STAMPA ITALIANA
ALL’ESTERO
Dal “Corriere Canadese”
Bertolucci porta a Toronto la rabbia di Pier Paolo Pasolini
Un film-invettiva contro intolleranza, pregiudizi e l’imbarbarimento
della società dei consumi
TORONTO - Dopo il debutto alla Mostra di Venezia, il
documentario La rabbia di Pasolini verrà presentato a Toronto su iniziativa
del TIFF Cinematheque. La proiezione si terrà l’8 novembre e sarà inserita nel
programma “The Way of the Termine: The Essay Film”.
La serie sarà curata dal registra Jean-Pierre Gorin e
andrà avanti fino al 6 dicembre - con pellicole d’autore e “arthouse cinemas”
di Jean-Luc Godard, Dziga Vertov, Alain Resnais, Orson Welles, Luis Bunuel,
Guy Debord.
La rabbia di Pasolini è un film complesso, è la rivisitazione
di un’opera giornalistica realizzata dallo scrittore-regista italiano con un
mix di poesie e immagini inedite di telegiornali che vanno dal funerale di Alcide
De Gasperis a Marilyn Monroe, da Papa Giovanni XXIII alla guerra in Corea, dal
nucleare ai caduti di Cefalonia per arrivare a capire quanta rabbia c’era contro
di lui. La rabbia era un film-invettiva contro intolleranza, pregiudizi, banalità,
conflitti di classe, perbenismo che Pier Paolo Pasolini realizzò nel 1963 facendo
leva sui suoi principi contro l’imbarbarimento della società dei consumi e della
- come lui stesso la definiva - mutazione antropologica giovanile.
Il progetto originale nacque quando Gastone Ferranti,
produttore del cinegiornale “Mondo Libero”, decise di commissionare a Pasolini
una pellicola-documentario sui quindici anni di Guerra Fredda. Il regista raccolse
materiale di repertorio dal rotocalco di Ferranti ma anche dai cinegiornali
dell’ex Unione Sovietica, dell’Inghilterra, della Cecoslovacchia. Le immagini
furono agganciate a testi lirici, e le voci di commento furono di Giorgio Bassani
e di Renato Guttuso. Testi attuali come: “Se comincia la guerra di chi è colpa?
Dei peccati della povera gente, naturalmente. Dio punisce le Sodoma di stracci,
le Gomorre della miseria”. Testi quasi profetici.
Ma durante la realizzazione de La rabbia il produttore
decise di “squarciare” il progetto e trasformare l’opera di Pasolini in una
pellicola a quattro mani: la prima parte venne affidata a Giovannino Guareschi,
un intellettuale di destra, proprio per tamponare le reazioni politiche. La
parte di Guareschi - famoso per la saga di Peppino e don Camillo - ebbe uno
spessore totalmente diverso, quasi contraddittorio.
Una decisione che Pasolini accettò malvolentieri. E nel
2008, forse anche per dare giustizia al progetto originale, Giuseppe Bertolucci
ricostruisce La rabbia come lo stesso Pasolini l’aveva inizialmente pensata.
Ecco allora che nel laboratorio L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna
l’opera del 1963 realizzata dal regista e “poeta maledetto” - come la stampa
dell’epoca l’aveva soprannominato ricordando Baudelaire - torna in vita e vengono
anche recuperati quei 16 minuti mai visti che Pasolini fu costretto a tagliare.
Oggi quelle riprese vanno a ricomporre la parte mancante e a restituire un’opera
come era stata concepita inizialmente. Che Bertolucci ha voluto intitolare emblematicamente
La rabbia di Pasolini.
Sfilano Stalin, Marilyn, Salò, l’Algeria. «Finché l’uomo
sfrutterà l’uomo, finché l’umanità sarà divisa in padroni e servi non ci sarà
né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui», diceva
il poeta cantore delle culture subalterne parlando anche del razzismo come il
“cancro morale dell’umanità”.
La via d’uscita? La rabbia, il coraggio di ribellarsi
e dire no. «Ma nel nostro Paese la rabbia è piccola e meschina. Lo è perché
ama percorrere vie sicure, vie garantite da un nuovo potere e una nuova chiesa»,
dice Pasolini nell’intervista con cui Bertolucci chiude il documentario.
Il regista di I poveri muoiono prima, Strana la vita,
Luparella, ha fatto un grosso lavoro di recupero del materiale pasoliniano.
Attraverso appunti lasciati dal poeta-scrittore perseguitato e ucciso il 2 novembre
del 1975 all’età di 53 anni, il documentario mette a fuoco la globalizzazione
televisiva proprio come tappa della Guerra Fredda. «La televisione costruisce
una umanità senza più storia». Ci sono guerre, ricostruzioni, disastri naturali,
ideologie. Si vedono De Gaulle e Castro. C’è rabbia, la stessa che Pasolini
faceva trasudare nelle sue poesie come nei suoi film a causa della sua sofferta
e drammatica omosessualità (in seguito alla pubblica denuncia nei primi anni
Cinquanta venne allontanato dalle scuole dove esercitava la professione di insegnante
e cacciato dal Pci). Ci sono i “linciaggi” contro di lui che Bertolucci ha inserito
nella parte finale di La rabbia di Pasolini, mentre la parte centrale è rimasta
la stessa della versione del 1963.
Pasolini è oggi considerato a livello mondiale uno dei
maggiori artisti e intellettuali del XX secolo. Prima di dedicarsi al cinema
ha scritto diversi libri e poesie - che vennero esclusi dal Premio Strega e
dal Premio Viareggio perché “di carattere pornografico”. Tra le più famose collaborazioni
artistiche quelle con Mario Soldati, Sergio Citti, Roberto Rossellini, Totò,
Alberto Moravia, Federico Fellini per i dialoghi di Le notti di Cabiria. La
fama arrivò pochi anni prima della morte quando da “poeta maledetto” si trasformò
in “intellettuale” che sapeva mettere in luce le contraddizioni della società.
E non solo dalle pagine del Corriere della Sera: le sue colonne, dopo la morte,
vennero raccolte nel volume “Scritti Corsari”.
Tra i suoi film: Accattone, Mamma Roma, Uccellacci e
Uccellini, Il Decameron, Salò e le 120 giornate di Sodoma che uscì dopo la morte
del regista e venne presto ritirato dalle sale cinematografiche per lo scandalo
suscitato.
“La rabbia di Pasolini” verrà proiettato domenica
8 novembre, alle 6 pm (con una introduzione di Jean-Pierre Gorin, regista e
professore alla University of California) all’Art Gallery of Ontario - Jackman
Hall 317 Dundas Street West (McCaun Street entrance). (Paola Bernardini-Corriere
Canadese/