INFORM - N. 216 - 20 novembre 2009


RASSEGNA STAMPA

Intervista de “La Discussione” al sottosegretario agli Esteri

Mantica: «Rinforzi a Kabul? Per ora diciamo “no”»

 

ROMA - «Mi pare di poter anticipare una risposta non positiva del governo rispetto alla probabile richiesta americana di un aumento delle truppe in Afghanistan». È un passaggio del lungo colloquio che Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri e senatore del Pdl, ha concesso alla Discussione. Un faccia a faccia per affrontare le incognite della missione italiana a Kabul, ma anche per discutere di altri temi d’attualità, fra cui la riforma della nostra rete consolare.

Sottosegretario Mantica, le sorti dell’Afghanistan, anche in virtù delle numerose vittime fra i militari italiani, rimangono al centro dell’agenda politica internazionale. Hamid Kharzai ha giurato ieri per il secondo mandato da presidente e adesso quale futuro si prospetta per il Paese?

«Occorre fare un salto di qualità. Se l’obiettivo è, come noi del governo italiano auspichiamo, quello di mettere le autorità dell’Afghanistan in condizione di gestire il Paese impedendo la ricostruzione di basi di Al Qaeda, credo il lavoro fatto finora sia stato importante, ma adesso occorre fare di più. Bisogna porre più attenzione agli aspetti civili ed istituzionali, non soltanto a quello militare. Noi condividiamo la proposta McCrystal (il generale statunitense Stanley McCrystal, comandante elle truppe alleate in Afghanistan, che in un documento riservato destinato alla Casa Bianca ha sostenuto che senza rinforzi in Afghanistan non si vince, ndr) e, in questo quadro, il primo obiettivo è il rafforzamento del governo Kharzai. Serve, infatti, un governo che abbia un consenso un po’ più largo del 50 per cento che il leader ha portato a casa alle elezioni di agosto. E l’unico modo per realizzarlo è dialogare con le diverse etnie che non hanno votato il presidente, ma con cui le autorità devono entrare in contatto e collaborare. Ma c’è un altro aspetto fondamentale».

Quale?

«Il problema vero è la corruzione, i cui livelli non sono accettabili in un governo che, se non democratico, si ritiene debba avere degli standard vicini all’Occidente. Inoltre, nei Talebani adesso vi sono componenti nazionalistiche, ostili agli stranieri, così come ve ne sono altre che operano per i signori della droga e sono legati a bande criminali. Situazione, insomma da tenere sotto controllo. La missione italiana è lì addestrare la polizia afghana, facendo sì che questi uomini abbiano uno stipendio adeguato, altrimenti non si riesce a competere con quanto offrono i signori della guerra. E si rischia di preparare militarmente delle persone che finiscono in seguito al soldo delle bande criminali.

Altre emergenze a Kabul?

«Occorrono investimenti nella giustizia e nelle infrastrutture. La normalizzazione di un Paese passa attraverso un premio di cambiamento: alla scelta di non seguire più i terroristi, deve equivalere l’opportunità di avere scuole, ospedali, lavoro. Altrimenti non c’è via d’uscita».

Cosa cambierà il prossimo anno nella nostra missione in Afghanistan?

«Il nodo è se gli americani manderanno dei nuovi soldati, alcune decine di migliaia di uomini, tra 20mila e 40mila uomini in più. E, per sapere questo, attendiamo la decisione che adotterà il presidente Barack Obama, di ritorno dal suo viaggio in Asia. È chiaro che, per questo sforzo ulteriore, gli americani chiederanno alle truppe Nato un adeguato rafforzamento. E questo si pone per tutti gli alleati della Nato, anche per quelle nazioni, come l’Inghilterra, che non si sono schierate a favore di un aumento dei soldati. Diverso è l’atteggiamento dell’Italia, intendo dell’opinione pubblica italiana».

In che senso?

«C’è stata molta maturità in occasione dei funerali delle ultime vittime a Kabul (il 17 settembre scorso i terroristi hanno fatto saltare in aria due blindati nella capitale e hanno perso la vita sei militari, tutti appartenenti alla Brigata paracadutisti della Folgore, ndr). Tanta solidarietà e partecipazione, ma nessuno che sì è scatenato contro la guerra. Il nostro contingente opera con il più ampio consenso delle forze politiche e della società civile. L’aumento delle truppe che ci potrebbe essere chiesto rappresenta un problema tecnico, perché non siamo impegnati solo in Afghanistan, ma abbiamo circa 9míla uomini in giro per il mondo. In linea di massima, mi pare di poter anticipare una risposta non positiva del governo rispetto alla probabile richiesta americana di un aumento delle truppe».

Ieri a Bruxelles c’è stata la riunione per designare il presidente e il capo della diplomazia dell’Unione europea. Al di là dei pronostici della vigilia e dei risultati concreti, come ha giudicato l’idea di candidare Massimo D’Alema alla carica di mister Pesc, carica che, alla fine, l’esponente del Pd e, insieme l’Italia, non ha ottenuto?

«È positivo che il governo e la maggioranza abbiano appoggiato la candidatura di Massimo D’Alema, un segnale di apertura verso l’opposizione. Ma, sempre restando su questo piano, mi piacerebbe poter cogliere anche qualche segnale analogo da parte della minoranza. La destra è stata più volte generosa, nella sinistra non ho avuto la possibilità di misurare la stessa generosità. Prima o poi il pareggio andrà raggiunto, magari su tempi importanti come la giustizia. Mi è, comunque, sembrata fin dall’inizio, quella di D’Alema una partita a poker un po’ complicata. Si era molto parlato di inserire più donne nell’organismo comunitario (e ce l’ha fatta l’inglese Catherine Ashton, ndr) . Ma c’è anche un altro aspetto, al di là del candidato-rappresentante del nostro Paese, che mi sento in dovere di evidenziare».

Dica.

«Ciò che mi sembra grave che sta emergendo in Europa è che, per due posizioni di tale livello, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri dell’organismo comunitario, che sono anche le due grandi novità che escono con il Trattato di Lisbona, si stiano mettendo in luce figure che sono espressione di Paesi che non hanno un peso forte all’interno dell’Unione europea. Non mi riferisco, ovviamente, a Massimo D’Alema. È una preoccupazione non di poco conto, perché mi sembra si sia giocato al ribasso, quando invece le due figure dovrebbero essere forti. I due ruoli devono essere creati ex novo, dunque quelle personalità devono caratterizzarli in maniera decisa. Altrimenti, sono figure di mediazione, poco più che dei portavoce. Altro che di equilibrio e autorevolezza, come sarebbe,invece, opportuno».

Lei si sta impegnando per il rilancio della rete dei consolati italiani all’estero. In che modo?

«La razionalizzazione della rete consolare non significa soltanto chiudere o declassare le sedi come alcuni sostengono, ma trattarne l’ampliamento nei Paesi nuovi. Sul Turkmenistan, ad esempio, si può ragionare sull’apertura di un’ambasciata, magari chiudendone una in un Paese ritenuto meno importante. E’ in corso anche una strategia di informatizzazione per accelerare i tempi e i processi della burocrazia presso i consolati. Entro il 2010 avremo, infine, lo sportello consolare a distanza: permetterà di interloquire con la struttura da casa attraverso il proprio pc».  (Simona D'Alessio-La Discussione del 20 novembre 2009)

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