INFORM - N. 207 - 9 novembre 2009


PIANETA AMERICA

Ro Pucci: Un metal detector per Fort Hood, Texas

Alla scoperta dei lati più o meno oscuri dell’American Way of life

 

HOUSTON, Texas – Niente di nuovo. Ancora una strage diversa solo il fatto che si è consumata in una delle basi più grandi dell’esercito americano: Fort Hood, Texas. Un ennesimo massacro di colleghi, come quello d’Orlando in Florida di poche ore addietro, nel corso del quale lo sparatore s’e’ recato a pareggiare i conti sul posto di lavoro dal quale sembra fosse stato licenziato. In ogni caso, l’originalità è piuttosto scioccante tanto per il luogo che ancora di più per la sua modalità d’esecuzione. Le tredici persone assassinate, quattordici se si tiene conto che una delle soldatesse era in attesa di un bimbo, ed i trenta feriti, hanno incontrato il loro tragico destino nella loro base e per mano del maggiore dell’US Army Nidal Malik Hasan e non, come si potrebbe pensare, in una strada dell’Afghanistan o dell’Iraq, per l’esplosione di un’auto bomba.

A considerare questa nuova carneficina, viene subito in mente il noto detto americano “safety first”, la sicurezza prima di tutto, che qui è ritenuto fondamentale e che è stato disatteso platealmente ed ora questa considerazione, per l’americano della strada, è certamente causa di legittime apprensioni. Evidentemente, nell’America del dopo Bush e di Barack Obama, neanche i militari sono più al sicuro in una loro base che, a rigor di logica, dovrebbe essere uno dei posti più sorvegliati e sicuri presenti nel paese. Mettendo da parte la differenza numerica nel computo delle vittime e considerando le analogie, sembra d’assistere al replay della tragedia delle torri gemelle. Un attacco suicida è portato nuovamente a segno, con devastanti conseguenze all’interno degli Stati Uniti, e senza che nessuno riesca a fare nulla per prevenirlo. Dopo questa nuova carneficina, dunque, non si può fare a meno di nutrire forti dubbi che le campagne militari in Iraq ed Afghanistan, che a detta di presidenti vecchi e nuovi avevano proprio lo scopo di dare sicurezza agli Americani, siano riuscite nello scopo che si prefiggevano.

Mentre tutte le varie agenzie preposte allo spionaggio ed al controspionaggio fanno nuovamente cilecca, nonostante le maggiori possibilità di frugare nella vita privata dei cittadini ed i satelliti spia in grado di fotografare dallo spazio una pallina su un campo da golf, Osama Bin Laden, che potrebbe essere nuovamente il regista occulto di questo nuovo schiaffo all’amor proprio della prima superpotenza globale, ha tutte le ragioni per essere soddisfatto e per ironizzare su un avversario che lascia troppo spazio alla sua iniziativa. La primula rossa araba, infatti, diversamente da Bush il giovane, è stato di parola e le minacce che aveva rivolto agli Stati Uniti le sta portando una ad una tutte a termine.

Gli eroismi che si sono evidenziati nel corso della sparatoria hanno contribuito sicuramente a ridurre il tragico bilancio ma, rimane ugualmente il fatto, che nessuno e’ riuscito ad impedire la strage di soldati prima che questa si verificasse. E’ un altro undici novembre più sofisticato e dai contorni inquietanti perché è evidente che, in linea con il fenomeno britannico degli arruolati fra i terroristi di casa, questa volta l’aspirante martire, nato e cresciuto in America, è riuscito indisturbatamente ad infiltrarsi ed a giungere agli alti gradi dell’esercito e poi a portare a termine con successo la sua missione.

Mentre è evidente che la sicurezza di tutti gli Americani è molto compromessa, sembra veramente incredibile che le investigazioni, che sono rigide e ineludibili anche per ottenere un posto nella polizia civile, non abbiano rilevato nulla nella vita militare e privata del Maggiore Hasan che, essendo d’origine palestinese, forse meritava qualche attenzione in più.

Ci si chiede, quindi, come questi sia riuscito ad introdurre nella formidabile base di Fort Hood le armi fuori ordinanza con le quali ha compiuto la sua mattanza.

Si è davanti a due possibilità: o l’America non è in guerra, ed allora non si capisce come mai migliaia di soldati e soldatesse si trovino ovunque nel mondo, pagando un prezzo di sangue pesantissimo oppure, se invece lo è, com’è possibile che l’auto dell’attentatore sia stata in grado d’entrare nella base senza che fosse perquisita come avrebbero dovuto esserlo tutte le altre. I familiari dei soldati assassinati e tutti gli Americani avrebbero ragione a porre questa domanda anche perché, nel corso della prima conferenza stampa tenuta dagli ufficiali di Fort Hood, s’e’ appreso qualcosa alla quale si stenta a credere: le macchine in ingresso alla base sono perquisite “…at random…” a caso e, vale a dire, saltuariamente.

Ora, dopo questa dichiarazione, c’e’ da ritenere che i terroristi che si preparano certamente a nuovi attacchi suicidi, con la benedizione di quel nemico pubblico numero uno, che nessuno è riuscito o riesce a prendere, possono contare anche su un calcolo delle probabilità a loro favorevole. Essi sanno che, in molti casi, le sentinelle non chiederanno loro neanche d’aprire il portabagagli della loro auto.

Si stenta a crederlo, ma nel paese dove la sicurezza viene prima di tutto è più facile passare per i cancelli di Fort Hood che attraverso le porte d’imbarco dell’aeroporto intercontinentale di Houston o della porta di una delle scuole dei quartieri a rischio dove almeno tutti, e senza alcun’eccezione, devono essere controllati da un agente e da un metal detector. (Ro Pucci- Info Usa Magazine/Inform)

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