INFORM - N. 208 - 10 novembre 2009


ITALIANI BRAVA GENTE

La nota settimanale di Pietro Schirru per “La Fiamma” e “Il Globo”

Monarchia o Repubblica in Australia e il Muro di Berlino vent’anni dopo

 

SYDNEY - E’ tempo di anniversari. Il primo che porto alla vostra attenzione è quello relativo al decennale del più grosso paradosso dell’Australia: la presunta sconfitta dei repubblicani nel referendum che, appunto dieci anni fa, soddisfece da un lato il “sadismo” dell’allora primo ministro John Howard che sghignazzò per il risultato e dall’altro mortificò il 75 per cento dei repubblicani che, ignoranti come pochi, non si accorsero che erano stati presi per i fondelli dal neo Mandrake, alias little John.

Rifacciamo la storia di dieci anni fa. Prima del “famoso” referendum vi fu una Convention che, se ricordo bene, era costituita da 300 persone originarie da tutti gli strati sociali, politici, imprenditori, accademici, unionisti, categorie professionali, anziani, giovani, uomini, donne. Uno spettro, si disse allora, della multiculturale società australiana.

Ma il problema era un altro. Quando Paul Keating era primo ministro d’Australia, immaginò e propose un presidente della Repubblica eletto con un voto di secondo grado, cioè da un’assemblea costituita dai membri del Parlamento e del Senato federale e dalle rappresentanze degli Stati. Contemporaneamente il Movimento per la Repubblica, leader allora Malcolm Turnbull non ancora sceso in politica attiva, manifestò per un’elezione diretta del futuro capo dello Stato. A John Howard questa contrapposizione non solo formale ma, soprattutto, sostanziale, non parve vera. Così fece approvare dal Parlamento la legge per un referendum che non doveva decidere se la maggioranza degli australiani erano favorevoli alla Repubblica, bensì votare per quale forma di elezione un eventuale ed ipotetico (aggiungo io) presidente dovesse essere votato. Solo dopo quella decisione, disse allora John Howard, i cittadini sarebbero stati chiamati ad un “plebiscito” per decidere se volevano o no mandare a quel paese la monarchia. Ipotesi questa al limite dell’impossibile perché si sapeva in partenza che il referendum, con tutti i condizionamenti previsti dalla Costituzione, non avrebbe mai avuto la maggioranza dei votanti e la maggioranza almeno in quattro Stati.

Il risultato si conosce nella sua conclusione ma non nella sua verità. Oltre due terzi dei votanti si espressero per uno o l’altro dei due sistemi di elezione, diretta o di secondo grado, senza che nessuno prevalse con una maggioranza decisiva, la sola che avrebbe consentito di passare al plebiscito.

Così finì la speranza di rimuovere l’anacronistica situazione, unica nel suo genere, di un Paese sovrano che ha per capo di Stato una straniera. Infatti, mentre fino al 1987 (circa 200 anni dopo l’invasione del Paese e quasi 100 anni dopo la fine del sistema coloniale) i cittadini australiani per legge oltre che australiani erano anche sudditi della Gran Bretagna, da quell’anno, che dovrebbe essere ricordato per i suoi significati morali e civili, anche i britannici furono considerati cittadini stranieri.

Adesso la situazione è davvero paradossale. In Parlamento siedono di fronte, l’uno contro l’altro, due esponenti del movimento repubblicano” Kevin Rudd primo ministro d’Australia e Malcolm Turnbull, leader dell’opposizione conservatrice. Improvvisamente questi due esponenti politici fanno marcia indietro da quella che sembrava una convinzione effettiva di dare finalmente quell’indipendenza tanto auspicata dalla stragrande maggioranza dei cittadini australiani a prescindere dalla loro origine multietnica. Il primo ministro si sincera dietro alle emergenze economiche che pongono altre priorità per il Paese. Dal canto suo Malcolm Turnbull sostiene che finché Elizabetta II sarà sovrana meglio rimandare il problema della Repubblica. Allora? Se la Regina imita la mamma che è scomparsa a 101 anni dobbiamo aspettare fino al 2030? E poi non è che qualcuno obietterà che a quel punto occorre dare una chance anche a Charles e poi magari al figlio William. Ma che ci stanno prendendo per i fondelli?

Facciamo nostre due proposte, una ormai un po’ vecchiotta e l’altra recentissima. Mi riferisco alla prima fatta da Kim Beazley quando era leader dell’opposizione laburista. Beazley propose di chiamare gli australiani ad un plebiscito chiedendo loro un semplice quesito: Monarchia o Repubblica. Solo dopo questo plebiscito che, in quanto tale, non è sottoposto a tutti i condizionamenti dei referendum, a se a prevalere sia la Repubblica, convocare una larga convenzione costituente per decidere con quale forma di elezione il capo dello Stato dovrà essere eletto. La seconda proposta è stata fatta nei giorni scorsi dal Partito dei Verdi ed è di indire un referendum in concomitanza delle prossime elezioni federali previste per il 2010. L’autore di questo “trucco”, John Howard, battuto due anni fa nelle elezioni e addirittura battuto come parlamentare nella sua circoscrizione (caso più unico che raro) continua a sputare sentenze monarchiche, adesso anche con la condiscendenza pedissequa di Kevin Rudd e Malcolm Turnbull. E’ tempo di cambiare. E’ tempo che gli australiani, questo crogiolo multietnico e multiculturale si riconoscano finalmente nell’eguaglianza di un vero e proprio stato sovrano e indipendente libero della cariatide monarchica che non può più identificarsi nella maggioranza della popolazione. Da che parte sono io, mi sembra, sia chiaro. Viva la Repubblica Australiana, uno stato di fatto che veramente mi farebbe sentire australiano a tutti gli effetti.

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Il secondo anniversario ha ormai vent’anni ed è il crollo del Muro di Berlino e la cosiddetta fine della guerra fredda. No,  sbagliato. Non la cosiddetta fine della guerra fredda. Ma con la caduta del Muro di Berlino, in verità, si è concluso un periodo di pace dopo le due guerre, Corea e Vietnam. Non ho la memoria corta. Vi era stato anche l’intervento sovietico in Afghanistan, finito con il ritiro dell’armata rossa da quel Paese.

Poi, caduto il muro di Berlino,è cominciato il peggio.

Sfido chiunque ad affermare che la conflittualità era maggiore allora. Guardiamoci attorno. La questione del medio oriente è peggiorata. Gli accordi di Camp David non hanno avuto nessun seguito. Guerre in Iraq e in Afghanistan. Lo smembramento della Jugoslavia prima e dell’ex Unione Sovietica poi hanno trascinato rivolte, tensioni, terrorismo nella miriade di Stati e staterelli che sono stati generati da quel fenomeno di smembramento.

Se il dopo Muro di Berlino è un mondo migliore di prima qualcuno deve anche dimostrarlo, fatti alla mano. Da “vecchio” comunista non esito a dire che per me venti anni fa non è solo caduto il Muro di Berlino ma anche tutti gli ideali che mi avevano accompagnato per oltre cinquant’anni. Comunque, qualcuno di quei vecchi ideali è ancora rimasto appiccicato alla mia pelle, a cominciare da tante ingiustizie sociali che ancora affiorano nel mondo. Fino a quando non si risolveranno quei problemi resto ancorato ad una vecchia bandiera rossa che per tanti di noi ha costituito un simbolo importante e irrinunciabile. Altro che Muro di Berlino. (Pietro Schirru-La Fiamma-Il Globo/Inform)

(pschirru@zip.com.au)

 


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