MEMORIA
Ricordiamo la tragedia di Monongah (West
Virginia, Usa),
A Monongah, cittadina del West Virginia, nel
cuore minerario degli Stati Uniti, si consumò una tragedia che costò la vita a
361 minatori, 171 dei quali italiani. Stima per difetto, perché i morti furono
più di 900, di cui 500 italiani perché neanche un terzo dei minatori era registrato;
fra le vittime decine di molisani ed abruzzesi emigrati in cerca di fortuna in
America. Alcuni di loro erano appena dei ragazzini. Alle vittime ufficiali sono
da aggiungere bambini, amici e aiutanti che ogni minatore «regolarmente assunto»
portava con sé, senza l’obbligo di comunicarlo al datore di lavoro. Onoriamo l’emigrazione
sepolta.
Da
italiani ed italo-americani siamo chiamati a onorare la memoria degli italiani
di Monongah, martiri del lavoro, dell’emigrazione e della speranza in un mondo
migliore. Il 6 dicembre 2009 ricorre il 102° anniversario del maggiore disastro
minerario americano, il più grave in assoluto nella storia estrattiva, ricordato
con il nome della località U.S.A. in cui esplosero contemporaneamente due pozzi
carboniferi. Monongah era un centro minerario con circa 3mila abitanti e una numerosa
colonia italiana. Il 5 dicembre 1907 le miniere n. 6 e n. 8 erano rimaste chiuse,
per via della festa “congiunta” (oggi diremmo, “ponte”) di San Nicola e Santa
Barbara.
Il 19 dicembre 1907 un’altra deflagrazione porterà morte e lutto a Darr, in Pennsylvania. Anche qui numerose le vittime italiane, tra le circa 400 che si contarono. L’elenco delle tragedie minerarie americane di quel periodo, simile a un martirologio, è una lista atroce e infinita. Ricordiamo i 22 morti di Bluefield (4 gennaio 1906); i 18 morti di Detroit (18 gennaio 1906); i 22 della miniera Parral (8 febbraio 1906); i 28 di Fayetteville (25 marzo 1906); i 28 di Pocahontas (3 ottobre 1906); i 12 di Buckhannon (20.1.1907); gli 80 della miniera Sewart di Fayetteville (29.1.1907). E, per l’Europa, il migliaio di Courrières (Francia settentrionale) del marzo 1906.
Secondo fonti attendibili, circa mille persone persero la vita nella sciagura di Monongah. Alle vittime ufficiali sono da aggiungere bambini, amici e aiutanti che ogni minatore «regolarmente assunto» portava con sé, senza l’obbligo di comunicarlo al datore di lavoro. Per via del cottimo e per un maggiore guadagno: in seguito si sarebbero divisi il salario. «Buddy system», lo chiamavano, il «sistema dell’amico o del compare»! A Monongah, cittadina del West Virginia, nel cuore minerario degli Stati Uniti, si consumò una tragedia che costò la vita a 361 minatori, 171 dei quali italiani. Stima per difetto, perché i morti furono più di 900, di cui 500 italiani perché neanche un terzo dei minatori era registrato; fra le vittime decine di molisani ed abruzzesi emigrati in cerca di fortuna in America. Alcuni di loro erano appena dei ragazzini.
Una
tragedia, per l’emigrazione italiana più grave di quella, ben più nota, di Marcinelle,
in Belgio avvenuta l’8 agosto
Laggiù nelle viscere della Terra, 478 minatori uomini e ragazzi , il viso annerito dal carbone, gli abiti dismessi, sono investiti in pieno dalla detonazione. Un misto di polvere di carbone, e gas metano che trasforma in pochi secondi i due tunnel in una camera ardente. Muoiono in 361. Sono americani (85), polacchi e russi (103), ma sono sopratutto italiani. Centosettantuno. Una cifra spaventosa, che potrebbe addirittura salire fino a 500 italiani morti. Una corrispondenza da Washington del 9 marzo del 1908 (cioè dopo il completamento delle inchieste sulla tragedia del 6 dicembre 1907) sostiene che "il bilancio dello scoppio della miniera di Monongah avrebbe raggiunto un totale di 956 vittime, la maggioranza delle quali era italiana...". Nella miniera Bois de Crazier , a Marcinelle morirono in 262, quell'8 agosto del 1956, 136 dei quali italiani. Monongah con i suoi morti rappresenta oggi l'icona del sacrificio dei nostri lavoratori costretti ad emigrare per poter sopravvivere.
Il
merito di aver riportato alla luce questa triste pagina di storia italiana è del
giornale
Con le 362 vittime ufficiali, secondo il Monongah Mines Relief Committee, di nazionalità americana, tra le quali molte di colore, polacca, turca, slava o russa, ungherese, irlandese, lituana, scozzese, si rinvengono 171 italiani provenienti dal Molise, Puglia, Calabria, Abruzzo, Basilicata, Campania, Veneto. E un piemontese, originario di San Rocco di Premia: Vittore d’Andrea. I corpi ricuperati riposano sulla collinetta del «Calvario». Dimenticati per quasi un secolo, a Muh-nahn-guh, che nella lingua degli indiani Seneca significa «fiume dalle acque ondulate». Degli attimi che seguirono quella tragedia restano moltissime fotografie, in bianconero o in un tenero seppia, scattate da fotografi che, immediatamente, le trasformarono in cartoline molto richieste che invasero l’America del disinganno. “Monongah!” segue la colonia di minatori italiani passo passo. Sull’Oceano, nelle gallerie e «al giorno», grazie a diversi documenti rintracciati dall’autore nel Center for Migration Studies di New York e riferibili alla mano e alla penna di don Giuseppe d’Andrea, il sacerdote scalabriniano che operò nel centro minerario appalachiano per una decina d’anni, fratello di Vittore d’Andrea.
Il
sindaco del comune di Premia, Elio Martinetti, scrive nella presentazione del
volume: «Il centenario del dramma di Monongah ci offre il modo di ricordare questi
nostri due concittadini, insieme alla comunità italiana e alle sue vittime. Senza
dimenticare tutti coloro che, sul finire del 1800 e nei primi decenni del 1900,
abbandonarono
Tra le pagine si rinvengono personaggi come Carlo (Tresca), Arturo (Giovannitti), Joe (Hill) o Mother Jones. O rimandi a quegli italo-americani che credevano nei movimenti sindacali, nell’unione e nella riscossa sociale. Accenni a un’Italia che prende coscienza di sé al di là dell’Oceano: incontri, giornali, scioperi. Come quello di Lawrence (1912) o a Ludlow (1914), dove i miliziani spararono sugli scioperanti, uccidendo anche donne e bambini. Un movimento che ci donerà figure come Sacco e Vanzetti e che è alle radici dell’America dei diritti e dell’uguaglianza, del pacifismo e della libertà. La nascita e lo sviluppo dell‘associazionismo, la crescita del sindacalismo, le lotte politiche a difesa dei propri diritti e che abbracciano l‘orario di lavoro, l‘igiene, il vitto, il pacifismo e l‘opposizione a quel capitalismo che si sta avviando alla catastrofe della prima guerra mondiale.
Nell’epilogo di “Monongah!” il giovane narratore, originario di San Giovanni in Fiore, rimanda a chi colse la tragedia dell’emigrazione come un momento di riscatto e rinascita. Dove la «nuova lingua» è la chiave per una «nuova vita» in un «Nuovo Mondo». «I am an American», dice. E’ soprattutto il dolore a crescerti come cittadino. Proprio come successe a Pascal d’Angelo. “Monongah!” si può considerare il completamento d’una trilogia che vede l’emigrazione dal Piemonte orientale riversarsi in Europa e nelle Americhe. In questo suo ultimo lavoro, patrocinato dal Consiglio regionale del Piemonte, dalla Provincia del Verbano – Cusio – Ossola e dal Comune di Premia, l’emigrazione proveniente dall’Italia settentrionale si amalgama Oltreoceano con quella dell’Italia meridionale, quasi a formare – al di fuori dei confini nazionali – un’altra Nazione. Tra il 1901 e il 1915, 27 milioni di italiani emigrarono e ben 3 milioni e mezzo si diressero verso l’America del Nord, provenienti non solo dalle regioni dell’Italia meridionale e centrale, ma anche dal Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli. Un’Italia disperata e «stracciona» che, per quasi un secolo, mantenne in vita con le sue «rimesse» la dissestata economia del Paese d’origine. La trilogia dell’autore d’origine veneta, che vive e lavora a Bochum (Vestfalia), ricorda la ricchezza storica, umana e culturale dell’Altra Italia. Una ricchezza che si dipana lungo i secoli e i millenni, dimenticata in Patria e raramente ripresa e riproposta. Un’Altra Italia ancora mancante d’un archivio centrale, d’un museo nazionale, di corsi universitari che la ricolleghino alla storia del Paese d’origine. Di iniziative dedicate a un fenomeno sociologico, culturale ed economico cui i libri di storia dedicano una o due paginette. Luigi Rossi ricorda che «Le vittime di Monongah appartengono alla generazione dei dago, guinea, wop, chianti che generò, allattò e crebbe personaggi come Pietro Di Donato, Pascal D’Angelo e John Fante. E chi, con un cognome italico simile a un marchio, si troverà a vivere e operare in letteratura, cinema, teatro, imprenditoria, politica, altiforni, tratte ferroviarie, cantieri edili. Vivendo con dignità e orgoglio in quel Nuovo Mondo che sostituiva per sempre una Patria matrigna».
Della
nostra epopea di emigranti non sappiamo molto. Dei successi e dei drammi che l’hanno
costellata sappiamo poco, e quel poco è spesso affogato nella retorica patriottarda
del bravo italiano che sgobba e si fa voler bene da tutti. Non sempre – anzi quasi
mai – è stato così. La storia dell’emigrazione italiana è piuttosto intrisa di
dolore. Monongah è un dramma seguito qualche anno dopo, nel 1914, dal massacro
di Ludlow, in Colorado... Due tragedie, ma é potremmo citare altre cento. Ricordare,
confrontarci con la nostra storia di popolo costretto a cercare fortuna all’estero,
è utile per guardarci con un occhio diverso. E guardare con un pizzico di compassione
in più la sofferenza di chi oggi bussa ai nostri confini per cercare un avvenire
migliore. Che la lettura di questo libro sia il primo passo nell’approfondimento
del fenomeno migrazione: è l’augurio che faccio a tutti coloro che si apprestano
a leggere queste pagine, che rendono onore a quei nostri nonni dimenticati in
terra americana e nel fondo della nostra memoria collettiva. (Nicola
Facciolini, Teramo) nicola.facciolini@tin.it