INFORM - N. 233 - 15 dicembre 2009


ITALIANI ALL’ESTERO

Uim: Generazioni perdute ma non sperdute

 

ROMA - I numeri molto spesso non danno il senso della portata di un fenomeno. Questo vale soprattutto quando dietro le cifre si celano le persone con le loro storie.

Come quando cala la nebbia e non vediamo ciò che sappiamo essere lì, proprio ad un palmo dal nostro naso, così accade quando parliamo di giovani che per necessità lasciano l’Italia, noi non li vediamo ma sappiamo che esistono e che sono numerosi.

Grazie ad un’iniziativa del giornale “la Repubblica” la nebbia si è diradata ed un’intera generazione perduta è ricomparsa all’improvviso e con asprezza e coraggio si è raccontata.

Oltre 2400 racconti, 300 dei quali scritti da giovani che vivono all’estero e che lucidamente dicono di non voler più tornare, colpa l’assenza di prospettiva di vita, “la speranza di una futuro che in Italia non solo non hai ma che non potrai mai avere, schiacciato come sei dalla stanchezza, dalla corsa alla sopravvivenza e dalle frustrazioni quotidiane”.

Opportunità che invece sono offerte nei Paesi dove si sono trasferiti e ora vivono, come ci spiega un messaggio proveniente dal Regno Unito “dopo un'invidiabile collezione di contratti a progetto, straordinari non retribuiti, professionalità non riconosciuta, e ingiustizie varie mi sono trasferita in Inghilterra dove attualmente risiedo e lavoro come project manager con un lavoro flessibile e ottime prospettive di carriera. Pari opportunità tra uomo e donna e meritocrazia non sono un'utopia. In Italia non torno.”

Un’altro messaggio dal Regno di sua Maestà ammette onestamente che “ci sono gravi problemi raziali, si viene discriminati dalle altre minoranze maggiormente, ci sarebbe molto da dire, ma vorrei concentrarmi su un punto. Ho 35 anni ogni volta che vengo in Italia mi chiamano ragazza, anche se ho un figlio e comincio ad avere i primi capelli bianchi”, ma non è anche questa discriminazione?

Ritornare in Italia è un’ipotesi molto remota “lasciata l'università italiana per gli Stati Uniti dopo aver assistito ed essere stato vittima di azioni che in un altro contesto verrebbero definite”mafiose”. Qui guadagno bene, la vita è  più  semplice e si lavora duro. Difficilmente tornerò  indietro.”.

Più laconico Aldo che scrive “addio Italia per sempre! Mi spiace ma torno solo per vedere mio padre, mia sorella, non vi lascio nemmeno i soldi delle vacanze”. Dello stesso parere un giovane che ci scrive dall’Inghilterra “mi sono laureata con il massimo dei voti e sono andata via dall'Italia per studio. Ho fatto la specialistica qui a Edimburgo e ho appena cominciato il dottorato. L'ambiente accademico è fantastico, gli stimoli tantissimi. In breve, tornare in Italia è fuori discussione.”

Molti inviti a trovare il coraggio di emigrare perché “là fuori c’è solo la vita ed una migliore nel più dei casi”, ovvio che è molta la nostalgia di casa e degli amici ma la delusione nei confronti dell’Italia è troppo forte, “vorrei tornare un giorno questo è certo ma come togliermi dalla mente lo squallore delle prime esperienze lavorative nell'università? Come dimenticare un sistema che “premia” il mediocre?”

Ma c'è anche chi, pure al di là dei confini nazionali, ha incontrato difficoltà, un ragazzo napoletano racconta che all'estero le cose non vanno affatto bene. “Vivo in Inghilterra da più di cinque anni e ho sempre lavorato in ruoli da impiegato per grosse aziende. In cinque anni ho registrato tre redundacies, ovvero licenziamenti per motivi di trasferimento del business. L'ultima a marzo 2009. Adesso ho cominciato a lavorare con un rimborso di appena 100 sterline a settimana. Loro la chiamano probation (prova), io sfruttamento”.

Sempre da Londra un ingegnere scrive che “nonostante anche qui le cose non vadano a gonfie vele, c'è a differenza che in Italia un diffuso rispetto per i lavoratori”.

Ma i successi ottenuti nel mondo del lavoro non rendono a tutti più dolce la vita lontana dall’Italia: “So di essere fortunata, ho un lavoro che mi piace e che è ben retribuito ma a che prezzo? Vorrei tornare in Italia, farmi una casa e una famiglia nel mio Paese che nonostante tutto amo alla follia”. (ricerca a cura di Gabriele Di Mascio, Uim/Inform)

 

 


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