ITALIANI ALL’ESTERO
Uim: Generazioni perdute ma non sperdute
ROMA - I numeri molto spesso non danno il senso della
portata di un fenomeno. Questo vale soprattutto quando dietro le cifre si celano
le persone con le loro storie.
Come quando cala la nebbia e non vediamo ciò che sappiamo
essere lì, proprio ad un palmo dal nostro naso, così accade quando parliamo
di giovani che per necessità lasciano l’Italia, noi non li vediamo ma sappiamo
che esistono e che sono numerosi.
Grazie ad un’iniziativa del giornale “
Oltre 2400 racconti, 300 dei quali scritti da giovani
che vivono all’estero e che lucidamente dicono di non voler più tornare, colpa
l’assenza di prospettiva di vita, “la speranza di una futuro che in Italia non
solo non hai ma che non potrai mai avere, schiacciato come sei dalla stanchezza,
dalla corsa alla sopravvivenza e dalle frustrazioni quotidiane”.
Opportunità che invece sono offerte nei Paesi dove si
sono trasferiti e ora vivono, come ci spiega un messaggio proveniente dal Regno
Unito “dopo un'invidiabile collezione di contratti a progetto, straordinari
non retribuiti, professionalità non riconosciuta, e ingiustizie varie mi sono
trasferita in Inghilterra dove attualmente risiedo e lavoro come project manager
con un lavoro flessibile e ottime prospettive di carriera. Pari opportunità
tra uomo e donna e meritocrazia non sono un'utopia. In Italia non torno.”
Un’altro messaggio dal Regno di sua Maestà ammette onestamente
che “ci sono gravi problemi raziali, si viene discriminati
dalle altre minoranze maggiormente, ci sarebbe molto da dire, ma vorrei concentrarmi
su un punto. Ho 35 anni ogni volta che vengo in Italia mi chiamano ragazza,
anche se ho un figlio e comincio ad avere i primi capelli bianchi”, ma non è
anche questa discriminazione?
Ritornare in Italia è un’ipotesi molto remota “lasciata
l'università italiana per gli Stati Uniti dopo aver assistito ed essere stato
vittima di azioni che in un altro contesto verrebbero definite”mafiose”. Qui
guadagno bene, la vita è più semplice e si lavora duro. Difficilmente
tornerò indietro.”.
Più laconico Aldo che scrive “addio Italia per sempre!
Mi spiace ma torno solo per vedere mio padre, mia sorella, non vi lascio nemmeno
i soldi delle vacanze”. Dello stesso parere un giovane che ci scrive dall’Inghilterra
“mi sono laureata con il massimo dei voti e sono andata via dall'Italia per
studio. Ho fatto la specialistica qui a Edimburgo e ho appena cominciato il
dottorato. L'ambiente accademico è fantastico, gli stimoli tantissimi. In breve,
tornare in Italia è fuori discussione.”
Molti inviti a trovare il coraggio di emigrare perché
“là fuori c’è solo la vita ed una migliore nel più dei casi”, ovvio che è molta
la nostalgia di casa e degli amici ma la delusione nei confronti dell’Italia
è troppo forte, “vorrei tornare un giorno questo è certo ma come togliermi dalla
mente lo squallore delle prime esperienze lavorative nell'università? Come dimenticare
un sistema che “premia” il mediocre?”
Ma c'è anche chi, pure al di là dei confini nazionali,
ha incontrato difficoltà, un ragazzo napoletano racconta che all'estero le cose
non vanno affatto bene. “Vivo in Inghilterra da più di cinque anni e ho sempre
lavorato in ruoli da impiegato per grosse aziende. In cinque anni ho registrato
tre redundacies, ovvero licenziamenti per motivi di
trasferimento del business. L'ultima a marzo 2009. Adesso ho cominciato a lavorare
con un rimborso di appena 100 sterline a settimana. Loro la chiamano probation (prova), io sfruttamento”.
Sempre da Londra un ingegnere scrive che “nonostante
anche qui le cose non vadano a gonfie vele, c'è a differenza che in Italia un
diffuso rispetto per i lavoratori”.
Ma i successi ottenuti nel mondo del lavoro non rendono
a tutti più dolce la vita lontana dall’Italia: “So di essere fortunata, ho un
lavoro che mi piace e che è ben retribuito ma a che prezzo? Vorrei tornare in
Italia, farmi una casa e una famiglia nel mio Paese che nonostante tutto amo
alla follia”. (ricerca a cura di Gabriele Di Mascio,
Uim/Inform)