di responsabilità, talvolta vincono dei premi Nobel.
Però,
magari, in cuor loro, vorrebbero rimanere a casa…
Questa è una delle cose su cui l’Italia dovrebbe interrogarsi. Come mai in altri Paesi il merito viene riconosciuto anche a persone che non appartengono a quel Paese, mentre in Italia non riusciamo a valorizzare neanche quello dei nostri ragazzi?
E che
risposta si è dato?
Io credo che non sia solo una questione di soldi. Bisogna mettere questi problemi tra le priorità politiche. Dobbiamo preoccuparci, per esempio, delle condizioni materiali in cui le professioni vengono svolte. Non è accettabile che in un Paese civile il 30 per cento dei giovani si trovi in una condizione di precarietà.
Condizione
che affligge in particolar modo il settore della ricerca.
Già, proprio il settore nel quale i primi anni sono quelli più delicati e decisivi, in cui il ricercatore dovrebbe preoccuparsi di far solo il suo lavoro e non di procurarsi il contratto per l’anno successivo. Così non si può lavorare. E non investire nella ricerca, secondo me, vuol dire non investire nel futuro del nostro Paese.
Va da
sé che i nostri «cervelli» scappino. Un fenomeno che ci priva delle menti migliori…
Ci priva di forze essenziali, proprio perché sono i giovani a rappresentare il motore della ricerca e dell’innovazione. Peraltro, ce ne priva con uno spreco enorme di risorse, perché quelle persone vengono addestrate e portate fino al massimo livello di conoscenza nelle nostre università. Poi, proprio nel momento in cui sono più creative vanno a fare il loro lavoro all’estero.
Cosa
si può fare per arginare questa emorragia continua di talenti?
Io credo che l’unico modo sia quello di investire risorse nella scuola, nell’università e nella ricerca. Perché questo triangolo è quello che poi produce cittadini formati e preparati, ma soprattutto talenti, che in seguito possono dare il loro contributo allo sviluppo del Paese. E a produrre nuova conoscenza, in un circolo virtuoso.
Parla
di cittadini formati. In che senso?
E’ importante cercare una razionalità di fondo e, soprattutto, diffondere tra la gente l’abitudine a ragionare con la propria testa. Quindi a interrogarsi e a chiedere conto delle cose. Naturalmente si tratta di una strada tutta in salita. Devo dire che è curioso il fatto che, all’inizio del terzo millennio, quando sembra oramai assodato che la scienza e la tecnologia facciano parte della nostra vita quotidiana, si registri ancora un gran numero di persone che si affida a maghi e veggenti. Mi sembra una contraddizione in termini.
E quali
sono i termini dell’incoerenza?
Da una parte abbiamo a nostra disposizione una tecnologia sofisticata e dall’altra non la comprendiamo, quindi siamo irrazionali e portati all’irrazionalità. Io credo che l’unico modo per uscirne sia quello di affrontare le problematiche scientifiche e avvicinarsi ad esse. Cercare di mettere ordine in questo universo incomprensibile è la sfida del metodo scientifico.
A che
punto è l’approccio scientifico?
Oggi possiamo contare su una rappresentazione molto buona del mondo che ci circonda, dal punto di vista scientifico. Naturalmente è perfettibile, come ogni rappresentazione umana. Ci sono ancora dei punti oscuri. Ma sostanzialmente è una rappresentazione abbastanza solida. Ecco, io credo che questa sia una comprensione da condividere e da portare avanti tutti insieme.
È così
piccola, insomma, l’Italia vista dallo spazio?
Direi che la terra, in generale, è piuttosto piccola, se la si osserva dalla Stazione spaziale internazionale.
E di
questa piccola terra che ne sarà in futuro?
Possiamo farne
qualcosa di grande. Ma dobbiamo essere noi, l’umanità, a farci carico di questo
cammino verso il progresso. Tanto più oggi che le società sono chiamate a decidere
su temi di importanza globale. Penso alle decisioni che verranno prese riguardo
ai cambiamenti climatici o sull’energia. Ecco, lì servono decisioni formate.
Non bastano le emozioni. (Gilberto Mastromatteo-Il Messaggero di sant’Antonio
edizione italiana per l’estero/