INFORM - N. 230 - 10 dicembre 2009


RASSEGNA STAMPA

Su “Avvenire” intervista al sottosegretario agli Affari Esteri

Alfredo Mantica: «Ora fermiamo le bombe a grappolo»

 

ROMA - Sulle mine anti-uomo e le altre armi più micidiali «c’è ancora molto da fare. E la parole di Benedetto XVI, oltre che pienamente condivisibili, sono anche molto, utili». Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, ha guidato la delegazione italiana alla conferenza di Cartagena per la revisione del trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo. E oggi spiega: «La conferenza di Ottawa nacque sull’onda della pressione dell’opinione pubblica; pressione che si è un po’ affievolita in questi ultimi anni. Quindi ben vengano appelli così alti, capaci di risvegliare interesse e l’attenzione su delicati temi umanitari».

Che bilancio può fare della conferenza di Cartagena?

«Da un punto di vista quantitativo, direi che è andata bene, poiché è cresciuto il numero dei Paesi che, come l’Italia, hanno messo al bando l’utilizzo, la fabbricazione e il possesso delle mine antiuomo. Da un punto di vista qualitativo, per essere onesti, bisogna far rilevare che tra le nazioni che non vanno ancora tarmato ci sono Stati Uniti, Cina e Russia, ovvero i tre eserciti più potenti del mondo. Tuttavia, per la prima volta, sia pure a livello di osservatori, alla conferenza erano presenti rappresentanti americani. Obama aveva promesso in campagna elettorale che avrebbe messo al bando le mine. Speriamo che alle parole seguano i fatti».

Qual è la situazione concreta nel mondo dopo la campagna antimine?

«Anche qui ci sono luci e ombre. Dopo Ottawa abbiamo prosciugato la produzione di mine nel mondo, riducendola a un quinto. Certo nessuno sa con certezza quante ce ne siano di vecchie ancora custodite nei depositi. C’è un secondo ordine di problemi, che riguarda molti Paesi. Se le mine sono state messe da un esercito regolare, esistono dei piani ufficiali e le operazioni di sminamento sono più semplici. Ma se a metterle è la guerriglia allora sono guai. In Colombia, a esempio, dopo la fine della guerra civile ci sono stati 1800 morti e 6000 feriti per le mine. In Ruanda 6 milioni di metri quadri sono ancora minati. Dieci anni fa erano 7 milioni, quindi la bonifica procede lentissima e tra mille difficoltà, anche di natura economica».

Il Papa ha chiesto anche di allargare il discorso dalle mine antiuomo alle bombe a grappolo e alle altre armi leggere.

«A Cartagena è stato siglato l’impegno in questo senso: bandire tutte le armi che più possono danneggiare le popolazioni civili. Devo dire, realisticamente, che se sulle micidiali bombe a grappolo c’è un consenso di massima, sulle armi leggere (pistole, fucili mitragliatori) la questione, a livello di attuazione, diventa molto più difficile». Giovanni Grasso-Avvenire del 10.12.2009)

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