INTERVENTI
Aldo Di Biagio (Pdl) dalle colonne de “Il Secolo
d’Italia”
Per il fenomeno immigrazione serve un modello italiano:
né repressione, né lassismo, nel ricordo dei nostri emigranti
ROMA - Sono ancora vivide nella nostra mente, e immortalate
dai capolavori cinematografici e dalle foto in bianco e nero, le facce e gli
sguardi di quei tanti connazionali che nel corso dei decenni hanno abbandonato
le loro terre per recarsi in paesi in cui le aspettative di trovare un posto
di lavoro o un piatto caldo erano certamente più concrete.
Queste immagini, iconografia di una generazione, sono
state protagoniste nella giornata della presentazione, con il Sottosegretario
Mantica, dell’opera multimediale “segni e sogni, l’Italia dall’emigrazione all’immigrazione”
al Vittoriano, una cornice entro la quale si è colto quel legame, a volte abiurato,
che sussiste tra le nostre valigie cartone e quelle che – a dir vero poche volte
- accompagnano gli esodi di immigrati verso le nostre coste o nelle nostre città.
La nostra esperienza di popolo emigrante, con tutte le
difficoltà che questa accezione ha comportato, ci deve far riflettere e ci deve
dare gli strumenti per comprendere in maniera puntuale quello che è il fenomeno
dell’immigrazione di cittadini stranieri e quello che potrebbe essere il valore
aggiunto che questi profili possono arrecare al nostro Paese.
I drammi e la condizione che accompagnarono i nostri
connazionali ai valichi di frontiera verso terre che fino a poco prima consideravano
inesistenti o lontanissime, non sono poi così diversi da quelli che si trovano
ad affrontare giorno dopo giorno, cittadini stranieri che fanno fatica ad integrarsi
ma – nonostante tutto – danno un contributo imprescindibile alla tenuta economica
del nostro Paese, andando ad colmare quelle sacche di attività che altrimenti
rimarrebbero vuote. Stando ai dati, attualmente in Italia sono presenti 4 milioni
di cittadini stranieri residenti, di cui circa il 7,5 % risultano occupati.
Il contributo dei cittadini stranieri risulta essere un tassello indispensabile
della crescita economica di alcuni settori strategici come l’agricoltura, l’edilizia
ed il turismo senza tralasciare il comparto dei servizi alla persona: settori
che rischierebbero un pesante deficit qualora venisse a mancare l’apporto di
questi lavoratori.
Questi elementi meritano di essere scrutati con attenzione
e non con sospetto o pregiudizio per capire il percorso di evoluzione demografica
oltre che economica dell’Italia nel medio-lungo periodo.
Se si prendono come riferimento i dati tracciati dal rapporto della Commissione
europea sull'impatto dell’invecchiamento sulla spesa pubblica degli Stati membri
sul lungo termine, si evidenzia che il contributo di questi cittadini -
la cui richiesta in Italia crescerà esponenzialmente - concorrerà ad incrementare
il pil di due punti percentuali entro la prima metà
degli anni duemila.
Appare chiaro che questo fenomeno rappresenta una opportunità
per l’Italia e per la società civile, - una chiave di accesso ad un percorso
di ristrutturazione economica del Paese – una sorta di strumento che ci consentirebbe
di superare i fantasmi di un presunto declino economico o invecchiamento demografico.
Per rendere possibile tutte questo abbiamo bisogno di
scelte chiare, provvedimento mirati che non si nascondono dietro programmi di
partito, belle iniziative dal sapore demagogico o anacronistici scenari di apartheid.
La nostra operatività politica deve aprire gli occhi dinanzi alla realtà ed
alle evoluzioni sociali: abbiamo i mezzi per costruire insieme adeguate politiche
di integrazione che consentano l’inserimento reale di cittadini stranieri nel
tessuto sociale ed amministrativo del nostro Paese, accompagnato dal riconoscimento
di un ventaglio di garanzie e di diritti, elemento basilare per un nuovo progetto
sociale.
Esistono tutte le condizioni per avviare una riconfigurazione
dell’approccio dell’Italia al mondo dell’immigrazione che sia svincolato dalle
deludenti esperienze passate o dai modelli francesi o anglosassoni. Un sorta
di modello italiano, che tutti insieme siamo chiamati a costruire, può partire
solo da un percorso reale di integrazione dei cittadini stranieri, capace di
fondarsi su un dialogo costante, un coinvolgimento diretto di chi vuole integrarsi
ed allo stesso tempo rispettare quella che è l’Italia e le sue leggi. Creare
un modello italiano per l’integrazione degli stranieri non vuol dire però facilitare
il delinquere o aprire le frontiere a nuovi flussi, significa creare le condizioni
doverose di un vivere armonico a livello sociale, che sappia attivamente coinvolgere
chi viene da lontano ma vuole dare il suo contributo. Ed in questa cornice ragionare
su un percorso di semplificazione delle procedure per l’ottenimento della cittadinanza,
ne rappresenterebbe un doveroso coronamento. Il modello italiano non si dovrebbe
però esaurire entro i confini nazionali, ma dovrebbe garantire un pieno coinvolgimento
dei Paesi di emigrazione, sollecitando lo sviluppo di una forma di immigrazione
“mobile” dei lavoratori, che possa anche consentire il rientro nel proprio Paese
di questi cittadini con un rilevante valore aggiunto, sia in termini di risorse
economiche che di capitale umano.
Il primo passo resta però quello di inquadrare l’immigrazione
come un opportunità e non come un problema e su questo è necessario sfoderare
il nostro pragmatismo: come forza politica dobbiamo fare nostro un approccio
razionale che consenta di maturare delle iniziative capaci di supportare chi
realmente ha il desiderio di integrarsi nel nostro Paese, sempre nel rispetto
della legge e dell’ordinamento italiano. Possiamo abbandonare in un angolo gli
approccio repressivi, o le finte forme di integrazione a “tutti costi” scollegate
dalla realtà, partendo da un’analisi condivisa sotto il profilo politico che
conduca alla formulazione di proposte chiare. Senza questa intuizione rischiamo
di lasciarci sfuggire un’occasione imperdibile per ricollocarci nello scenario
economico europeo, lasciando aperte ed inalterate le ferite della nostra società
multietnica.(Aldo Di Biagio, deputato e responsabile italiani nel mondo del
Pdl -Il Secolo d’Italia, 27 novembre 2009)