IL DOPO TERREMOTO
Emanuela Medoro:
L'AQUILA/GIULIANOVA - La popolazione dell'Aquila prima
del terremoto si aggirava intorno ai 70.000 abitanti e comprendeva tantissimi
stranieri. Moltissimi erano studenti, ricercatori, scienziati, musicisti ed
artisti impegnati nell' Università, Conservatorio musicale “Casella”, Accademia
delle Belle Arti ed Accademia dell'Immagine, altri erano a lavoro nelle
nostre case come badanti degli anziani e bambini, o lavoravano nelle
numerose piccole e medie imprese presenti sul territorio. Il che dava alla nostra
città un aspetto di novità, sentire lingue diverse durante la passeggiata per
il corso era il segno di tempi nuovi, ed anche di un raggiunto benessere da
parte di tante famiglie che potevano permettersi il lusso di una badante o colf
in casa. Riporto come esempio di incontro/scontro di culture un modo di commentare
la forte presenza straniera nelle nostre case, sentito di recente. “Ma quanto
sono sciocchi gli italiani, lasciano a noi stranieri le cose più preziose che
hanno: le case, i genitori ed i figli.” C'è ampia materia su cui riflettere.
Il terremoto di aprile con le sue distruzioni ha dato
una spinta di accelerazione fortissima al fenomeno dell'immigrazione nella nostra
città.
Da due mesi faccio un po' di volontariato presso il campo
base della Croce Rossa Italiana, ex Italtel,
un ottimo punto di osservazione dell'evoluzione della vita cittadina, sette
mesi dopo il terremoto.
Il numero delle famiglie assistite dalla CRI è cresciuto
a dismisura, con una larghissima maggioranza di famiglie straniere, provenienti
dai paesi dell' Europa dell'est ed anche dal Sud America. In genere si tratta
di donne giovani che chiedono assistenza per il nucleo familiare che comprende
bambini piccoli e ragazzi in età scolare. Parlano poco italiano, quel tanto
sufficiente per farsi capire da noi, si rivolgono ai bambini nelle loro lingue
di origine.
Poco più in là, fuori del campo c'è uno spazio con una
mensa, bar, edicola e tabaccaio. Verso l'una la mensa e lo spazio esterno sono
pieni di uomini in tuta da lavoro, che parlano lingue straniere e fanno la fila
per mangiare. Sono la manovalanza dei molti cantieri aperti per la costruzione
delle case nuove e dei pochi, finora, sorti per la ricostruzione e ripristino
delle case preesistenti. Sono tantissimi lavoratori, in giro per L'Aquila non
se ne erano mai visti tanti, tutti lo stesso tipo di persone, operai in
tuta che non parlano l'italiano. Di aquilani per ora, se ne vedono pochi.
Ancora a migliaia sono sparsi lungo la costa, con la prospettiva di rimanervi
a lungo, specialmente quelli provenienti dal centro storico, zona rossa. Mi
dicono che dopo le sei del pomeriggio la città diventa un deserto, un buco nero.
Dunque l'idea che L'Aquila stia rapidamente
cambiando nel suo tessuto sociale, dopo avere perso o subito danni gravissimi
nelle sue architetture sette-ottocentesche,
è quanto mai attuale e viva. La città sta diventando veramente multietnica,
è come se il terremoto avesse fatto esplodere non solo i vicoletti e le
mura medievali, ma anche la sua composizione sociale, prima prevalentemente
formata nel centro storico di classe media impiegatizia, professioni e
commercio, tutt'intorno una buona agricoltura contribuiva a creare ricchezza
e cibo ottimo e sano.
Finita la costruzione delle case nuove, dovrà incominciare
la ricostruzione nel centro storico che richiederà la presenza di chissà quanta
gente e per quanti anni. Sufficiente perché una nuova generazione di aquilani
dalle origini, lingue e culture più disparate cresca nelle nostre scuole. Quelli
che sembravano problemi lontani delle zone ricche del nord, di colpo, non gradualmente,
diventano problemi nostri. Vedo la città futura come un grosso laboratorio
per la sperimentazione di modelli di crescita nel campo scientifico, tecnologico
e sociale. Insomma è un'occasione storica di rinnovamento non solo delle
nostre pietre, ma anche della nostra mentalità che ora come non mai deve essere
aperta ad accettare il diverso ed a valorizzarne le potenzialità di crescita
economica e culturale, per tutti. Insomma siamo di fronte alla possibilità di
uscire da un altero provincialismo, portatore di valori forti di origine cattolica
ma limitato nelle conoscenze, concentrato su se stesso, poco attento anzi
timoroso del diverso e dello sconosciuto proveniente da territori di cui spesso
si ignora la esatta posizione sulla carta geografica. Mi accorgo che in geografia
in direzione ovest siamo tutti piuttosto bravini,
ma in direzione est abbiamo vaste zone nebulose.
E' la grande sfida che il destino, in questo caso la
faglia su cui si trova la città, ci ha dato e che metterà alla prova intelligenze,
capacità di adattamento, lucidità di progettazione. Sarà un periodo stimolante
per le nuove generazioni che vogliano impegnarsi nella ricostruzione delle mura
e del tessuto sociale e culturale della città.
Insomma le ali dell'Aquila avranno delle penne nuove,
con un po' di ottimismo me la immagino (non ho più il tempo per vederla) pulita,
verde, luminosa, multietnica, multiculturale, con tantissimi abitanti uniti
da un buon italiano e che mantengono vive le lingue e le culture dei gruppi
di origine. (Emanuela Medoro-