RASSEGNA STAMPA
Da “
Artisti, un po' pazzi e goleador. Ottant'anni di storie
da oriundi
Aebi fu il primo nel '20 ma era nato a
Milano. Monti fece due finali mondiali in squadre diverse di Omar Sivori
Non c'è bisogno di traversare oceani per trovare il primo
oriundo: è Ermanno Aebi, nato a Milano da padre svizzero
e madre italiana, doppia cittadinanza, primi calci in un collegio di Neuchatel. Gioca nell'Internazionale, è una punta elegante
e tecnica. I tifosi lo ribattezzano "signorina". Esordisce contro
La finale olimpica di Amsterdam, 1928, richiama l'attenzione
dei club italiani sul Sudamerica, Argentina in particolare. Oggi una regola
vieta a chi ha giocato anche un minuto in una Nazionale di giocare per un'altra
Nazionale. Prendiamo Luisito Monti: con Altafini, Puskas e Santamaria divide un primato: ha giocato ai mondiali con due
squadre diverse. Ma è il solo ad avere disputato due finali: la prima persa
con l'Argentina nel '30 (2-4 dall'Uruguay), la seconda vinta nel '34 con l'Italia
(2-1 nei supplementari alla Cecoslovacchia, che aveva colpito tre volte i pali).
Il fascismo non ha difficoltà a considerare italiani giocatori figli o nipoti
d'italiani, oppure nati in Italia (Renato Cesarini a Senigallia). Nel '34 sono
oriundi anche Guaita e Orsi. Monti in Argentina lo chiamano "doble ancho",
armadio a due ante. È un omone terrificante (per gli avversari: Sindelar
e Schiavio vanno fuori in barella), poco veloce ma
con battuta lunga. Gioca centrale (centromediano metodista).
Quando lo chiama
Orsi, un artista. Nel '69 una troupe tv lo accompagna
al Flaminio e gli chiede il bis del gol realizzato ai cechi in finale. Gran
destro, angolino alto, fotocopia: aveva 68 anni. Alla Juve vince 5 scudetti
di fila. Lo chiamano Gazzella. Suona il violino, è superstizioso (s'infila un
jolly nel calzettone sinistro), fa tardi la notte (come Cesarini, del resto,
e Sivori). Torna a casa nel '35, quando si sente parlare di servizio militare
e guerra al Negus. Lo imita Enrico (Enrique) Guaita, idolo del Testaccio, con
altri due oriundi romanisti meno famosi, Scopelli
e Stagnaro. Soprannominato "Corsaro nero", detiene ancora il primato
di reti nei tornei a 16 squadre: 28 o 29 (le fonti divergono). Auto fino alla
Spezia, treno fino a Ventimiglia, passaggio clandestino della frontiera e nave
fino all'Argentina. Il regime li chiamò "traditori della patria" accusandoli
(accusa mai provata) di traffico di valuta.
Nel '38 il ruolo di Monti è occupato da Andreolo, nato a Montevideo da emigrati cilentani.
Gioca nel Bologna (195 partite, 4 scudetti). Detesta allenarsi, donne e carte
riempiono meglio il suo tempo, eppure dura a lungo (gioca a Napoli, nel dopoguerra).
Tipo bizzarro, per ottenere un aumento dal presidente Dall'Ara finse di dare
i numeri, uscì da una finestra della sede e si mise a passeggiare sul cornicione
finché Dall'Ara non firmò l'assegno. Segni particolari: non voleva tirare rigori,
neanche in allenamento. La sola volta che lo convinsero, contro
Gli altri oriundi sono più recenti e famosi. Nel '58,
una linea d'attacco con due campioni del mondo (Ghiggia
e Schiaffino), più Montuori e Da Costa, non servì
all'Italia: eliminata dall'Irlanda del nord non andò in Svezia. Poi toccò a
Sormani, Lojacono e al blocco italo-argentino dei tre "angeli con la faccia sporca",
ossia Angelillo, Sivori e Maschio. Gli ultimi due,
più Altafini e Sormani,
erano a Cile '62. Ricordi non belli, per usare un eufemismo: trasferta iniziata
male e finita peggio: arbitraggio di Aston, pugno
di Sanchez che rompe il naso a Maschio. Da qui si salta a Camoranesi.
Una citazione merita Julio Libonatti,
figlio di italiani, esordio in azzurro nel '26. Tra quelli con più di 10 presenze,
ha la miglior resa da goleador: 17 partite, 15 reti. Illumina il Torino, con
Baloncieri e Rossetti, riporta in A il Genoa e chiude
sul mare di Rimini. (Gianni Mura-la Repubblica,17 novembre 2009)