RASSEGNA SAMPA
Intervista de La Stampa al ministro degli Affari Esteri
Frattini: «Se vogliamo cambiare l’Italia serve una nuova
Costituente»
ROMA - Per le riforme, ministro Frattini, davvero
è arrivata l’ora?
«E’ più che mai il momento. Vedo due fenomeni preoccupanti.
Un’Italia che non sa parlare con una sola voce sui grandi temi internazionali,
che spesso si è divisa agli occhi del mondo».
Non è bello.
«Proprio no. E poi vedo in azione delle minoranze politiche
coalizzate tra loro al solo scopo di creare divisioni e lucrare sui contrasti
tra i partiti maggiori: penso anzitutto a Di Pietro».
In questo clima sembra arduo parlare di riforme condivise...
«Ragione di più per avviarle, e per trovare il modo di
mettere il loro cammino al riparo dalle diatribe del giorno per giorno. Esistono
diversi modi praticabili, ci si sta ragionando».
Qualche ex socialista rilancia
«E’ un’idea interessante proprio perché limita i contraccolpi
che la lotta politica quotidiana può avere sul dialogo per le riforme. Ma soprattutto
perché una formula costituente consente di mettere in campo il sistema paese,
di impegnare nell’impresa tanto la politica quanto la società civile».
Scusi, che c’entra la società civile?
«Sarebbe un valore aggiunto. Proviamo a rispondere a
questa domanda: come si fa ad affrontare il nodo del federalismo costituzionale
senza coinvolgere le Regioni,
A proposito di sociale: Bersani propone un’apposita sessione
parlamentare sull’argomento. Che gli risponde?
«Io credo che sia uno dei capitoli da inserire nel grande
mosaico delle riforme. Nel momento in cui l’Europa ci chiede di mettere al centro
la competitività e la crescita, come si ritiene possibile trascurare l’apporto
dei sindacati, delle imprese, dei risparmiatori? La politica e i partiti devono
restare ovviamente protagonisti. Ma a mio avviso serve un respiro più ampio,
che dia voce a tutte le principali componenti del sistema Italia».
E lei crede davvero che siamo in tempo per mettere in
moto un processo del genere?
«Non siamo ancora arrivati a metà legislatura. Il tempo
è sufficiente se non fa difetto quella volontà politica che, all’epoca della
Bicamerale, a un certo punto mancò. Se i grandi partiti, Pdl e Pd, prendono in mano l’iniziativa. Se l’Udc non farà
mancare il suo consenso...» .
E la Lega? La lasciamo fuori?
«Al contrario. Nel momento in cui puntassimo a coinvolgere
le autonomie territoriali, per costruire il federalismo costituzionale dal basso,
sono sicuro che avremmo Bossi fortemente a favore di una simile svolta».
Meglio partire dalla «bozza Violante», lasciata in eredità
dalla scorsa legislatura, o ricominciare daccapo?
«C’è un problema di metodo.
Come si potrebbe aggirare il macigno giustizia?
«Non può essere aggirato. Stop. Perché rappresenta la
cartina al tornasole di tutte le riforme. E’ difficile immaginare una nuova
architettura istituzionale se non si sviluppa in modo equilibrato il rapporto
tra potere politico e potere giudiziario. Né è possibile creare un autentico
sistema federale senza modificare almeno in parte la composizione della Corte
costituzionale».
In che modo?
«La Bicamerale guidata da D’Alema aveva individuato un
meccanismo innovativo che introduceva un’importante aliquota di giudici costituzionali
indicati dalle Regioni. Lo ricordo a titolo di esempio per mostrare come la
giustizia non possa essere una zona franca impermeabile alle riforme».
Non vede il pericolo che i tentativi di dialogo vengano
stroncati dalla imminente campagna elettorale?
«Purtroppo il pericolo c’è. Ma credo che Pdl e Lega debbano assumersi il rischio di un’offerta politica
lungimirante. In modo da lasciare agli altri, eventualmente, la responsabilità
di far cadere una proposta politica di così grande rilievo». (Ugo Magri-La Stampa
del 21 dicembre 2009)