INTERVENTI
Il senatore Nino Randazzo (Pd): “Disegno
politico di depotenziare e stravolgere Comites e CGIE”
ROMA - “Il testo unificato del disegno di legge sulla riforma dei Comites e del CGIE, proposto dal relatore sen. Oreste Tofani, è stato incardinato nella III Commissione Permanente (Affari Esteri, Emigrazione) del Senato il 15 dicembre. Il termine per la presentazione di emendamenti è stato fissato al 28 gennaio 2010. Si tratta del risultato raggiunto da un comitato ristretto della Commissione, incaricato di esaminare sei disegni di legge (primi firmatari Micheloni, Randazzo, Giai, Tofani, Pedica) in materia di rappresentanza degli italiani all’estero. Si tratta anche di un premeditato disegno politico di depotenziare e stravolgere i due organismi rappresentativi di base delle realtà italiane nel mondo, agitando per colmo lo spauracchio – se non si accettasse il diktat riformistico – dell’abolizione della rappresentanza parlamentare della circoscrizione Estero. Si tratta ancora del tentativo di vendere la progettata normativa-sfascio, apertamente avversata da tutte indistintamente le componenti degli organismi rappresentativi interessati, Comites e CGIE per l’appunto, come genuina riforma nel solco delle programmate trasformazioni negli assetti costituzionali e istituzionali d’Italia.
“Il disegno di legge Tofani è solo all’incerto inizio del suo iter parlamentare, ed ovviamente è emendabile. E di emendamenti ce ne saranno a bizzeffe. Alcuni preannunciati dallo stesso sottosegretario Mantica. Poi, se e quando sarà ultimato il percorso al Senato, il testo dovrà passare sotto le forche caudine della Camera, per tornare sicuramente nell’aula di Palazzo Madama. Non è senza significato che proprio a un incontro di qualche giorno fa cinque deputati del Partito Democratico eletti all’estero abbiano espresso il rigetto univoco e inequivocabile delle linee più caratterizzanti del progetto di riforma così come si presenta al momento al Senato, arrivando a proporre il ritiro del disegno di legge per formularne nel nuovo anno un altro più pensato e condiviso.
“Il testo del ddl, contrariamente all’invito di prassi a modificarlo, risulta difficilmente emendabile perché in esso si accorpano due distinti disegni di legge per quelli che sono due distinti organismi rappresentativi, Comites e CGIE, e perché comporterebbe da parte di chi non condivide gli elementi portanti della proposta una tale raffica di emendamenti da dover riscrivere alla fine l’intero articolato. Nonostante questa difficoltà, gli emendamenti perverranno, numerosi e da varie parti, in Commissione e, dove il caso, verranno ripresentati in aula. A meno di improbabili colpi di mano procedurali.
“Basta gettare un minimo sguardo sulla sostanza e la forma della proposta per autorizzare reazioni di perplessità e indignazione. Già nell’Art.1 sono da rivedere di sana pianta i commi 2 e 4, concernenti le soglie numeriche geograficamente variabili di cittadini residenti in una circoscrizione consolare o in un Paese per il diritto a un Comites elettivo: ventimila in Europa, quindicimila nelle Americhe, diecimila in Asia e Oceania, cinquemila in Africa, un minimo di cinquemila per un intero Paese. Soglie che vanno più realisticamente ritoccate al ribasso.
“Non è il caso di anticipare i contenuti dei singoli emendamenti. Ma qualche rapido appunto merita pur d’essere subito fatto. L’Art. 5 è quello che si presta ad una totale riscrittura, è l’aspetto più irricevibile dell’intera ipotesi di riforma. Si prevede la creazione di un Intercomites (presidenti di Comites di uno stesso Paese) con due rappresentanti di ogni Comites, uno di maggioranza ed uno di minoranza. Per fare che cosa, poi, in sede di Intercomites: un eterno stallo tra le due parti, avendo ciascuna lo stesso numero esatto di voti? E poi c’è quel totale nonsense costituito dai “sovraccaricati” Presidenti degli Intercomites, e dei Comites nei Paesi dove ce n’è uno solo, che diventano automaticamente consiglieri del CGIE e che a loro volta dovrebbero eleggere fra i membri dei Comites i 15 o meno componenti elettivi del riformato CGIE. Una sovrapposizione di cariche che rasenterebbe l’indecenza.
“Ha dell’incredibile, quasi dell’assurdo, l’Art. 18 sulla ripartizione dei seggi a conclusione delle elezioni dei Comites. Si dovrebbe applicare il sistema maggioritario, con l’assegnazione di metà più uno dei seggi alla lista che riporta la maggioranza dei voti, e il sistema proporzionale ai candidati delle altre liste. Qualcuno dovrebbe spiegare per quale motivo di equità e democrazia i seggi non debbano essere attribuiti alle liste in misura proporzionale ai voti conseguiti.
“La seconda parte, che concerne la riforma del CGIE, presenta ancora maggiori incongruenze, conseguenti e derivanti dalle distorsioni della progettata normativa dei Comites. Tanto per cominciare, l’entità istituzionale che si pretende di riformare non si sa perché non debba meritare l’originaria denominazione di Consiglio Generale degli Italiani all’estero (CGIE), mutata in CIE (Consiglio degli Italiani all’estero).
“Magari d’accordo
sulla composizione numerica fissata in 82 membri. Ma totale dissenso sulle previste
qualificazioni e derivazioni degli 82 componenti, che secondo il testo unificato
dovrebbero essere costituiti dai presidenti di Intercomites e Comites, dai presidenti
o assessori all’emigrazione delle 20 Regioni d’Italia e delle 2 province autonome
di Trento e Bolzano, dal presidente dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni
d’Italia) e dal presidente dell’UPI (Unione Province d’Italia). I rimanenti
membri del Consiglio andrebbero eletti ancora una volta, in un pasticcio di
autoreferenzialità, dagli Intercomites. Tagliata, dunque, la rappresentanza
della base associativa comunitaria che finora ha avuto un giusto spazio di democrazia
nelle elezioni di secondo grado del CGIE. Scompaiono dal settore delle rappresentanze
alcuni punti di riferimento essenziali e di aggancio alle realtà sia territoriali
locali che nazionali italiane, quali le associazioni nazionali dell’emigrazione,
i partiti rappresentati in Parlamento, i sindacati, i patronati,
“Arbitraria e illogica appare l’inclusione in blocco delle amministrazioni regionali in quella che diventerebbe una parvenza di organismo di rappresentanza degli italiani all’estero, una struttura svuotata della sua stessa ragion d’essere. Oltretutto non esiste alcuna documentazione di consultazione e di accettazione ufficiale da parte delle Regioni, tutte dotate di strumenti validi, di proprie consulte per l’emigrazione, e notoriamente gelose delle loro autonomie anche in fatto di iniziative per i propri corregionali nel mondo. Alla recente Conferenza Stato-Regioni-Province autonome-CGIE è stata comunicata l’esistenza di un recentissimo protocollo d’intesa, un tavolo di concertazione Stato-Regioni per le attività internazionali, e quindi un percorso ben diverso nel rispetto del dettato costituzionale in materia di poteri legislativi delle Regioni e di “legislazione concorrente” (Art. 117 della Costituzione). Che possa essere utile una più incisiva rappresentanza permanente delle Regioni in seno al CGIE e che qualche forma di coordinamento interregionale sia auspicabile, anche se molto difficile e quasi impossibile alla luce di lunghe esperienze e dichiarata riluttanza, ne convengono in molti. Ma che una soluzione ideale possa consistere nel catapultare 20-22 rappresentanti regionali e provinciali, ai prescritti massimi livelli di presidenti o assessori, ai quali non è stata neppure chiesta formalmente la disponibilità a partecipare, in un Consiglio non più elettivo oltre che scarsamente rappresentativo degli italiani all’estero, sembra qualcosa che non sta né in cielo né in terra.
“Va, infine, accennato
alle tabelle di Comites e CGIE che sono state distribuite in relazione all’ipotesi
di riforma configurata nel testo unificato. C’è da chiedersi quale possa essere
il criterio di assegnare Comites al Kenya con 1.755 cittadini italiani residenti,
all’Etiopia con 1.372, al Marocco con 1.500, e bypassare, ignorare,
ad esempio
“Per il resto, il discorso va rinviato al prosieguo dell’iter parlamentare di un progetto di riforma che passa sulla testa dei diretti interessati. Intanto va ribadito che non esiste il minimo segno di mandato, da parte delle comunità italiane all’estero, a compiere quella che non può non essere vista a tutti gli effetti come un’operazione di affossamento di una sezione vitale della rappresentanza democratica territoriale degli italiani nel mondo, l’abolizione della base comunitaria su cui poggiano la nascita, la sopravvivenza e l’operatività di Comites e CGIE”. (Nino Randazzo*-Inform)
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Senatore del Pd eletto nella ripartizione Africa-Asia-Oceania-Antartide della
circoscrizione Estero